Domaine d’ Auvenay l’anima segreta di Madame Leroy

Domaine d’ Auvenay l’anima segreta di Madame Leroy

di Daniel Barbagallo

Eccomi qua, di nuovo in macchina. Il tratto di strada tra Vosne Romanée e Saint Romain dura circa trenta minuti. Questa volta è David Bowie che mi accompagna: lui è una delle colonne sonore della mia vita, c’è sempre stato nei momenti importanti ed escludendo i miei affetti, non riesco a pensare a nulla di così importante come questa giornata.

Fa caldo, ho l’ aria condizionata a palla e finestrino giù, perché non voglio rinunciare alla brezza sul viso che fa tanto vacanza.
Tallono Roberto Petronio per il breve tratto di autostrada come se stessi facendo un inseguimento, se lui supera io faccio lo stesso, se rallenta io rallento, non sia mai che possa perderlo. Arriviamo al casello, lui ha il telepass, io no. Prendo un pugno di monete senza contarle. L’importo è ben superiore al pedaggio. Le sbatto con violenza dentro alla macchinetta e, appena la sbarra si alza, non aspetto il resto e riprendo il pedinamento.

Il Domaine d’Auvenay è molto nascosto in una stradina di campagna. Due minuti prima del nostro arrivo parte un violento temporale, parcheggio , e, mentre attendo di vedere se Frédéric e Madame scendono dall’auto mi guardo intorno e realizzo che sembra la casa delle fiabe.

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Quando vedo che si aprono gli sportelli, prendo la giacca e vado a coprire Madame nel tratto di pochi metri necessario per arrivare a casa per non farla bagnare. Lei si ferma un attimo a dare istruzioni per il pranzo e noi, già armati di bicchieri, scendiamo in cantina.
Frédéric mi chiede con ironia se è tutto a posto. “Più a posto di così!…” rispondo.

La vista delle due botti con le bottiglie del 2019 già in fila, come la degustazione precedente, mi fa andare fuori di testa. Questi vini sono tirati in pochissime bottiglie e la loro reperibilità è difficilissima, posto che uno se le possa permettere, e coloro che possono sono davvero pochissimi.
Non avrei mai creduto di provare un’emozione simile a quella provata quando sono entrato al Domaine Leroy, invece mi pare anche maggiore.

Il primo motivo è che non mi aspettavo anche qui una degustazione completa di tutte le referenze. Il secondo motivo è che, se ai vini di Leroy posso dire di dare del tu avendo avuto parecchie occasioni per berli e quindi mi muovo in un campo conosciuto, quelli di d’Auvenay li ho incrociati poche volte, rimanendone sempre folgorato.

Sinceramente non so da dove partire. La prima cosa che voglio dire è che ho potuto vedere le due anime della Signora del vino: se i rossi sono quanto di più aereo, raffinato e profondo si possa incontrare, i bianchi sono energia, rigore, tensione e purezza.
Darò solo poche brevi caratteristiche dei vini, perché il tutto diverrebbe ripetitivo.
È mia personale opinione che, se sui rossi qualche grandissimo produttore possa tallonare e provare a stare in scia a Madame magari con caratteristiche diverse, nei bianchi lo stacco sugli altri grandissimi è superiore.

Partirò parlando dell’Aligotè Sous Chatelet, un vino leggermente floreale, di una mineralità e concentrazione mai sentite in questa appellazione: un rasoio in bocca che spazza via ogni cosa, salvo poi chiudere accarezzando il palato per un tempo infinito. E siamo solo al primo vino.
I tre Auxey Duresses sono molto differenti. Le Clos più gentile e rotondo, la Macabrée più sapido e rigido, dritto come un fuso, Les Boutonnieres è già più Meursault, con un plus di grassezza e peso specifico.

Il Meursault Villages è un assemblaggio di due parcelle che non fanno nemmeno una barrique, è più maturo, aperto e concentrato: uno squarcio di luce. Le Narvaux è più signorile e verticale. Questa bottiglia mi ha dato le stesse sensazioni del Beaux Monts di Leroy, perché ricordo perfettamente di aver pensato: “Cosa può esserci di più?”.
Di più c’è il Gouttes d’Or che spinge, spinge e spinge ancora, in una progressione continua, infinita. Un vino materico che ricorda un’esplosione.

Dei Puligny il più giocato sul frutto è Les Enseignères, minerale e profondo, mentre La Richarde è più grasso, con note esotiche e di caramello. Invece Les Folatières ha un stupendo attacco fumé e nobili note vegetali, con una chiusura che è la quintessenza della classe.

I prossimi tre vini, dopo un rapido consulto con Frédéric, Madame decide di servirli alla cieca. Ero seduto al suo fianco mentre osservavo i tre calici che avrei bevuto di lì a poco e pensavo che nella vita ci sono più probabilità di svegliarsi una mattina e vedere nel giardino di casa un unicorno scorrazzare sul prato che avere il Bâtard-Montrachet, lo Chevalier-Montrachet e il Criots-Bâtard-Montrachet di d’ Auvenay a un metro da te.

