Comprereste il vino di chi non tutela i suoi collaboratori? Una riflessione sul tema

Comprereste il vino di chi non tutela i suoi collaboratori? Una riflessione sul tema

di Jacopo Cossater

Saranno stati 10 anni fa o poco meno quando Marco Caprai durante una cena organizzata da lui in cantina mi disse non senza una certa verve polemica qualcosa tipo: “Sostenibile? Puoi fare tutto il vino naturale del mondo ma se poi paghi in nero i tuoi dipendenti non puoi pretendere di essere credibile”. Di sicuro non furono queste le parole esatte: conoscendolo fu frase certamente più colorita, con quella cadenza così riconoscibile che ne caratterizza la parlata. Allora non capii, non ero forse pronto, così più focalizzato sull’esito del processo produttivo che sul suo contorno.

Ci ho ripensato qualche giorno fa ascoltando la puntata con Alessandro Dettori del podcast di Velier dedicato ai suoi produttori Triple A, “Resistenza Naturale”. A un certo punto (qui, a partire dal minuto 12:36) Alessandro dice:

Non si può parlare del tema di sostenibilità (ambientale) se non affrontiamo il tema della sostenibilità economica. I prezzi dei nostri vini sono bassissimi. Non possiamo parlare di sostenibilità del vino naturale se poi non riusciamo a retribuire il lavoro dei nostri collaboratori. La sostenibilità non è solo l’uso di materiale riciclabile, assolutamente, bisogna creare una comunità che salvaguardi il nostro territorio, le nostre colline, i nostri vigneti, i nostri prati, i nostri boschi. Un gruppo di persone che sia custode del terroir. Per fare questo ci vorrà un prezzo da dover pagare per il consumatore ma che non dovrà rimanere nelle tasche del vignaiolo, ci mancherebbe altro, ma che dovrà essere girato sul territorio, perché tutto ha un costo.

Ragionamento evidentemente valido tanto allora quanto oggi, che mette al centro della produzione non il vino in sé ma tutto il suo processo produttivo con tutte le sfaccettature del caso. Pensiero che se possibile trovo ancor più valido oggi, nel pieno di una crisi di cui si fatica a immaginare l’esito e che vede coinvolte centinaia di migliaia di persone, quelle direttamente impegnate nel settore vitivinicolo italiano. Della serie: acquistereste il vino del vostro produttore del cuore se sapeste che non ha mai fatto niente per tutelare i suoi collaboratori? Aveva certamente ragione Marco Caprai come ha certamente ragione Alessadro Dettori nel rivendicare il senso della parola “sostenibile”. In tutte le fasi della produzione come nel prezzo, quest’ultimo difficilmente sinonimo di “economico”, ragionamento che rovescia l’idea un po’ superficiale che la sostenibilità debba essere quella di chi acquista invece di quella di chi produce.

So che fa il paio con il famoso “acquistereste il vino di uno stronzo?” (personalmente: no, e magari un giorno ci torneremo) ma in effetti si fatica a uscire da un tracciato che vede la bottiglia di vino come fine ultimo di una filiera ben più complessa fatta soprattutto di persone, e quindi anche di dignità.

[immagine: Alessandro Dettori, Velier/Triple A]

Jacopo Cossater

Comunicazione digitale ed e-commerce, è tutta una questione di vino, di birra artigianale e di trail running. Vive in Umbria, a Perugia, ha un debole tanto per i Paesi del Mediterraneo quanto per quelli scandinavi ma non potrebbe mai fare a meno dei ritmi dell'Italia Centrale. Giornalista, su Intravino dal 2009.

