Additivi: può un vino naturale macchiare i denti?

Additivi: può un vino naturale macchiare i denti?

di Salvatore Agusta

Un paio di giorni fa, il rappresentante di un noto importatore/distributore newyorkese recapita presso una delle enoteche dove lavoro, la bottiglia di un vino naturale. Non ero disponibile, dunque decide di lasciare la bottiglia per poterla provare non appena libero.
Tale importatore, che della crociata in favore dei vini naturali e di nicchia ha fatto un vanto, ad oggi viene considerato a New York uno dei players più autorevoli sul mercato. Dunque non parliamo degli ultimi arrivati.

Assaggio il vino, un blend di petite syrah al 69% e zinfandel al 31%.
Al naso non riscontro nessuna delle tipiche caratteristiche che contraddistinguono questo blend, peraltro assai comune qui negli Stati Uniti.
Usualmente, questi vini esprimono sentori profondi di frutti di bosco maturi, prugna, ribes nero, more selvatiche con sfumature di liquirizia e, in base alla maturazione in legno, note di cacao tostato e talvolta caffè arabica.

Diversamente dal comune, i caratteri poc’anzi citati erano piuttosto blandi mentre si percepivano leggeri sentori vegetali, quasi soffusi, coperti. Devo confessarvi che ho pure faticato a spiegare a chi assaggiava con me che il vino sembrava odorare come un dado di brodo Star.
Gli americani di solito non usano dadi vegetali da cucina; loro comprano il brodo già fatto, venduto in formato tetrapak.
Sorvoliamo.

Tornando al vino, i tannini erano molto soffici, e il corpo abbastanza pieno. In bocca aveva uno spiccato tenore umami, comunque si percepiva un velato sapore di funghi secchi.
Durante l’assaggio, uno dei componenti del tavolo si accorge che una goccia di vino aveva lasciato una forte traccia di colore sull’etichetta.
La cosa la sorprende e mi chiede di fare attenzione alle sue labbra e ai suoi denti, per capire se quell’effetto si fosse manifestato anche in bocca.

Sì, il vino aveva lasciato una macchia di colore forte anche in bocca.

La mia prima reazione è stata tendente alla difesa. Le faccio notare che sia il petit syrah, sia lo zinfandel sono due varietà con una forte capacità pigmentosa e che probabilmente questo era il frutto di una lunga sessione di pumping over. Il pumping over non è altro che il remontage, tecnica che aiuta l’estrazione del colore dalle bucce.

Ma andando a scrutare la scheda tecnica non troviamo alcun riferimento alla suddetta pratica.
Invero, la scheda recita sinteticamente: “la parte Zinfandel del vino è stata vendemmiata a metà settembre con le successive scelte di Petite Sirah aggiunte pochi giorni dopo. Entrambe le varietà vengono diraspate e i chicci d’uva conservati intatti. Lo Zinfandel ha iniziato la fermentazione spontaneamente e la stessa era ben avviata quando è stato aggiunto il Petite Sirah. Il vino è stato poi pressato dopo pochi giorni e la fermentazione è terminata in vasche di acciaio. Nessuna chiarifica, nessun filtrazione, nessuna aggiunta di solfiti.

A quel punto ripenso ad una ricerca che avevo fatto in passato e che aveva preso inizio da un articolo scritto da Spencer Brooks intitolato “Beyond the Label, honesty in winemaking.”
L’articolo in questione si concentra su quali sono i principali additivi usati nella vinificazione, riporta una brevissima intervista fatta a Daniele Tuccori di Agricola Calafata e richiama un’inchiesta fatta circa dieci anni fa da Dan Berger, un critico e giornalista enogastronomico:

“If you ever drink red wine and notice that your teeth are stained afterward, it’s probably because of Mega Purple—a colorant that a lot of wineries use to “color correct” their wines and cover-up vegetal flavors. Dan Berger, a wine journalist, interviewed many of the biggest U.S. wineries and reported that the vast majority of U.S. red wine under $20 contains Mega Purple.”

(Se per caso bevendo del vino rosso ti accorgi che i tuoi denti sono macchiati, probabilmente è a causa del Mega Purple – un colorante che molte cantine usano per correggere il colore dei loro vini e coprire o attenuare certi sapori vegetali. Dan Berger, un giornalista enogastronomico, ha intervistato tantissimi produttori americani ed è giunto alla conclusione che molto spesso i vini sotto i $20 contengono Mega Purple.)

