Cru dei Produttori del Barbaresco: differenze o sfumature di un territorio?

Cru dei Produttori del Barbaresco: differenze o sfumature di un territorio?

di Simone Di Vito

Se dico vino e poi Barbaresco a chi di voi non vien da pensare ad Angelo Gaja? Grazie a lui il piccolo territorio in passato visto come il fratello povero del Barolo ha ottenuto rilevanza, ha mostrato la sua identità, ed oggi è ormai considerato come uno dei più importanti distretti vitivinicoli del panorama Italiano.

Ma sarà l’aura di inaccessibilità dei suoi vini, che già provi di fronte al suo impenetrabile cancello al centro del paese, o il mio approccio un po’ peones, ma ogni qual volta sento nominare Barbaresco invece che a Gaja penso sempre ai Produttori… Angelino se ne farà certamente una ragione.

Un gruppo di vignaioli uniti nel nome di un territorio e che ne incarnano lo spirito alla perfezione.
Un’isola felice delle cooperative vitivinicole che conobbi in una orizzontale di qualche anno fa e che da quel momento in poi mi ha sempre dimostrato affidabilità e territorio in ogni bottiglia aperta.

L’occasione era l’uscita dei nuovi cru 2016, annata che anche a Barbaresco ha toccato picchi decisamente alti in termini di qualità: come era prevedibile vini dal gran potenziale ma ancora in fasce e che andrebbero murati vivi in cantina –e allora perché cavolo li avete aperti? Chiamatelo infanticidio o gioventù bruciata forse ma in serate piacevoli come queste salta fuori sempre qualche buono spunto.

Quando parliamo di cru dei Produttori parliamo sempre e solo di tipologia riserva: nove vini prodotti tutti insieme e solo nelle migliori annate, circa 60 ettari di MGA dal solo comune di Barbaresco, dove di questi poi solo la metà entrerà nei cru riserva.
Ogni vigna ha le sue particolarità per clima, esposizione, altitudini e matrici del suolo, ma una volta in cantina la procedura è la stessa per tutte: fermentazione con macerazione a cappello sommerso, malolattica in acciaio, una leggera stabilizzazione tartarica, tre anni di affinamento divisi tra botti da 25, 50, 75 hl e un anno di bottiglia. Nessuna differenza di vinificazione o elevage e senza alcun tipo di personalizzazione, una scelta atta ad esprimere in bottiglia il risultato dell’annata e che favorisce ancor di più il confronto.

Gli assaggi
Dai dettami di Luca Cravanzola (che non ringrazierò mai abbastanza), ho diviso i sei vini in tre gruppi:

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Il primo gruppo è quello di Pora e Rio Sordo, le vigne più vicine al fiume Tanaro e quindi quelle che ne subiscono maggiormente l’influenza. Più fresco durante le estati torride, leggermente più umide e con presenza di sabbia e limo. Peculiarità che si traducono in maturazione precoce delle uve e che danno vita ai vini più “femminili” e eleganti di Barbaresco.

Rio sordo: tra chiodi di garofano e liquirizia spunta un piccolo mazzo di rose rosse al centro del calice; energico, potente e un po’ spigoloso, disidrata la bocca con un tannino tosto fatto di addominali e bicipiti scolpiti; niente cenetta a lume di candela o bacetti dolci a fine serata: per ora è solo sesso, droga e rock n’ roll.

Pora: mentolato, liquirizia e una rosa tra i capelli; indossa un abito lento fatto di tannini spinosi e austerità ma che lascia comunque intravedere finezza e forme; richiede tempo per concedersi ma i tempi non sono maturi: conosciamoci meglio e poi si vedrà.

Dal primo gruppo passiamo direttamente al terzo, in questo caso occupato da Rabaja e Montestefano, le vigne che insieme a Muncagota e Montefico sono l’opposto di quelle del primo gruppo: lontane dal fiume Tanaro e da cui quindi non subiscono influenza, con terreni poveri, estremamente compatti ma ricchi di calcare e calcio che danno vita ai vini più austeri delle riserve.

Rabaja: uno dei protagonisti degli assaggi estivi in anteprima ma che stavolta appare quasi intrappolato nella sua gabbia di vetro; qualche vampata di amarena, violetta e punta di liquirizia da masticare; materioso, succulento, indisciplinato, la stoffa c’è ed è pregiata ma richiede attesa e cuciture. Col passar delle ore inizia a farsi riconoscere ma è un bomba a lunga gittata ed ha bisogno di tempo.

Montestefano: introverso e chiuso al naso da cui traspare solo un fruttato di ciliegie mature; sembra il classico tipo che si fa i fatti suoi ma guai a stuzzicarlo perché ti colpisce in pieno petto: rovente, fresco e dalla corporatura pronunciata da cui emergono ancora frutta e qualche spezia dolce, tannino spesso e un po’ irriverente che sottolinea però la sua solita indole “baroleggiante”.

Infine il secondo gruppo occupato da Pajè ed Asili, le due vigne al centro del paese che normalmente sono una sorta di combinazione dei gruppi precedenti: puoi trovarci l’eleganza di Rio Sordo e Pora ma anche il carattere e la spalla acida di Rabajà.

Pajè: arancia sanguinella, pesca noce, rose appassite; sorso fresco ma un po’ nervoso, fatto di tannini ruvidi e punte di alcolicità, come nei precedenti c’è del potenziale e promette che in futuro si farà trovar pronto, non stento a crederci.