22 Commenti

avatar

marcow

circa 1 anno fa - Link

Avete mai letto su un food blog italiano delle riflessioni su questi temi? Perchè, signori, il ragionamento può essere facilmente allargato a quello che avviene nelle pizzerie, nei ristoranti, nei bar, nei pub ecc... che frequentiamo. E, anche se sappiamo, che in alcuni locali non vengono pienamente rispettati i diritti di chi vi lavora come dipendente(cameriere ecc...) noi ci andiamo lo stesso a mangiare e a bere. Dicevo che sui food blog Italiani non c'è traccia di questi argomenti e magari, spesso, si discutono temi insignificanti e ridicoli del food e della ristorazione. Ecco perché questo post merita da parte mia un grosso complimento. Rispondo, chiaramente, che non acquisterei il vino di uno stronzo o di un fascista(ne abbiamo discusso in un altro articolo). E nemmeno di uno che non rispetta i suoi dipendenti sul lato della retribuzione, degli orari ecc... Ma, signori, è quasi impossibile conoscere bene i produttori da questo punto di vista: proprio perché,come dicevo, è un argomento dimenticato tra le righe di chi scrive di vino, di food, di ristorazione. Se ricordate, nei dibattiti su temi simili, furono in molti, qui su Intravino, quelli che badano soltanto alla qualità della MERCE, e se ne fottono delle qualità morali di chi la produce. Così va il mondo da molto tempo. E così continuerà ad andare. Anche dopo la FASE 2.

Rispondi
avatar

Luigi Romano

circa 1 anno fa - Link

Ho ascoltato tutti. Io ho 51 è da tanto che vado girando con mia moglie per passione. In Italia e anche in altri paesi. Mi piace il vino, lo bevo e lo compro. Dai produttori, dalle enoteche da internet e dagli amici. Quando giri è cerchi di capire la magia di chi lo fa... Non capisci niente. Il vino è difficile da fare ed difficile da scrivere. Poi se diciamo che si paga poco... eccetera e eccetera... è finita. Io che compro voglio le sensazioni belle del vino. I compagni. Le bottiglie diverse. Il prezzo non conta. Un bottiglia di 7 € magari sarà meglio di una da 40 € per me. La cosa bella è che il vino ci fa differenti. Però lo amiamo.

Rispondi
avatar

Lanegano

circa 1 anno fa - Link

Mi ritrovo decisamente nel post di Marcow. L'unico sito in cui ho visto menzionare da parte dei produttori cenni riguardo al trattamento degli eventuali dipendenti, stagionali o meno, è 'La Terra Trema'. Nonostante si tratti di microrealtà, credo sia un approccio virtuoso e trasparente.

Rispondi
avatar

Stefano

circa 1 anno fa - Link

Tutto molto giusto; abbasso gli sfruttatori, che però nel piccolo mondo del vino non mi sembra rappresentino casi eclatanti. Conosco produttori che vorrebbero assumere e rispettare scrupolosamente le regole, ma molti lavoratori dopo un certo numero di giornate pretendono di essere pagati in nero per non perdere il diritto alla disoccupazione agricola, per esempio. Mi scandalizzano molto di più le aziende medio-grandi che affidano la raccolta delle uve a cooperative che praticano molto lavoro "grigio", se non nero del tutto. E' molto interessante vedere a settembre i risultati dei controlli degli Ispettorati del lavoro, pur dopo i proclami di molti consorzi che negano l'esistenza del caporalato tra i loro associati. Purtroppo è un argomento che rispecchia fedelmente quanto avviene nella vita di tutti i settori .

Rispondi
avatar

massimo

circa 1 anno fa - Link

giusto. un po' come tanti imprenditori che commissionano in Cina, poi chi se ne frega di chi fa cosa...

Rispondi
avatar

MP

circa 1 anno fa - Link

Come non essere d'accordo sul principio? Un po' come condividere l'ideale di pace nel mondo oppure maggiore equità sociale, sconfiggere la povertà ecc. ecc. ... Ma poi, nei fatti? Come cliente (buyer o consumatore che sia), come faccio a discriminare chi tutela i suoi collaboratori e chi no? Lo si trova scritto in etichetta? Lo dobbiamo supporre sulla base delle chiacchiere fra operatori? Se esiste un produttore disonesto, lo stesso verrà richiamaro, sanzionato, condannato... Se io come cliente fossi a conoscenza di comportamento illegale, più che "boicottare", dovrei denunciare. O no?

Rispondi
avatar

massimo

circa 1 anno fa - Link

giusto ma per prima cosa io boicotterei...denunciare è una misura ultima quando tu non vuoi capire. (almeno io la vedo così). Un po' come un redarguire.. credo che in etichetta si possa anche mettere ma forse per motivi di spazio e di omertà non si fa.