Invero. lo stralcio citato mi fornisce tre indizi.
Il vino esprime dei sentori vegetali soffusi, come se fossero stati coperti da qualcos’altro. È il dado vegetale!!
Il vino macchia le labbra e i denti, e la macchia non va via bevendoci sopra acqua ma devi lavarti i denti per bene.
Il vino trova collocazione nello scaffale esattamente per $19.99, proprio come Dan Berger dice nell’articolo richiamato.

Se non erro Agatha Christie diceva «un indizio è un indizio, due sono una coincidenza, tre diventano una prova».
Io non voglio né posso esprimere alcun giudizio finale, ovviamente solo delle analisi tecniche potrebbero confermare o disinnescare il dubbio.

Un dato è sicuramente certo. Mega Purple, così come gli altri (8000 Color o Mega red) non deve essere indicato nella retroetichetta, dunque al consumatore finale è non dato sapere. Gli esperti ne dicono un gran bene, basta usarne veramente poco per avere già dei risultati visibili sul prodotto finale. Mega Purple è ottenuto da uve con buccia e polpa iperpigmentosa come la varietà ibrida rubired, la terza varietà più coltivata in California. La stessa è imparentata con alicante bouschet ed è largamente coltivata nelle zone del sud della California.

Il Mega Purple è una sostanza derivata da questa uva e possiede circa dil 68% di zucchero. Il vino di per sé non aveva un alto residuo zuccherino ma i tannini erano veramente soffici e levigati.

Voi cosa ne pensate?
Magari hanno aggiunto anche una piccolissima parte di rubired nel blend? Avete mai avuto esperienze del genere con vini italiani?

Il nome del vino in questione è “Where’s Linus?” 2020.
Venturi Vineyards outside Calpella, Mendocino County, CA. Organically and dry-farmed for over 20 years.

avatar

Salvatore Agusta

Giramondo, Francia, Lituania e poi Argentina per finire oggi a New York. Laureato in legge, sono una sorta di “avvocato per hobby”, rappresento uno studio di diritto internazionale negli Stati Uniti. Poi, quello che prima era il vero hobby, è diventato un lavoro. Inizio come export manager più di 7 anni fa a Palermo con un’azienda vitivinicola, Marchesi de Gregorio; frequento corsi ONAV, Accademia del Vino di Milano e l’International Wine Center di New York dove passo il terzo livello del WSET. Ho coperto per un po’ più di un anno la figura di Italian Wine Specialist presso Acker Merrall & Condit. Attualmente ricopro la posizione di Wine Consultant presso Metrowine, una azienda francese in quel di New York. Avevano bisogno di un italiano ed io passavo giusto di là. Comunque sono astemio.

25 Commenti

avatar

Mattia Graziolo

circa 1 mese fa - Link

Mah, anche i miei vini tendono a lasciare la bocca colorata e i coloranti non so nemmeno cosa siano. Mi piacerebbe una analisi di quel vino. Estratto secco e antociani chiarirebbero il mistero.

Rispondi
avatar

SALVATORE AGUSTA

circa 1 mese fa - Link

Mattia hai perfettamente ragione, tra l'altro stiamo parlando di due varietà che vantano una grossa percentuale di antociani nelle bucce. Io non voglio né posso esprimere alcun giudizio finale, ovviamente solo delle analisi tecniche potrebbero confermare o disinnescare il dubbio. Puoi parlarmi dei tuoi vini, che varietà e che steps effettui durante la vinificazione?