Chevalier e Bâtard in questa fase dell’annata 2019 si sono momentaneamente scambiati i ruoli con il primo più massiccio e imponente, e il secondo più sottile e delicato. Il Criots sta nel mezzo. Lalou ci dirà che nel giro di poco tempo, con l’affinamento, i vini riprenderanno i loro ruoli.

Comunque tutti e tre sembra vengano da un altro sistema solare.

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Concludiamo con Bonnes Mares e Mazis Chambertin, gli unici due rossi. Il primo mi ha colpito per la gentilezza, molto floreale e cesellato, mentre il Mazis è più rigoroso e austero. Non a caso è l’ultimo vino. E’ potente e di gran carattere, vino di lunghissimo invecchiamento.
I rossi di d’Auvenay li ho trovati leggermente più maschi di quelli di Leroy. Nella loro eleganza oggi sono un filo più compatti e massicci, la polpa è un po’ più percettibile. Si deve scavare di più per raggiungere il nucleo.

Mi scuso se ne note sono scheletriche, ma come ho anticipato, avrei dovuto dire di tutti i vini che sono straordinariamente irripetibili. Non ho bevuto una sola bottiglia che non valesse i quasi duemila chilometri fatti in due giorni. Pensate che, tra i due Domaine, le bottiglie sono state complessivamente trentasei!

Abbiamo finito, ma nessuno ha fretta. Rimaniamo a chiacchierare e a confrontarci sui vini e su altro. Finita la degustazione, con l’inevitabile bisogno di concentrazione che ne consegue, il clima si rilassa e ci trasferiamo nella casetta delle fate dove stanno preparando il pranzo.

La casa è accogliente, piena di foto e stoviglie di rame appese ovunque. Madame Leroy vuole mangiare i tortelloni di ricotta che le ho portato e mi chiede, gentilmente, mettendomi una mano sulla spalla alla ricerca di complicità, se posso dare indicazioni alla cuoca su come prepararli. Quando comincio le spiegazioni la signora mi fa capire che preferirebbe che li cucinassi io: da buona francese, non ha dimestichezza con i primi piatti e non vorrebbe rovinarli. Le rispondo che per me sarà un piacere e un onore.

Raggiungiamo gli altri in sala da pranzo dove, appena arrivo, vedo tre bottiglie messe elegantemente a capotavola, con i sottopiatti d’argento e i tappi adagiati di fianco.

La tavola è apparecchiata per cinque, io sono di fianco a Frédéric Roemer proprio di fronte a lei, che alla sua destra ha Jean Emmanuel e alla sua sinistra Roberto.
Per accompagnare il pranzo ha scelto un Gouttes d’Or 2005, un Clos Vougeot 2007 (che mi aveva preannunciato il giorno prima) e uno Gevrey Chambertin Les Cazetiers del 1955 (l’unicorno!).

Non ho più parole per descrivere il mio stato d’animo, che sicuramente poco vi interessa, ma fatico anche a descrivere i vini. Questa è una batteria da far impallidire i migliori degustatori del mondo, di cui ovviamente non faccio parte. Ma la degustazione è finita, questo somiglia più a un pranzo tra amici, e quando si tratta di bere di gusto e far festa noi emiliani sappiamo il fatto nostro!

il Meursault Gouttes d’Or 2005, a dispetto di un colore già tendente al pronto, è tirato come una corda di violino, ricco di sfumature, e spiccano note agrumate e di crema. Ricco e slanciato, in equilibrio perfetto, finale interminabile e, di nuovo, un mix di sapidità e rotondità. Con l’ossigeno, guizzi di miele e cedro candito ampliano lo spettro olfattivo mentre cresce la tensione gustativa: pazzesco!

Clos Vougeot brilla netto sul frutto scuro di bosco, more e mirtilli, radici e note orientali di incenso, molto sanguigno e balsamico. Il sorso è clamoroso, con un tannino di seta e una freschezza incredibile per il 2007. Un vino che comincia a rivelarsi in tutta la sua grandezza oggi. Ha tutto: complessità, stratificazione, texture, lunghezza. Memorabile.

Le Cazetiers del 1955 è un vino pulsante senza punti di paragone conosciuti da me, è ancora giocato sul frutto, prugna e cassis. Una nitida foglia di tabacco ne accresce la nobiltà e la speziatura dolce lo rende irresistibile. A tratti mi ricorda la carruba. Con l’ossigeno emergono note terrose e si aggiunge il fumo di pipa. La bocca è perfettamente fusa in tutti gli elementi, ma dà l’impressione di un vino eterno: nessun cenno di cedimento e beva straordinaria. Devo lottare per lasciarlo un po’ nel bicchiere. Dedicato a quelli che “la Borgogna non dura”. Esperienza extraterrena.