Rispondi
avatar

massimo

circa 1 anno fa - Link

condivido appieno ma c'è un altro punto...il salario medio basso . per quello che è il potere di acquisto del salario medio, un vino siffatto e "regolare sui pagamenti" diventerebbe di nicchia ...ovvero prenderebbe una fetta di mercato dove io amante del vino non ci entrerei, se ho un salario basso. Quindi è tutto condivisibile, aggiungerei però anche il dover rivedere i salari di ogni ordine e grado, aspetti fiscali e quant'altro. Allora tutto sarebbe bioeticamente sostenibile. Max

Rispondi
avatar

marcow

circa 1 anno fa - Link

Condivido le "riflessioni" di Tutti quelli che sono intervenuti. Se il coronavirus non ci ha soltanto fatto distrarre (e un po' rincoglionire) con Netflix, Barbara D'urso ecc... ma ci ha fatto anche "pensare", "riflettere", allora...a qualche cosa sarà servito. Se ci cambiasse anche in meglio sul lato dell'umanità sarebbe ancora meglio. Ma ne dubito. Certo la prova l'avremo tra poche settimane quando usciremo, "mascherati", per andare a bere un caffè al bar, a farsi una pizza, a mangiare un pasto dal nostro locale preferito. Ritroveremo il mondo che abbiamo lasciato 3 mesi fa? E gli esseri umani...mascherati e distanziati... come saranno cambiati?

Rispondi
avatar

Alessandro

circa 1 anno fa - Link

Io acquisterei da uno "Stronzo" perché costui per portare avanti tutta la baracca permettendo a quella persona di lavorare, anche se non regolare con i contributi eccetera sta comunque pagando quella persona, sta alimentando una famiglia. E se lo "Stronzo" non ha assunto un collaboratore in regola, sicuramente non sarà mica per divertimento, credo che a tutti piaccia fare le cose per bene, penso piuttosto che sia per il fatto stesso che avendo tutti in regola non riuscirebbe a produrre quello che fa. A tutti piace il prodotto certificato, sano, genuino e buono a basso costo. Ma questo non è possibile, la qualità ha un costo. Nessuno con uno stipendio medio potrebbe permettersi di acquistare un vino qualitativamente alto, con tutte le certificazioni e tutti i dipendenti in regola.

Rispondi
avatar

Stefano Cinelli Colombini

circa 1 anno fa - Link

No, fermi un attimo, ma di cosa state parlando? Qui ci sono troppi discorsi che non tornano, a iniziare dall'articolo. Con la massima stima per Alessandro Dettori, ma tutto può dire meno che i suoi prezzi sono bassissimi. Allora qualunque produttore di Chianti o di Maremma cosa cavolo deve dire, dato che manda avanti onestamente la sua azienda pur vendendo il vino a prezzi che sono (quando va bene) un quarto dei suoi? E nonostante questo paga i suoi operai con salario sindacale, perché qui in Toscana i controlli ci sono eccome. La filiera del vino non è una giungla, anche perché per potare una vite, usare un fitofarmaco o lavorare in cantina vi vuole personale molto formato, non basta uno portato dalla piena. Gente così o la paghi bene, o trova dieci altri che sono ben felici di assumerlo.

Rispondi
avatar

Nelle Nuvole

circa 1 anno fa - Link

La domanda è all'apparenza una domanda retorica. Ovviamente nessuno si sognerebbe di rispondere "Sì". Quasi nessuno, perché IO non lo comprerei - utilizzando il condizionale - ma con molta probabilità lo compro o l'ho comprato o lo comprerò. Come faccio a sapere se un produttore o un'azienda hanno un comportamento corretto e trasparente nei confronti dei collaboratori? Vivendo dove vivo (Montalcino) da più di tre decenni sono a conoscenza di chi agisce o ha agito bene, male, così così, da queste parti. Aggiungo anche che gli acquirenti più pignoli riguardo a qualità, purezza e seghe varie, spesso hanno preferito non sapere o non considerare la misura etica di questo o quel produttore. Così va il mondo reale. Per questo esistono organismi come l'Ispettorato del lavoro, come la Repressione Frodi, ecc. che svolgono il lavoro di controllo. Certamente chi si propone come produttore rispettoso dell'ambiente, della natura, del sistema sociale, ha ancora più responsabilità e quello che sostiene Alessandro Dettori è sottoscrivibile in toto, ma se io scelgo una bottiglia da uno scaffale o in un ristorante, al 99% delle volte non ho idea e, sinceramente, nemmeno mi preoccupo della purezza etica di chi l'ha prodotto.