Rispondi
avatar

Damiano Algarotti

circa 1 mese fa - Link

Anche le mani che restano viola per giorni dopo una vendemmia, o semplicemente pollice e indice dopo una fiera, o la tovaglia dovrebbero essere l'esempio lampante del potere colorante dell'uva. Poi si dovrebbe vedere che altre sostanze sono presenti sui denti, le reazioni che si innescano, etc

Rispondi
avatar

Mattia Grazioli

circa 1 mese fa - Link

00393396975182 oppure mattia.grazioli@hotmail.it Contattami (vale per tutti quelli che ne hanno piacere) pure. A disposizione per dirti tutto quello che facciamo e spiegare come lo facciamo. Posso farlo serenamente anche qui, ma essendo ospite non vorrei approfittarmene. Farei un poema. Dico solo una cosa. Vini con 40 di estratto secco tingono, sarebbe impossibile non lo facciano. Grazie mille

Rispondi
avatar

SALVATORE AGUSTA

circa 1 mese fa - Link

Carissimo Mattia, grazie mille per il tuo intervento. Già hai fornito tantissimo al dibattito, un dato empirico che per esempio a me mancava e che tanto mi interessa. MI riferisco al livello di estratto secco. Ti disturberò con qualche altra domanda in via privata. Grazie mille ancora.

Rispondi
avatar

marcow

circa 1 mese fa - Link

Voi cosa ne pensate? __ L'articolo stimola la riflessione... in diverse direzioni (una decina ne ho contate). Ne scelgo, per il momento, due. 1 Perchè ancora non c'è l'obbligo di dichiarare tutto quello che viene utilizzato... in CANTINA... per produrre.... un VINO? Con le nuove tecnologie digitali è molto semplice poter implementare questo servizio per i clienti che possono accedere a tutte le INFORMAZIONI facilmente che si trovano su un pc dell'azienda e non sull'etichetta. Le resistenze sono sia dei CONVENZIONALI che... dei cd. NATURALI. Dovrebbe essere intutitivo capirne il motivo e si collega proprio al tema trattato dall'articolo. 2 Il metodo "dominante" "attualmente", nella Degustazione Organolettica del vino, è quello Analitico che ha avuto, negli ultimi anni, una deriva riduzionistica verso gli aspetti olfattivi. Potremmo dire che la Degustazione è.... prevalentemente... OLFATTIVA. È molto rilevante. Gli "ESPERTI" potrebbero benissimo essere utilizzati nel settore della PROFUMERIA per la capacità di... sentire...odori, puzze e puzzete...di un vino. A me piacerebbe che gli ESPERTI sviluppassero, invece, altre ABILITÀ. Come quelle, per esempio, di capire cosa è stato usato in Cantina e... che magari... non viene detto. Il caso descritto dall'articolo va in questa direzione. PS Vorrei dire a Salvatore A che non sono soltanto gli Statunitensi a usare il brodo in tetrapack. Spesso si ha degli italiani, da un punto di vista culinario, una visione che non esiste più. C'è un larghissimo uso di surgelati, di prodotti precotti, di prodotti da riscaldare in un microonde. Le CONSERVE le fanno in pochi. Il maiale non lo "uccide" più nessuno: il salame lo comprano dal salumiere. Molti non sanno fare una sfoglia per le lasagne o le tagliatelle: si usano le confezionate. ... E, come diceva Salvatore A, in Italia siamo grandi consumatori di... DADI. (Che gli Statunitensi, come dice Salvatore A, ... non usano) Ecc... In compenso abbiamo Migliaia di Trasmissioni e Rubriche su come cucinare. PPS ITALiANi... BRAVA GENTE? Resiste... almeno...questo celebre MITO?

