Addio, Daniel Thomases

Addio, Daniel Thomases

di Leonardo Romanelli

“Come sta Daniel”? “Mica bene sai, bisognerebbe andare a trovarlo, prima che sia troppo tardi”.

E’ sempre troppo tardi, purtroppo: Daniel Thomases ci ha lasciato stamani e questo rappresenta una vera perdita per il giornalismo legato al mondo del vino. Forse giova ricordare a chi scrive oggi di questa materia, chi fosse questo personaggio, arrivato giovane dagli USA, innamorato dei vini d’Italia, instancabile nel suo viaggiare in giro per la penisola, pur facendo base a Firenze, sempre pronto a raccontare le sue scoperte di piccoli e grandi produttori. Per più di trent’anni ha redatto la guida Veronelli, lo ha conosciuto “Gino” da vicino e forse poteva far sorridere, osservare due personaggi come loro occuparsi in maniera diversa della stessa materia, ma è stato in realtà un legame vivo e creativo.

Daniel si era laureato in lettere ad Harvard, una cultura che trasudava dai suoi scritti, intriganti e mai banali: aveva descritto i territori italiani in maniera attenta ed innamorata, facendo conoscere al popolo anglosassone una realtà spesso per loro sconosciuta. Si sentiva parte del Belpaese, del quale conosceva pregi e difetti , si arrabbiava convintamente quando venivano fatte scelte sbagliate nelle varie denominazioni, riusciva con la penna a far apprezzare il vino in maniera fisica, sembrava di  provare le sensazioni organolettiche attraverso la lettura. E’ stato corrispondente in Italia per Wine Spectator, per International Wine Cellar, per Wine Advocate;  Hugh Johnson gli affidò il capitolo sui Vini d’Italia nel suo Pocket Wine Book.

Non era un personaggio però accomodante o facile, nelle degustazioni che vedevano tutti i giornalisti riuniti, era famoso per riprendere tutti a voce alta se il brusio diventava confusione. Famosa la volta nella quale, disturbato durante una degustazione da due ignari passanti che parlavano per strada accanto alla finestra della sala, uscì per dire loro di andare a parlare altrove! Perfezionista nel suo lavoro, non aveva mezze misure o mezzi termini per dire quello che a suo dire non funzionava. I sommelier addetti al servizio erano scelti con attenzione, dovevano seguire i ritmi da lui dettati, e se questo succedeva era capace di elargire racconti bellissimi legati ai produttori dei vini che stava assaggiando: altrimenti non lesinava rimproveri veri.

Amava la convivialità, stare con lui a tavola era divertente,  quando raccontava aneddoti e partiva con una risata contagiosa diventata popolare, trascinava davvero tutti. Spiace come sia avvenuta l’uscita di scena, in parte isolato da tutto il mondo che aveva frequentato a lungo, ma è importante che non vada perduta la sua lezione, fatta di attenzione, precisione, maniacalità negli assaggi  e tanto amore per il suo lavoro e questa terra: il suo ingrediente segreto per alimentare una passione sfrenata.

La terra ti sia lieve, ma non lo sarà il ricordo che lasci a noi.

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Leonardo Romanelli

“Una vita con le gambe sotto al tavolo”: critico gastronomico in pianta stabile, lascia una promettente carriera di marciatore per darsi all’enogastronomia in tutte le sfaccettature. Insegnante alla scuola alberghiera e all’università, sommelier, scrittore, commediografo, attore, si diletta nell’organizzazione di eventi gastronomici. Mescolare i generi fino a confonderli è lo sport che preferisce.

5 Commenti

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gianpaolo zerioli

circa 2 anni fa - Link

C'è dolore nella perdita di un uomo capace di dare emozioni e certezze nel nostro mondo troppo spesso fatto di poco o quasi. Di solito ci si dimentica un po' di tutto perché proiettati a cose nuove, ad emozioni nuove. Daniel Thomases è stato un grande scrittore e un piacevole compagno di viaggio in questo meraviglioso mondo. Il mio ricordo più vivo è stato lavorare con Daniel nel Master di Ca Foscari a Venezia dove intorno a noi c'erano 30 tra ragazzi e ragazze a cercare di comprendere il mondo del vino e a degustare sotto la nostra guida stupendi vini Umbri. L'idea di portare la sicilia alla corte degli Zar e scrivere un libro insieme a 4 mani. Brinderò a Daniel aprendo la migliore bottiglia possibile. Cin Ci amico mio e di tanti. Buon Viaggio la mia preghiera è per te. Paolo Zerioli

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Antonio c

circa 2 anni fa - Link

Ho avuto la fortuna di affiancare Daniel in tante sessioni di assaggio, una grande sensibilità abbinata ad una modestia non comune. Riposa in pace

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Mauro

circa 2 anni fa - Link

Un vero grande uomo. Ci mancherà

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Tommaso Ciuffoletti

circa 2 anni fa - Link

Eravamo vicini di casa, ma lo conobbi a Sicilia en Primeur. Al banchino dell'azienda per cui lavoravo non è che si fermassero troppi giornalisti e la proprietà mi incalzava perché immaginava che dovessi prevelarli a forza e fargli assaggiare i nostri vini. E mi ricordo il fastidio che mi dava rincorrere anche chi mi trattava più o meno come una cacchetta dall'alto di meriti ai più ignoti. Lui invece era laureato ad Harvard, aveva collaborato con Veronelli e scritto per Robert Parker. Veniva al banchino, si sedeva, rideva e mi faceva subito sentire amio agio. Dei vini parlava, ma come parlava di mille altre cose. Compresa la politica e mi ricordo che gli raccontai dei miei umili trascorsi coi Radicali, con Marco Pannella e lui che rideva e approvava. Poi lo rincontrai qualche volta vicino casa, a Firenze, in San Niccolò. Un signore. Un gran signore. Così credo sia giusto ricordarlo sopra ogni altra cosa.

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Stefano Cinelli Colombini

circa 2 anni fa - Link

Era l'ultimo di un tempo diverso, quello in cui uomini di cultura scrivevano di vino. Mario Soldati, Hugh Johnson, Gianni Brera, Burton Anderson, Luigi Veronelli e pochi altri erano diversissimi tra loro, e ogni tanto prendevano cantonate mostruose. Perché magari la tecnica non era proprio il massimo. Ma la cultura che sapevano tirare fuori da ogni dettaglio era talmente affascinante che dimenticavi ogni cosa. Oggi abbiamo tanti agitatori di bicchieri, tanti redattori di punteggi e tanti analizzatori dei legni più diversi, ma la cultura si è persa. Sia tra i giornalisti che tra i produttori. Non so se questo sia un bene o un male, però confesso che mi piacerebbe leggere un trafiletto di Filippo Daverio dove un calice di Brunello si mescola a un'aneddoto del Sassetta che ne ritrasse le vigne. E così addio, sorridente gaudente e confusionario Daniel.

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