Rispondi
avatar

marcow

circa 1 anno fa - Link

Condivido le puntualizzazioni di Cinelli
Colombini.
1- Sulla "RETORICA" di Dettori e i "prezzi" a cui vende i suoi vini.
2- Conoscendo bene il settore agricolo voglio chiarire meglio il mio pensiero.
Sono d'accordo con Cinelli Colombini
quando dice che ci sono produttori onesti che rispettano i loro dipendenti.

__ E pur vero che in agricoltura c'è chi non rispetta le regole.
Condivido quanto dice Nelle Nuvole:

"Vivendo dove vivo (Montalcino) da più di tre decenni sono a conoscenza di chi agisce o ha agito bene, male, così così, da queste parti."

E cioè che si può avere conoscenza soltanto della piccola realtà in cui uno vive. O perché si conosce il settore agricolo dal di dentro o anche perché, ad esempio, si conoscono dei dipendenti che ti dicono come vengono trattati(quanto prendono, orario di lavoro, ecc...)

E allora? Direte voi.

Allora va a finire come dice Nelle Nuvole.
Che, poiché è quasi impossibile sapere qualcosa del rapporto di lavoro tra chi
1 ha prodotto un certo vino e
2 i suoi dipendenti


il discorso etico viene quasi sempre trascurato quando compriamo un vino.

__ Aggiungo soltanto che non mi sembra
"INUTILE" parlarne, qualche volta, perché il FENOMENO ESISTE.
Non è assolutamente campato in aria.
Nei food blog si parla spesso di sciocchezze: quasi mai di questi argomenti.

Il problema allora è capire perché non si discutono mai certi argomenti.
E, per esempio, perché nelle lunghe interviste "celebrative" e "apologetiche" di alcuni vignaioli, che leggiamo sul web, non si fanno mai certe domande.

Lo stesso discorso vale per tanti altri settori. Vedi Ristorazione, in senso ampio.
PS Alessandro esprime una teoria che è più diffusa di quanto si pensi. Che uno stronzo è stronzo perché è costretto assere stronzo. E che gli stronzi, proprio per questo, meritano la nostra ammirazione. In Politica gli Italiani fanno lo stesso: s'innammorano degli STRONZI.

Rispondi
avatar

Stefano Cinelli Colombini

circa 1 anno fa - Link

Il fenomeno (del lavoro nero in viticoltura) esiste? La risposta SI è istintiva, siamo in Italia e diamo per scontato che tutti freghino tutti. Però vi inviterei a riflettere bene su questa domanda. Come funziona il lavoro nero e il suo connesso caporalato? La forma più diffusa è evidente, "braccia" di qualunque colore o razza per raccogliere qualcosa, e per fare compiti meccanici facili e/o facilmente comprensibili. In questo caso è facile, facce anonime in posti sperduti e nessuno sa niente. Ma esistono lavoro così in vigna o in cantina, se si esclude la vendemmia? Ovviamente, no. Non posso mettere chiunque su un ratiere, e neppure far potare o far fare il diradamento dei grappoli. Chi non sa cosa fare farebbe un disastro. Onestamente, al lavoro nero vero e proprio in viticoltura ci credo poco perché non funzionerebbe. Però un lavoro nero in viticoltura esiste, ma è una cosa completamente diversa. Sono i lavoratori delle aziende grandi che dopo le otto ore regolari fa qualcos'altro, o il pensionato che arrotonda. E dove lo fanno? Dal cugino, dall'amico, dal conoscente di una vita in micro aziende. Che nessuno controllerà mai. Si, è lavoro nero. Si, è reato. Ma lo è davvero? In fondo è l'antico "scambio" che i contadini hanno sempre fatto, da che mondo è mondo. Non è bello, e se per caso uno si fa male poi farà risultare l'infortunio nella grande azienda dove lavora tra l'omertà di tutti. È vita, non è lavoro nero. Venite da me a qualunque ora di qualunque giorno, un lavoratore al nero non è stato mai trovato e mai lo troverete. Sono convinto che da Banfi e da Antinori è lo stesso, voglio vedere quale è il manager che rischia il suo prezioso stipendio per fare una cretinata suicida come il lavoro nero.