Rispondi
avatar

SALVATORE AGUSTA

circa 1 mese fa - Link

Allora, mi piace la riflessione sul contenuto dei vini. Invero, ho notato recentissimamente un paio di etichette di vini non ancora totalmente distribuiti qui a New York che in fronte etichetta hanno frasi come 'non contiene alcun additivo di origine chimica". Ovviamente, danno una mezza informazione. Il consumatore comincia a capire che il vino può contenere additivi, che alcuni di questi hanno origine chimica e che il tema non riguarda solo i solfiti. Certamente, non si definisce tanto altro, però se ci pensi, basterebbe che un certo numero di produttori iniziasse spontaneamente a scrivere cosa non usano per innescare un processo di comparazione inversa. Il secondo punto. Secondo me non saremmo tanto distanti da poter arrivare a questo. Per esempio, io spesso e volentieri riesco a identificare i chips di truciolato per dare quel leggero tocco di legno, magari solo ad una parte del blend (tipico dei vini sudamericani), oppure la presenza di acido citrico che spesso riscontro in una certa popolazione di vini francesi di bassa lega. Se qualcuno mi venisse a dire, assaggia questi 5 vini, contengono mega red e assaggia questi altri che provengono dalla stessa regione o denominazione ma non hanno mega red, a quel punto comincerei a sviluppare una certa capacità, se non altro appunto sulla scorta di un paragone diretto. Il problema è che non te lo dicono e che spesso anche quando aggiungono cose, lo fanno in quantità così basse che di fatto risultano per confondere la degustazione. A me piacerebbe un kit chimico per le rilevazioni; in primis venderebbe come poche cose al mondo e poi finalmente chiuderebbe ogni discussione perché appunto non sarebbe più una opinione. In tema di brodo in tetrapak ormai dobbiamo rassegnarci; ieri ero ad una cena e uno dei topic era la convenienza di sottoscrivere dei contratti di fornitura con delle cucine. In sintesi, ti affili ad uno di questi servizi, fornisci le tue restrizioni alimentari (religiose o mediche che siano) e loro ti recapitano ogni sera due pasti pronti, una cena e il pranzo dell'indomani che puoi portare a lavoro. Non so se queste cose siano arrivate anche in Italia, ma è un business incredibile. E permettimi di dirti che sta aiutando tante persone che non hanno tempo, che non sanno cucinare e che magari hanno bisogno di una dieta specifica e non sanno come barcamenarsi. Ogni sera, il corriere ti lascia i pasti e si riprende i contenitori del giorno prima. Cioè manco la spazzatura devi buttare!

Rispondi
avatar

Gaetano

circa 1 mese fa - Link

Marcow, al punto 1 ti rispondo io. Premetto che il vino è la mia più grande passione assieme ai viaggi e che sono tecnologo alimentare dal 1995. Il vino vive in un limbo (ma sarebbe meglio dire Paradiso) di totale immunità e intoccabilità regolatoria in Italia e in Europa. Se, come per quasi tutte le altre cose che mangiamo e beviamo, dovesse conformarsi alle disposizioni previste dal Reg 1169/11 sulla presentazione ed etichettatura degli alimenti, ne vedremo delle belle! Te lo immagini un retro etichetta con la dicitura "Ingredienti: ………."?

Rispondi
avatar

gaspero

circa 1 mese fa - Link

La quarta dose di vaccino conterrà anche un po' di megapurple, così diventeremp tutti viola e profumeremo di brodo e funghi secchi, molto chic...

Rispondi
avatar

mariazzo

circa 1 mese fa - Link

Mi è capitato con qualche vino (ora però non ricordo quali esattamente, forse aglianico o sagrantino) molto concentrato, che "sporcasse" il piano della mia cucina e per togliere la macchia ho dovuto faticare un bel po'. Ma una cosa non mi è chiara questo vino dovrebbe essere naturale... ma poi potrebbe contenere colorante? c'è qualcosa che non quadra.

Rispondi
avatar

SALVATORE AGUSTA

circa 1 mese fa - Link

L'intero articolo nasce proprio dal dubbio che hai espresso. Questo vino è dichiarato naturale ma poi propone delle circostanze non propriamente naturali e soprattutto che lasciano una sorta di dubbio. In realtà un winemaker recentemente mi ha dato un suo parere sul punto. Mi ha detto che verosimilmente, tenuto conto del prezzo, il processo di vinificazione ha portato ad una seconda o terza pressatura delle bucce, per ricavare quanto più vino possibile e aggiungerlo al cd free run wine. Ovviamente si tratta di una parte oggettivamente molto concentrata e che essendo stata aggiunta ad un vino che poi non venia filtrato, ha portato alla problematica suesposta, ossia la macchia sui denti e sulle labbra. In quel caso, si tratterebbe come di un mega purple "naturale". Ad ogni modo, io non voglio né posso esprimere alcun giudizio finale, ovviamente solo delle analisi tecniche potrebbero confermare o disinnescare il dubbio.

Rispondi
avatar

andrea celant

circa 1 mese fa - Link

anni fa la colorazione persistente era tipica del " vero" terrano: nulla di nuovo sotto il sole...