Asili: naso timidino e composto che preannuncia lo stesso copione delle puntate precedenti, ma tra ciliegie, fiori e punte speziate invece accavalla le gambe e siamo in Basic Instinct: un velluto liquido e seducente, profondo e già in armonia, dal tannino spesso e croccante; un sorso e poi un altro, tabacco e cioccolato, straborda talento e ne ha da vendere.

Menzioni geografiche, zonazioni e confronti tra vigne: ma ci sono tutte queste differenze tra un cru e l’altro in un territorio piccolo come questo?
Per ora le uniche emerse dagli assaggi sono quelle legate un po’ a tannino, acidità e prontezza, ma in generale più che di differenze forse è più corretto parlare di sfumature, che man mano poi con l’evoluzione si faranno sempre più evidenti.

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Simone Di Vito

Sommelier Ais, ex bassista e batterista incallito, operaio di giorno, di notte invece si trasforma in un anomalo assaggiatore; appassionato di terroir, tipicità e di tutto ciò che è autentico nel mondo del vino. Coltiva il sogno di parcellizzare tutto quel che lo circonda, quartieri di Roma compresi...

12 Commenti

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Nicola Micheletti

circa 4 mesi fa - Link

Vini eccezionali di una grandissima cantina. Una bellissima panoramica della zona e dei cru. Miei preferiti in assoluto Asili e Montestefano. Trovo che il prodotto base abbia comunque una grande dignità e soprattutto un ottimo rapporto qualità prezzo e sia ingiustamente snobbato

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Patrick Jane

circa 4 mesi fa - Link

"eccezionali" questi vini, no. Buoni, si. Altrimenti quando si assaggiano quelli di Roagna come li si dovrà descrivere?

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Simone g

circa 4 mesi fa - Link

Sarebbe bello poterlo fare anche su produttori a neive e treiso. Grazie

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Sancho P

circa 4 mesi fa - Link

Analisi impeccabile su una realtà che è un fiore all'occhiello del vino piemontese. Ha ragione Cernilli, quando scrive che forse è la migliore cantina cooperativa del mondo. Montestefano è il più Barolo tra i Barbareschi. Si riconosce già dal colore (più carico) e poi ha una struttura importante. Esce alla distanza. È un maratoneta e raramente tradisce le attese. Chissà chi ha la fortuna di avere in cantina qualche vecchia annata di Montestefano vinificata da Beppe Colla, oppure un 71, un 82 o un 2001 della Cantina Produttori. Asili per certi versi è quasi l'opposto. Eleganza, fascino, profumi ammalianti ed un colore già più scarico. Il nebbiolo è emozione e non volta mai le spalle a chi ha la pazienza di avvicinarsi ai vini prodotti con questo grande ed unico vitigno. A proposito di Treiso, il mio amico Gianni Abrigo oggi è dalle mie parti, quindi Montersino e Meruzzano fino al coprifuoco.

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Simone g

circa 4 mesi fa - Link

Sancho quello di rivella guido, non baldo, lo annoveri tra i "classici" di montestefano? Grazie

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Sancho P

circa 4 mesi fa - Link

Purtroppo mai avuto il piacere di berlo. Quello di Teobaldo invece è uno dei vini che amo di più in assoluto.

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Gurit

circa 4 mesi fa - Link

Praticamente introvabili purtroppo.

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Simone g

circa 4 mesi fa - Link

Spedivano anche con ordine minimo tempo fa, non so ora. Non so i prezzi quanto siano decollati...

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Sancho P

circa 4 mesi fa - Link

Essendo stato Guido Rivella l'enologo di Gaia per tanti anni, il suo Montestefano incuriosisce. Ho visto qualche tempo fa i prezzi sul catalogo. Alti ma non proibitivi. Di Teobaldo Rivella, al momento, mi accontenterei di bere il suo Dolcetto. Dalle mie parti mai visti purtroppo. Passando di palo in frasca, I Barbaresco di Treiso, storicamente sottovalutati rispetto a quelli di Neive e del Comune che ha dato il nome alla denominazione, sono quelli che stanno guadagnando di più dal susseguirsi di annate calde. Buona parte del territorio comunale si trova in altitudine oltre i 400 metri s.l.m., quota una volta ritenuta troppo elevata per una maturazione ottimale del Nebbiolo. Vero, ma in annate torride come la 2017,per esempio, l'altimetria ha rappresentato un vantaggio ed ha consentito di produrre Barbaresco estremamente eleganti. Dopodiché, la differenza tra la 2003 e la 2017, sta soprattutto nell'esperienza dei produttori, che avendo imparato la lezione, sanno come comportarsi anche quando il caldo torrido è dietro l'angolo. Il problema della grandine invece hanno pensato di risolverlo riempiendo le le Langhe di reti di protezione che sono uno schiaffo al paesaggio e non solo quello.

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Simone g

circa 4 mesi fa - Link

I prezzi in cantina di rivella guido sono "abbordabili " , mentre in qualche enoteca anche on line ho visto ricarichi pazzeschi. Ah, visita / degustazione interessante con il figlio, Enrico.

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Nicola Micheletti

circa 4 mesi fa - Link

Anche io sono un sostenitore del Barbaresco di Treiso. A parte il noto Rizzi trovo davvero buono anche Lodali (di cui tempo fa aveva parlato anche Intravino).

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Simone g

circa 4 mesi fa - Link

I fantastici rizzi mi hanno segnalato i loro vicini cascina Alberta che ho trovato interessanti.

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