Rispondi
avatar

Stefano

circa 1 anno fa - Link

Stefano, come non darle ragione? Però venga a fare un giretto in Lombardia o Veneto, poi riparliamo di aziende in regola o no... riflesso, quello vincolo, di tutto il comparto produttivo, ovvio

Rispondi
avatar

GGiulio

circa 1 anno fa - Link

Parlo da persona che vive in Veneto e che lavora nel settore: mi augurerei vivamente che venissero fatti controlli a tappeto in tutti i periodi dell'anno, ripetuti più volte nella stessa azienda, sia in vigna sia in cantina, negli uffici e nei magazzini. Si salverebbero in pochi.

Rispondi
avatar

marcow

circa 1 anno fa - Link

Conosco la realtà agricola del Sud e, senza possibilità di essere smentito, affermo che il fenome esisiste, ECCOME!
D'altronde, mi sembra, se non ho capito male, che anche Cinelli Colombini non lo neghi del tutto.
Ma il punto è che L' ITALIA è lunga e le aziende agricole sono migliaia con profili molto diversi.
Non si può GENERALIZZARE.
Ma non facciamo l'errore di vedere le altre realtà agricole con le lenti della propria zona in cui si opera.

__ D'altronde, se non ho capito male, anche Nelle Nuvole non nega il fenomeno.
E, lo ripeto, questo non significa che non vi siano agricoltori corretti.

__

D'altronde perché Dettori parla in quel modo?
Certo, il discorso che fa è parte della sua Narrazione, della sua Retorica.
Tende a valorizzare se stesso.
Lo dico con molta sincerità:
Dettori non mi ha mai convinto.


Secondo me, Cinelli Colombini ne ha colto, efficamente, le contraddizioni.

Ma non possiamo non riflettere su quel particolare passaggio riportato di Dettori nell'articolo.

__ Vedo, e mi conforta, che anche dal Nord si alzano voci che vogliono più chiarezza sull'argomento.
E che non sia un polverone che possa nascodere gli onesti. Anzi il prestigio, secondo me, ne verebbe accresciuto.

Rispondi
avatar

Paolo

circa 1 anno fa - Link

Una riflessione emerge dai diversi e interessanti interventi: la nozione assai sfumata, nebulosa, non chiaramente definibile del "lavoro". Anzi, forse la sua scomparsa, a favore dei "lavori", cioè di diverse e non fungibili attività, svolte in maniera differenziata, legislativamente disomogenea, così liquide da essere identificabili solo nel concretizzarsi di uno specifico rapporto individuale di prestazione d'opera vs. retribuzione.
Ecco, forse è a causa di questo che dobbiamo ammettere "non sono e non saro' mai in grado di individuare e distinguere" il prodotto-bottiglia di chi tutela i suoi collaboratori (chi' tutti quanti lungo la filiera? compresi i rider che mi consegnano il vino a domicilio?).