Rispondi
avatar

Invernomuto

circa 1 mese fa - Link

Cosa ne penso? Che solo chi non ha mai lavorato/lavora in una cantina pensa che un produttore abbia il dovere (etico più che altro) di comunicare in maniera trasparente di tecniche produttive, prodotti usati, gestione commerciale. Purtroppo per chi ci crede non è, e non sarà mai così. PS: sta cosa dell'Umami ogni volta che lo sento citare mi viene da ridere. Manco i giapponesi che lo hanno inventato (venduto a noi occidentali?) lo usano, ma oramai è come il piuttosto che come congiunzione...

Rispondi
avatar

SALVATORE AGUSTA

circa 1 mese fa - Link

Anche questo tuo commento aiuta a capire. In effetti, ci si sta estremizzando troppo in tal senso e capisco il tuo punto di vista. A volte ci dimentichiamo che fare del vino non è un atto romantico ma un vero e proprio lavoro, dove però sbagliare porta delle ripercussioni drastiche. Un produttore di fatto vive in un costante stato di allerta, passami il termine. Attenzione verso la vigna, attenzione verso i fenomeni climatici, attenzione verso il mercato, attenzione verso i fornitori, attenzione verso il commerciale. Fare vino è veramente un atto d'amore. PS per la storia dell'umami, io avrei voluto scrivere "broru ri scisciri" ma poi mi hanno detto che avrebbero capito in pochi :)

Rispondi
avatar

marcow

circa 1 mese fa - Link

Bella replica, Salvatore A. __ 1 Sulla seconda parte, quella culinaria, penso che si arriverà anche in Italia e già qualcosa c'è. I motivi di questi cambiamenti epocali si conoscono da tempo. 2 Sul vino hai detto delle cose molto interessanti e coraggiose. Io penso che un gran cambiamento nel modo del vino ci sarà quando l'Intelligenza Artificiale immetterà sul mercato delle tecnologie semplici ma potenti nell'aiutare i clienti a... valutare... meglio... i vini. che vorrebbero comprare. E, cambierà, finalmente in meglio anche la critica eno(gastronomica) italiana che dovrà rivedere e riassettare la propria attività. PS Caro Salvatore A, molte letture importanti nel settore dell'arte culinaria le ho trovato proprio negli Usa. Ti faccio 2 esempi (ma se ne potrebbero fare a decine) Il pane NO KNEAD lo ha inventato un panificatore di New York. E uno dei migliori panettoni al mondo con un'alveolatura estrema (che a me non piace molto) lo ha inventato un americano che li spedisce in tutto il mondo proprio come fa Massari. Saluti

Rispondi
avatar

M/M

circa 1 mese fa - Link

Solo a me è venuto da pensare che un'enotecaria "allarmata per i denti macchiati" dopo aver assaggiato un rosso, evidentemente molto colorato, abbia sbagliato mestiere?

Rispondi
avatar

SALVATORE AGUSTA

circa 1 mese fa - Link

In effetti nessuno ha commentato in questo modo, eppure credo che pochi abbiano contezza di questo fatto, quindi bella domanda. Se il vino macchia i denti perché l'enotecaria non cambia lavoro? Tracciamo una risposta che possa far sciogliere questo dubbio, che sembra sarcasmo ma invece ci porta a dire tanto. In primis, il mercato del lavoro a New York è ad occhio e croce 1000 o 2000 volte più dinamico di quello medio italiano, quindi non faticherebbe molto a ricollocarsi; forse 2 o 3 settimane. Potrebbe andare a lavorare in una delle oltre 600 compagnie di importazione e distribuzione di vino presenti solo nello stato di NY. Sono le stesse che le forniscono i vini, quelle che portano un'offerta di vino pari a 80000 vini diversi nel mercato (dati alla mano per il mese di Dicembre 2021). A gennaio dell'anno passato, le valutazioni annuali avevano concluso che solo nello Stato di NY il giro d'affari intorno al vino era di $6 Billions ( https://www.newyorkupstate.com). Una persona che ha accesso a tutti questi vini in modo gratuito, per provarli durante visite in negozio, eventi, portfolio tasting, masterclass e cene tematiche avrà mai incontrato un altro vino che le macchia i denti? Immagino di si e allora perché pensa che una cosa così normale sia un problema? In primo luogo perché il vino in questione macchia oltre i limiti accettabili, tanto da usarlo come spunto per scriverne. In secondo luogo, perché è molto possibile che almeno il 35% dei clienti al loro ritorno si lamenteranno pesantemente con lei del citato fatto, e che magari altri ancora non ritornerebbero più o comincerebbero pure a scrivere recensioni negative sull'accaduto. Altri potrebbero pure ritornare il vino aperto e chiedere un credito per acquistare un'altra bottiglia. Gli americani sono così, il loro comportamento riflette la società capitalista in cui vivono. Ad onor del vero, ci sarebbe un modo per evadere il problema. Lei potrebbe benissimo dire a tutti quelli che comprano il vino "ehi, il vino macchia pesantemente i denti, le labbra e la lingua, te lo dico per correttezza" e allo stesso modo il cliente potrebbe tranquillamente dire "grazie mille, allora lo cambio per un'altro". Negli Stati Uniti, le fatture legate al alcol vanno pagate per legge entro i 35 gg successive alla consegna, (leggermente diverso dall'Italia) pena lo stato di delinquenza che dispone il blocco di ogni credito da parte di qualsiasi altra compagnia. Tutto ciò detto, se la nostra enotecaria compra il vino e non lo riesce a vende oppure ha dei ritorni, ha delle recensioni negative e via andare, finisce che l'intera operazione diviene distruttiva e non costruttiva. Ecco che allora, la decisione di non comprare il vino sembra corretta e soprattutto dettata dall'esperienza. La nostra enotecaria può continuare il suo lavoro e non avrà bisogno di cambiare carriera.

