Driiiin. Il Covid ha resuscitato il campanello.

Driiiin. Il Covid ha resuscitato il campanello.

di Giorgio Michieletto

A un anno dal primo lockdown abbiamo perso tanto, troppo, ma è ritornato prepotentemente nelle nostre vite quel suono che esce all’improvviso dalle pareti di casa e ti scaglia verso la porta. Via vai di corrieri, spese, consegne, annunciate e non: è la riscossa del citofono. L’avevamo un po’ dimenticato, se non altro perché le vite erano fuori da queste quattro mura e il postino lasciava sempre un avviso. Ma nessuno ti avvisa quando sta per suonare; non ti puoi abituare a quella scossa che ti sveglia e ti fa cadere il cuore dalla sedia. E in questi giorni in cui si cerca purtroppo ancora una via d’uscita avremmo proprio bisogno, anche nel bicchiere, di questo tipo di scarica elettrica.

L’ho trovata in due vini diversissimi, lontani, ma uniti da un sensazione simile: attenzione, alta tensione! Uno è il Fortana Sur Lie di Mirco Mariotti, l’altro il Bramaterra di Antoniotti. Il primo è un vino delle sabbie del Delta del Po, il secondo figlio dei porfidi vulcanici che affiorano in Alto Piemonte.

Di Fortana si sente parlare ai corsi per le viti a piede franco sulla sabbia del Bosco Eliceo sopravvissute alla fillossera e per l’abbinamento con l’anguilla alla brace, poi spesso si passa quasi subito oltre. Le due versioni ’19 sur lie di Mariotti sono un vero jolly primavera/estate: quella classica che si chiama appunto “Sur Lie” si ottiene con una macerazione di circa 10 giorni, poi fermentazione spontanea per circa due settimane; via in vasche di cemento fino alla presa di spuma e seconda fermentazioni in bottiglia senza sfecciatura.

Per la versione rosata “Set e mez”, macerazione con vinacce per 24/36 ore. Frutto croccantissimo, floreale integro ed elegante: tutto giocato sui piccoli frutti rossi e i richiami affumicati il rosato; pepatissimo e salato nel finale invece il rosso. Spensierati ma profondi, come le persone che si sanno godere la vita. E vivono anche lungo.

Antoniotti Bramaterra Doc 2016 (nebbiolo 70 %, croatina 20, vespolina 7, uva rara 3) è possente, concentrato, ma come tutti i più riusciti capolavori dell’Alto Piemonte alla fine ti dà una sferzata. Brivido di roccia e ruggine. Apre su sensazioni di ciliegia e lamponi con chiodi di garofani e pepe; chiude lunghissimo con sapidità, pulizia e un bel tannino. Annata da accaparrarsi.

C’è molto fermento attorno al Bramaterra. e Odilio e Mattia Antoniotti sono punti di riferimento della denominazione; l’azienda risale al 1860. I circa 5 ettari vitati si trovano tutti attorno a Casa del bosco (comune di Sostegno, provincia di Biella) e il cuore della produzione è sulla collina più storica della denominazione dove sorge la vigna Martinazzi e su in alto il Cinciglione, acquisito di recente. Pochi trattamenti (rame zolfo e zeolite) fermentazioni spontanee in vasche di cemento del 1901 e poi affinamento in botte grande nella cantina interrata.

Suonano alla porta…

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Giorgio Michieletto

Giornalista professionista: ieri cronaca nera, oggi rosa. Ieri, oggi e domani: rosso, bianco & co. Varesino di nascita e cuore, milanese d'adozione e testa. Sommelier Ais. Se c'è una storia la deve raccontare.

1 Commento

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Spanna

circa 9 mesi fa - Link

Oh yes, c'è fermento attorno al Bramaterra ( la bestia) e al Lessona(la bella). Ho appena posato il bicchiere di un Bramaterra '15 di Ceruti di Sostegno che conforta sul futuro di questo giovane produttore. Anche Gaggiano e La Palazzina sono da versare e bere ( che il Bramaterra, nome meraviglioso, rifugge il goccino ...)

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