Rispondi
avatar

Ihcra

circa 1 anno fa - Link

Ho letto con molto interesse questo articolo, penso che la sostenibilità del vino vista dal lato del rispetto dei lavoratori sia sempre messa in secondo piano rispetto alla sosteniblità ambientale. Ho lavorato per qualche anno in vigna e posso assicurare che è un lavoro molto duro, che a lungo andare consuma letteralmente il fisico, ma allo stesso tempo ha anche i suoi lati positivi; lavorare all'aperto, stare in compagnia e per farlo ci vuole anche un po' di passione! Fortunatamente non sono venuto a conoscenza di molti casi di lavoro in nero, penso sia molto rischioso per un datore di lavoro, nel caso succeda un infortunio ad un lavoratore non in regola. Ma tante volte parlando anche per esperienza personale il datore di lavoro tende a non rispettare le regole, approfittando dei lavoratori, magari per la maggior parte stranieri o con poche possibilità di trovare altri impieghi. Faccio alcuni esempi: facendo fare lavorazioni pesanti oltre i limiti temporali previsti per legge, fare maneggiare e spruzzare fitofarmaci senza le necessarie abilitazioni e con dispositivi di protezione individuale non appropriati, fare entrare i lavoratori nel vigneto senza che sia passato il tempo previsto dopo le polverizzazioni di fitofarmaci o peggio ancora, subito dopo che è passato il trattore con la botte per il trattamento, facendo lavorare gli operai sotto la pioggia ecc. Ma anche non acquistando per esempio le forbici elettriche e facendo adoperare ancora le forbici manuali, mettendo cosi a rischio il tunnel carpale dei lavoratori, per magari spendere soldi in cose futili. Avete mai provato a potare con le forbici manuali per due o tre settimane di fila? A volte non sono solo i tendini del polso a far male ma il dolore può arrivare fino al gomito o peggio ancora ala spalla! Purtroppo in pochi denunciano queste situazioni o fanno obiezioni ai superiori, anche per la paura di perdere il posto o di essere lasciati a casa, magari con una famiglia sulle spalle che vive grazie a questo unico reddito. Poi sicuramente ci saranno aziende virtuose ed altre meno. In sostanza il lavoro di un operaio agricolo, che in viticultura è un operaio che ha acquisito una certa conoscenza ed abilità nelle varie lavorazioni, è un lavoro precario ed il contratto viene rinnovato annualmente, anche se magari sono dieci anni che lavora nella stessa azienda, non ci sono ferie pagate ne tredicesima. Penso che comunque chi sia messo peggio sia chi lavora in una coperativa, ci ho lavorato con questi operai; molte volte fanno ore di viaggio per arrivare in vigna, viaggiando in auto o furgoni fatiscenti, per pochi euro all'ora. E chi sà quale sia il rispetto per il lavoratore e per la legge che hanno queste coperative? Penso che sia molto difficile stabilire se un azienda sia rispettosa o meno verso i propri lavoratori, stabilire se possa eserre sostenibile verso la natura, che poi è lei che le da i suoi frutti può essere indicato in etichetta, lo stesso virtuosismo nel rispetto dei propri collaboratori purtroppo no.

Rispondi
avatar

Giacomo

circa 1 anno fa - Link

Caro Ihcra qui le forbici da potare, per sapere come sono fatte, le devono cercare su google immagini.

Rispondi
avatar

massimo

circa 1 anno fa - Link

per essere pratici, e credo non tanto banale,....aldilà di tutte le elucubrazioni giustissime..il punto è: etica , onestà intellettuale ma anche rapporto con la realtà economica. secondo una bottiglia "regolare" dalla a alla z a 15 euro (per esempio) , quanti potranno comprarla? non reggo più i costi e chiudo , oppure la compreranno solo chi ha un reddito medio alto. se riesco a "sfoltire" qualcosa posso venderla a 10 e allora vivo. Ergo... lavoro nero inevitabile...o tassazione ridotta al minimo indispensabile (giusto pagare le tasse).

Rispondi
avatar

DeLasCuevas

circa 1 anno fa - Link

Ottimo spunto questo di Cossater. E sì, ha ragione Caprai, pur generalizzando.

Essendoci passato, mi rendo conto di essere fortunato a non lavorare più per una azienda di un vignaiolo "personaggio" e della sua famiglia contadina, per la quale vendevo il vino, cantavo e portavo la croce, mentre il personaggio si prendeva tutti i meriti e andava in playback. Oggi fossi ancora lì sarei a casa senza neanche i 600 euro del decreto, nonostante negli anni li abbia solo arricchiti standomene buono e zitto nell'ombra. Ma i nodi vengono al pettine prima o poi. E oggi non se la passano bene anche se fingono che va tutto alla grandissima.

So di fior di aziende storiche toscane, tirolesi, piemontesi che hanno messo subito i propri dipendenti in cassa integrazione o in ferie, nonostante utili pazzeschi da anni e anni. Come se fosse solo merito "della famiglia" e che alla prima difficoltà si possa fare a meno dei dipendenti, risparmiando quanto poi in un mese... 10 mila euro di stipendi? Col cazzo. Gli artefici del successo delle aziende sono spessissimo i dipendenti, gli export manager, i commerciali interni che vi lavorano. Perfino quelli che stanno al punto vendita. Vergogna, e non faccio nomi, ma li dovrei fare.

Rispondi

Commenta

Rispondi a Alessandro or Cancella Risposta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.