Divagazioni surreali di filosofia vinosa da Aristotele a Horkheimer, passando per Marx

Divagazioni surreali di filosofia vinosa da Aristotele a Horkheimer, passando per Marx

di Pietro Stara

Già ai tempi in cui Aristotele venne scalzato da Speusippo alla direzione dell’Accademia per motivi parentali (Speusippo era figlio di Potone, sorella di Platone), inaugurando così la grande tradizione mediterranea del clientelismo famigliare e dei cervelli in fuga (Aristotele se ne andò con Senocrate ad Atarneo), il vino era argomento di trattazione filosofica. Se Platone aveva già segato le gambe a Parmenide introducendo l’essere diversamente a proposito dell’evoluzione dei vini, Aristotele gli diede la mazzata finale con la potenza e l’atto: dato che il Gamay è in potenza, poi che lo diventi è un altro paio di maniche, un Beaujolais nouveau, esso non potrà mai diventare un nebbiolo scarico, né in atto né in potenza, così come un Tavernello non potrà mai evolvere in un Sassicaia del 358 a.C.. Neppure con le bustine del piccolo chimico di Teofrasto da Ereso.

I filosofi romani, abituati ai vini taroccati di Apicio, lasciarono a Tito Lucrezio Caro il compito di definire il vino come una aggregazione di atomi che “cadono in linea retta nel vuoto, in base al proprio peso: in certi momenti, essi deviano impercettibilmente la loro traiettoria, appena sufficiente perché si possa appunto parlare di modifica dell’equilibrio.” Questa deviazione, chiamata clinamen, è alla base di molte delle instabilità post-fermentative che gli antichi romani correggevano con miele, spezie e orge a piacimento. Ci volle Anselmo D’Aosta per dare una raddrizzata al tutto affermando che nel linguaggio ordinario molte cose vengono dette in modo improprio: il discorso non può avere autonomia rispetto alla realtà e il sillogismo sta in ciò che è pensato e non nelle parole.

Vennero così aboliti tutti i corsi di avvicinamento al vino. Molti docenti disoccupati si dedicarono alle razzie di bestiame, alla distruzione dei vigneti e aderirono in gran massa a tutte le forme eretiche disponibili sul mercato dell’epoca, financo a quelle giusnaturalistiche del vino.

San Tommaso d'Acquino

Un’ulteriore stretta sulle congregazioni del vino venne data da Tommaso D’Aquino quando, ancora infervorato di neoplatonismo giovanile, nella sua Summa contra sommelier, così scrisse: “alcuni sommelier pagani sono anch’essi giunti con la ragione naturale al concetto di vino creato, ma sono caduti in errore nella definizione della loro dottrina.” Per fortuna di lì a poco intervenne Ockham, noto ai suoi contemporanei per l’uso del rasoio al posto della sciabola, il quale asserì che la proposizione “Il Grignolino è un vino” è vera non perché al soggetto inerisca il vino o perché il vino rappresenti la quiddità del Grignolino, ma perché esiste qualcosa che sta al posto del soggetto e del predicato.

Insomma, basta con il nominalismo, con le entità universali extramentali e soprattutto con i rifermentati in autoclave. Quelli che se la presero a male furono i seguaci di Bradwardine, i calculatores del Merton College di Oxford, che avevano analizzato la relazione tra la velocità di ingurgitamento di un brachetto, la forza del braccio che piega il bicchiere e la resistenza del barista che si oppone all’ennesimo sbronzo nel bar.

Bisognerà attendere Cartesio e la sua logica dubitativa per accorgersi che la Schweppes Bitter Lemon non è neppure una lontana parente del Prosecco col fondo, mentre Pascal, agostiniano di ferro e amante dei vini della Loira, lo attaccava perché aveva reso il vino un mezzo e non il fine ultimo. Res cogitans e res estensa stavano strette pure a Spinoza che non perse l’occasione per affermare la presenza del divino in ogni cosa, da cui la possibilità di lasciare un conto aperto a nome altrui in qualsiasi locanda del pianeta. Leibniz non rimase lì a guardare come se nulla fosse capitato: il vino, per lui, non era altro che un agglomerato di monadi che non si possono mutare o alterare e che non hanno buchi né porte.

Divenne difficile, a quel punto, lavorare con della solforosa aggiunta soprattutto nella fase dell’imbottigliamento. Mentre gli anglosassoni continuavano ad arrovellarsi sull’esistenza del mondo esterno e dell’acido tartarico, il nostro Giambattista Vico sapeva che la storia può anche regredire e che il vino, se non ben conservato, diviene aceto in men che non si dica. Gli illuministi francesi, consci delle potenzialità dello Champagne, almeno da quando ci mise le mani sopra un fraticello alcolista, risposero a Vico per le rime: Voltaire gli mandò a dire che ogni vino che si ordina è il migliore dei vini possibili; D’Alembert si buttò nel primo Dizionario ragionato dei termini da degustazione subito prima di redigere l’Enciclopedia completa del vino francese e di quelli degli altri paesi che non saranno mai buoni come i nostri; Rousseau fu il primo a proporre un disciplinare come contratto sociale, “altrimenti” – soggiunse – “facciamo come gli italiani che lo fanno ognuno come gli pare e poi arriva il Re che se lo piglia tutto.”