Rispondi
avatar

Chris Leo

circa 1 mese fa - Link

Ho fatto l'inconcepibile. Piuttosto che ipotizzare che qualcuno fosse disonesto, gliel'ho chiesto direttamente. Chi avrebbe mai pensato che questo approccio fosse possibile nel giornalismo. Diretto dalla bocca di Chris Christensen: "...Take no offense to the writer's claims as I can guarantee that I did not use mega-purple in the Where's Linus? Red. I think it's funny that the author would call-out the wine like that since, the way we see it, adding mega purple would go against the spirit of the Where's Linus? project in the first place. Outside of the philosophical aversion to it, Enologically speaking, adding a color-enhancing agent to a wine that is 70% Petite Sirah is incredibly unnecessary. Given Petite Sirah's naturally high levels of both tannins and anthocyanins (compounds responsible for color) it has a propensity to give wines a deep, purple hue that holds up for many years in bottle. As a matter of fact, Petite Sirah gives up so much color it's a primary grape used in making MegaPurple, which is ostensibly a high-grape sugar concentrate of dark red wine grapes. So based on the fact that the wine has such a high percentage of PS and the pH of the wine is 3.68 (the lower pH, the more vibrant the color) the color is going to look almost impossibly purple."

Rispondi
avatar

SALVATORE AGUSTA

circa 1 mese fa - Link

Ciao Chris Qui nessuno ha mai usato quella parola tranne te. Questo è un dato di fatto. Perché dici che il produttore è disonesto? Poi, visto che hai un dialogo con il produttore e che sembri così vicino a lui, potresti anche girargli la domanda di Mattia. Quale è il valore del dry extract?

Rispondi
avatar

Giacomo

circa 1 mese fa - Link

"Durante l’assaggio, uno dei componenti del tavolo si accorge che una goccia di vino aveva lasciato una forte traccia di colore sull’etichetta. La cosa la sorprende e mi chiede di fare attenzione alle sue labbra e ai suoi denti, per capire se quell’effetto si fosse manifestato anche in bocca. Sì, il vino aveva lasciato una macchia di colore forte anche in bocca." -------A POR PAN......------

Rispondi
avatar

Alessandra

circa 1 mese fa - Link

ho come il sospetto che qualcosa sfugga: i coloranti non si possono usare in enologia. Non dico nei vini naturali, in tutti. Se qualcuno lo fa sta commettendo una frode e se si commette una frode difficilmente si scriverà in etichetta anche quando questo sarà obbligatorio. Detto questo l’uva è rossa/viola e a seconda della varietà e le tecniche o la durata della macerazione lo è di più o di meno per cui sì colora. Colora i denti, la lingua, le mani, le tovaglie, le vasche anche i piedi se ce li infilate dentro.