Dopo il piatto di entrata che è un tortino di piccione e fois gras, arriva il momento dei tortelloni. Mi alzo e Madame Leroy mi segue perché vuole imparare a cucinarli (fantastica). Comincio a grattare il parmigiano mentre lei mi tiene ferma la grattugia e spizzica i pezzi di formaggio che si rompono. La scena è tanto surreale quanto divertente. Sono nella sua cucina e stiamo cucinando insieme. Sembra un film.

Dopo il pollo arrivano i formaggi e con questi lei si alza, prende un Fine de Bourgogne e mi dice: “Monsieur Daniel, pensi che nel 1958 mio padre mi disse che questa bottiglia aveva già più di cinquant’anni…”. Non ho grande conoscenza di distillati e la cosa mi dispiace; mi limito solo a dire che era buonissimo e complesso. Ho compensato i miei pochi commenti con un secondo bicchiere, non volevo che pensassero che non apprezzassi, e che diamine!

In questo pranzo mi sento una via di mezzo tra un miracolato che ha vinto alla lotteria e un capo di stato trattato con tutti gli onori del caso.
Finiamo mangiando duroni di Vignola grandi come noci.

Sono le 16:30. Ho passato tutta la giornata con Madame e con Frederic, anch’egli persona squisita, alla mano e molto simpatica.
E’ arrivato purtroppo il momento dei saluti, ma dopo il congedo ufficiale, in effetti molto caloroso, non ho resistito e l’ho abbracciata con uno di quegli abbracci che si danno alle persone care.

Lo so che è poco, ma l’unica cosa che posso dire è “grazie, Madame”.

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Daniel Barbagallo

Classe 1972, di Modena imprenditore nel tessile. Padre siciliano, madre modenese, sono nato in Svizzera. Adoro la Borgogna, venero Bordeaux e il mio cane si chiama Barolo. Non potrei mai vivere senza Lambrusco. Prima di dire cosa penso di un vino, mi chiedo cosa pensi lui di me Ho sempre sete di bellezza

14 Commenti

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Lanegano

circa 4 mesi fa - Link

Se la prossima volta non te la senti di guidare ti accompagno volentieri e resto al volante andata e ritorno (al ritorno magari meglio prima fermarsi in un B&B...). Gratuitamente, si intende, anzi pago volentieri io carburante e autostrada.... :)

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Sancho P

circa 4 mesi fa - Link

Io ho il camper. Ve passo a prende' io a tutti e due!!

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Lanegano

circa 4 mesi fa - Link

Perfetto. Io faccio anche le pulizie, il caffè e la colazione.

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Vinogodi

circa 4 mesi fa - Link

...articolo un poco criptico. Non si evince se i vini di Madame li hai graditi oppure no...

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Gino barrini

circa 3 mesi fa - Link

Sinceramente non ho colto quale sia l'anima segreta di madame B,forse il ripieno dei tortelli...speravo in una cronaca più dettagliata per noi comuni morti di sete

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josè pellegrini

circa 3 mesi fa - Link

Tranquillo, Daniel. Si capisce tutto. Basta l'abbraccio finale a dare l'idea.Tortelloni e ciliegie di vignola reggono tanti confronti e anche sull'Appennino ci sono case di fata . Ma l'Appennino, come Madame Leroy è un grande sconosciuto. Quando con o senza vino ti verrà voglia di raccontarlo , confrontandoti con un certo Francesco...?

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MP

circa 3 mesi fa - Link

La domanda vera è: Tu chi sei? perché eri lì? e i tortelloni di ricotta chi li ha fatti? Questo potrebbe essere ancor più interessante dell'incontro con Madame :-)))

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Daniel Barbagallo

circa 3 mesi fa - Link

I Tortelloni li ha fatti una gastronomia di fiducia ed io non sono nessuno se non un semplice appassionato di Borgogna che Madame per una serie di vicissitudini ha preso in grande simpatia regalandomi questa esperienza unica.

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MP

circa 3 mesi fa - Link

ma no dai... così m'affossi la fantapoesia :-) Allora ci incontreremo a mangiar tigelle e bere Lambrusco

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Daniel Barbagallo

circa 3 mesi fa - Link

Semmai aumenta ! Sà più di favola . 😀 Andarci con conoscenze altolocate è una roba più scontata . W le tigelle e il Lambro

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Vinogodi

circa 3 mesi fa - Link

...gli hai chiesto dove compra le bottiglie per i vini del Domaine, quelle in probabile vetro soffiato e che pesano almeno 8 etti? Quando glielo chiesi una quindicina di anni fa mi fece sbranare dai cagnolini...

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Daniel Barbagallo

circa 3 mesi fa - Link

No Marco non l’ho chiesto poi sono stato fortunato le bestioline mi hanno fatto festa.

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Blablawine

circa 3 mesi fa - Link

Beato l'autore che fa la bella vita

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Gino barrini

circa 3 mesi fa - Link

Ahahaha vuole farci rosicare, ma noi beviamo Verdicchio e Fiano e gli andiamo in cusna

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