Kant

Poi toccò ai tedeschi e di là, per un bel pezzo, non ce ne fu per nessuno. Kant fu il primo a polemizzare con alcuni blogger: per questi ultimi, infatti, solo i giudizi d’esperienza sono validi perché sintetici e fecondi, mentre per Kant hanno il limite assoluto di non essere né universali né necessari. Allora i blogger, riuniti in un consesso planetario a Cesenatico, provarono a rispondergli opponendo all’argomentazione kantiana i giudizi analitici, ritenuti, essi sì universali e necessari, ma assolutamente sterili soprattutto nelle verticali di più annate. Fu a quel punto che Kant sconvolse tutti introducendo i giudizi sintetici a priori: “i pensieri senza contenuto sono vuoti, le intuizioni senza concetti sono cieche.” “Ora portatemi da bere qualcosa di cui ne valga la pena”- chiosò soddisfatto. Ma aveva ben poco da gongolare: gli successe un tal Fichte, nuovo astro nascente tra i degustatori sassoni, il quale andò ad ampliare il concetto del “vino in sé”, tanto che Hegel ne trasse una delle sue massime filosofiche più incisive: “un bicchiere vuoto è un bicchiere vuoto, in rapporto al quale il vino è indubbiamente già posto, ma col segno meno, ed il vino può essere immediatamente dedotto da esso, poiché nella sua privazione esso è immediatamente posto.”

La dialettica hegeliana fu sicuramente debitrice di Fichte così come il marxismo fu debitore delle bevute di Hegel. Ma al contrario: solamente quando la classe operaia si fosse impadronita dei mezzi e delle tecniche di produzione del vino socializzandole, allora tutti avrebbero potuto avere  accesso al loro bel bicchierone di Vosne-Romanée Premier Cru Duvault Blochet. “Autoritario!” – gli fece eco Bakunin. “E se io volessi continuare a bere il mio bel Lambrusco di Sorbara?” “Durante il socialismo no”- gliela rimandò Marx, “ma con il comunismo magari facciamo ad ognuno secondo le sue capacità  e ad ognuno secondo i suoi bisogni” “Ma quando mai” – proseguì Bakunin: “io mi bevo il mio Sorbara adesso e costituisco pure l’Internazionale dei bevitori anarchici”.

Karl Marx - tomba

La polemica non finì lì: tra riformisti da una parte che chiedevano soltanto di bere qualcosa di più a fine pasto e i massimalisti che volevano tutto il vino e subito, ma di quello buono, volarono botte e bottigliate. Sinché non giunsero i nazionalisti a piantare barbatelle di malvasia sul Carso così da far infuriare quelli al di là del confine e pure alcuni al di qua, che continuarono a darsele di santa ragione. Bisognerà aspettare la fine delle due tragiche guerre per tornare ad un’elaborazione filosofica sul vino di respiro internazionale. Furono Adorno e Horkheimer, della scuola di Francoforte, a portare le maggiori innovazioni teoriche soprattutto a proposito delle feste in famiglia o tra colleghi: “Nei migliori dei casi uno regala un vino che gli piacerebbe per sé, ma di qualità lievemente inferiore.”

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Pietro Stara

Torinese composito (sardo,marchigiano, langarolo), si trasferisce a Genova per inseguire l’amore. Di formazione storico, sociologo per necessità, etnografo per scelta, blogger per compulsione, bevitore per coscienza. Non ha mai conosciuto Gino Veronelli. Ha scritto, in apnea compositiva, un libro di storia della viticoltura, dell’enologia e del vino in Italia: “Il discorso del vino”.

6 Commenti

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Emanuele

circa 5 anni fa - Link

Potone, un nome che è un programma. Familismo bibace.

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Natascia

circa 5 anni fa - Link

Chapeau!

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lucesio venturini

circa 5 anni fa - Link

naturalmente mi piace ,dovrò leggermela e rileggermela perchè l'excursus è molto condensato in sintesi è molto interessante capire nei secoli l'evoluzione dei comportamenti rispetto al grande alimento del vino

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landmax

circa 5 anni fa - Link

Post molto "alterato", complimenti.

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Francesco

circa 5 anni fa - Link

Splendido, frizzante, brillante, dal gusto di fiori di melo in fiore. Segnalo solo che Voltaire sarebbe quello della critica al migliore dei vini possibili e non il sostenitore di una teoria che appartiene a Leibniz

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Pietro Stara

circa 5 anni fa - Link

Grazie Francesco. So che Voltaire la usa, nel Candido, per confutare le teorie ottimistiche di Leibniz. Ma, in un'ipotesi surrealista, sarebbe stato troppo lungo eccedere in spiegazioni.

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