Rispondi
avatar

SALVATORE AGUSTA

circa 1 mese fa - Link

Ciao Alessandra, grazie mille per il tuo commento. Vorrei partire dallo stesso. Presumere che le normative vigenti in Italia vengano applicate in tutto il mondo non aiuta, poiché ogni nazione dispone di propri regolamenti e disciplinari. I coloranti non si possono usare in enologia è un'affermazione troppo generica. Ad esempio è stato provato tantissime volte che in America vengono usati. In secondo luogo, tutti i coloranti usati in genere sono di natura vegetale e spesso e volentieri non sono altro che quantità di estratto secco neutro prodotti con certi tipi di uva. Un vino macchia o meno a seconda di diversi fattori. L'intensità della macchia cambia anche a seconda dei procedimenti. Dall'intera discussine ne abbiamo ricavato che il fattore cruciale da valutare è l'estratto secco. Quando ha un valore minimo di 40, il vino quasi certamente macchierà. Cosa porta a quel valore è un segreto dell'enologo e non vi sono norme sulla trasparenza in etichetta. Ovviamente questi fattori non sono riferiti al vino in questione, del quale non abbiamo prove per dire nulla, salvo il fatto che macchia pesantemente i denti, la lingua e le labbra.

Rispondi
avatar

Alessandra

circa 4 settimane fa - Link

Ma no perdonami (e perdonami anche se non ho letto tutta la discussione), il fattore cruciale non è l'estratto né cosa risulta da questa discussione. Ci sono analisi ben più fini per valutare le aggiunte di additivi. Non presumo niente ma credo che i coloranti (non importa da dove siano estratti, se di origine vegetale o vinica o che altro, se un prodotto non è autorizzato non lo è e basta) non si possano usare né in Europa (e questo lo so non lo presumo) né negli Stati Uniti (dici che è stato provato che qualcuno lo fa, in che senso provato?), poi magari mi sto sbagliando io. Per quanto riguarda l'etichetta se si parla di vini europei gli ingredienti (additivi autorizzati quindi oltre all'uva) saranno presto inseriti nella e label.

Rispondi
avatar

marcow

circa 1 mese fa - Link

In questo articolo la bravissima Elisabetta Rogai usa il vino rosso per dipingere. E i suoi quadri, oltre ad essere belli, profumano. E mi sembra che ci sia un collegamento con l'articolo di Salvatore Augusta. _____ Dipingere con il vino, è l’Enoarte di Elisabetta Rogai (Dal link) "L’EnoArte Elisabetta Rogai dipinge le sue tele con tratti morbidi, estremamente eleganti e raffinati (dopo aver abbozzato il disegno con un carboncino molto friabile di fusaggine di vite ottenuto dal legno della vite) usando prevalentemente “vino rosso” (il bianco lo riserva per le velature) al posto del colore. Una tecnica unica che apre un nuovo rapporto con la materia e la natura. I Vini Rossi usati sono di diverse tipologia, ma tutti ricchi di “antociani” per rendere al meglio il colore usato come strumento cromatico, sia allo stato liquido con tonalità rubino e porpora fino ai vari livelli di ossidazione, sia a quello più pastoso risultante da una riduzione fatta con una tecnica specifica particolare e segreta. La Pittrice per sviluppare la sua tecnica innovativa ha trovato un competente aiuto nel Professore Roberto Bianchini, Docente di Chimica Organica all’Università di Firenze, che le ha dato le fondamentali e precise indicazioni per fermare definitivamente il vino sulla tela (la famosa “ricetta segreta”). I quadri così realizzati emanano, incredibile a dirsi, gli originali sentori aromatici dei vini usati come colore" (Dal link) https://corrieredelvino.it/gastroviaggiando/dasaperenelmondodelvino/dipingere-con-il-vino-e-lenoarte-di-elisabetta-rogai/ PS Se leggete l'estratto si parla di una riduzione pastosa ottenuta con la collaborazione del prof. Biianchini dell'Università di Firenze. Che è segreta. Ma nelle Università non dovrebbe esistere il segreto. Forse il prof. Bianchini ha collaborato in forma privata.

Rispondi
avatar

SALVATORE AGUSTA

circa 1 mese fa - Link

Grazie per aver condiviso quest'articolo. Uno spunto molto interessante.

Rispondi

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.