Brexit ad ogni costo e a rimetterci sarà il vino italiano

Brexit ad ogni costo e a rimetterci sarà il vino italiano

di Elena Di Luigi

La potenza del coronavirus si misura anche con la forza con cui ha spodestato il Brexit-virus dopo quattro anni di quasi indiscusso dominio. Ma, COVID o no, per la GB è ora di riprendere le redini del divorzio dalla EU che sarà ufficializzato il 31 dicembre 2020. Le ultimissime in merito, proprio quando si prova in tutti i modi di evitare un secondo lockdown totale, fanno presagire una separazione dura che prospetta per i mercati, incluso quello dei vini, un futuro ancora più incerto di quello immaginato appena un anno fa. Si tratta di capire quale tappeto il governo sceglierà per nascondere le promesse disattese.

Malizia o no, uno dei motivi che potrebbero portare alla hard Brexit, cioè a un’uscita senza accordi bilaterali, sono i motivi personali del governo Johnson che nonostante la vittoria di dicembre con l’appoggio dell’80% del paese, ha dimostrato incertezza e generato confusione nel modo in cui ha gestito l’emergenza pademica. E cosí anche per deflettere l’attenzione, il governo ha ripreso a punzecchiare la EU prima ritrattando quanto già concordato sulla protezione dei prodotti unici contro le imitazioni e poi riservandosi il diritto di intervenire in futuro nell’eventuale salvataggio di aziende private, compromettendo cosí i principi base di qualsiasi onesta concorrenza internazionale. Ma Michel Barnier, capo negoziatore per la UE, ha dichiarato che le priorità degli accordi, cosí come bilateralmente stabiliti lo scorso anno, non si toccano.

L’obiettivo della GB è quello di rimanere nel singolo mercato come per esempio fa la Norvegia, e stipulare individualmente trattati unilaterali, tanti quanti possibili. Ma già il primo di questi, firmato meno di un mese fa con il Giappone, e sbandierato dal governo come modello da seguire, è stato subito smontato dai dati impietosi del Financial Times che ha detto che il futuro fatturato tra i due paesi vale poco meno del 2% e inciderà sul PIL per lo 0.07%, ovvero una frazione di quello che verrà perso con la Brexit.

Per il settore vini e dintorni la situazione è già ampiamente compromessa. Vale la pena ricordare che la GB è responsabile per 740 milioni di euro di vino l’anno, ed è una hub globale dove il vino, sia sfuso che imbottigliato, viene importato e ridistribuito. Secondo l’agenzia Live-ex sono di piú i vini che la GB vende alla Francia di quelli che ne importa dallo stesso mercato. Eppure lo stesso sito del governo è ancora fermo al 2012 con una pagina che in materia di trasporto vino dice che la GB deve seguire le leggi della UE (Wine trade regulations).

Ma il vero problema all’orizzonte è la richiusura di pub e ristoranti perché la parola d’ordine oggi è tenere aperte le scuole e proteggere il sistema sanitario nazionale. Dopo una ripresa estiva molto incoraggiante il governo sperava di estendere le misure messe in campo, tra cui il taglio dell’IVA e i buoni per mangiare al ristorante. Ma ora che la seconda ondata è una realtà il PM Johnson si è visto costretto a imporre una nuova chiusura di tutti i locali pubblici alle 10 di sera, e solo se garantiscono il servizio al tavolo con max di sei persone oppure asporto. Queste misure rimarrano in vigore per sei mesi. Bisogna ricordare anche qui che il settore dell’ospitalità in GB è il terzo in termini di numero di forza lavoro impiegata e sono a rischio 900,000 posti.

È fin troppo retorico dire che questo virus ci ha fatto notare come stavamo giá navigando tutti sulla stessa barca e che per chiunque abbandonarla, allora come oggi, significava averne un’altra già pronta su cui saltare. L’impressione è che la GB non sia pronta a divorziare dalla UE ma lo farà comunque perché il governo sa che ci vorranno degli anni per capire a chi attribuire la responsabilità del caos economico che si prospetta all’orizzonte. Un double whammy che per ora non impone alcun distinguo da fare.

Sarebbe da stupidi non approfittarne.

1 Commento

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Stefano Cinelli Colombini

circa 4 settimane fa - Link

L'Inghilterra è un mercato primario, e ancora di più per il Brunello di qualità. Per cui mi devo augurare, spes contra spem, che la proverbiale capacità inglese di creare il futuro dal disastro ci stupisca ancora una volta. Magari ce la fanno, in fondo Disraeli ai suoi inizi era valutato un giornalista buffone scrittore di robe d'effetto e originale come Bojo.

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