A vin di bene, il vino per i bambini di suor Donatella

A vin di bene, il vino per i bambini di suor Donatella

di Massimiliano Ferrari

Questa è una storia che racconta di una vigna lillipuziana racchiusa fra ringhiere, balconi e grigi cortili di un edificio cittadino, dell’aiuto inaspettato che i frutti di quella vigna possono portare a quasi 4.000 chilometri di distanza e di come una bottiglia di vino possa diventare un volano in grado di generare solidarietà e comunità. È un racconto fatto di gesti semplici ma non banali, di grappoli forse non perfetti ma che crescono ostinati nonostante cemento e asfalto gli assedino tutt’intorno, è la storia di un vino che respira nella spartana cantina di una palazzo ma è anche la storia che mi ha raccontato un uomo che ha pensato che del semplice vino potesse portare gioie che non fossero solo quelle dell’ebrezza alcolica. Quindi si astengano dalla lettura i compulsatori di punteggi e classifiche o gli adepti di descrittori e sentori, qui troveranno poco o nulla di loro interesse.

Qui c’è solo il resoconto di una vigna minuscola che piuttosto che lasciarsi morire ha pensato di rendersi utile. Ma andiamo con ordine.

La vigna di cui sto parlando è l’ultima superstite dell’Oltretorrente, storico rione urbano della città di Parma. Piccola digressione per i non avvezzi in cose parmigiane.

L’Oltretorrente è qualcosa di più che un semplice quartiere per chi c’è nato e cresciuto, è uno stato mentale prima di essere uno spazio urbano, è un assembramento di vicoli e borghi, case colorate e stretti cortili che tutt’oggi resiste  con fatica nel mantenere un’identità personale. Culla della parmigianità un tempo, oggi teatro di un difficile integrazione fra immigrati e gente locale.

È qui che nell’agosto del 1922, caso unico in Italia, un insurrezione popolare tenne testa con successo all’intervento degli squadristi intenzionati a spegnere lo sciopero indetto contro le violenze fasciste e l’indifferenza dello Stato verso quest’ultime. Ma non solo questo. È la memoria popolare di una città, coscienza proletaria e stracciona contrapposta alla fastosità che avvolge invece il centro storico che da sempre guarda con snobismo smorfioso alle cose che succedono al di là del torrente Parma, confine naturale e non solo fra le due anime di questa città irrisolta.

Che poi chiamarla vigna può apparire quasi un’esagerazione, si tratta infatti di una decina di piante centenarie, contenute in pochi metri quadrati, dal legno duro, ruvido e scuro che si arrampicano su un pergolato come serpenti nodosi.

Il caso vuole che questa vigna in miniatura sia contenuta all’interno dell’edificio dove vive il suo inaspettato custode, che altri non è che Antonio Mascolo, giornalista di lungo corso, per vent’anni direttore alla Gazzetta di Modena e, successivamente, fondatore e responsabile dell’edizione locale di Repubblica.

La vigna si trova in viale della Villetta, una tranquilla strada residenziale che da Barriera Bixio, vecchio limes urbano, conduce verso la periferia e da lì si inoltra nelle prime avvisaglie di campagna. Ho percorso pochi chilometri per farmi raccontare qualcosa su queste vecchie piante e quello che hanno germinato.

Queste viti ribelli sono lì da parecchio tempo dal momento che Antonio possiede una foto datata 1913 dove la vigna fa già mostra di sé in un contesto che di urbano ha ancora poco. “Qui era tutta campagna, ci pascolavano le pecore” mi racconta il giornalista. Oggi non si vedono più pastori né greggi, solo macchine e bus che fanno su e giù per la strada ma le testarde piante sono ancora lì.

Quella striscia di terra incastonata nel cemento rimane senza uno scopo preciso fino al 2004 quando scatta l’idea di farne qualcosa di quell’uva. “Tutti gli anni veniva raccolta ma poi non se ne faceva un granché, magari finiva sulla tavola ma di farci un vino nessuno ci hai mai pensato.” 

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Antonio durante una corsa benefica in Palestina conosce suor Donatella che a Betlemme si prende cura dei malati nell’unico ospedale pediatrico del paese, il Caritas Baby Hospital, che ha il meritorio scopo di curare bambini sia israeliani che palestinesi senza guardare da dove arrivino i piccoli malati o a quale credo religioso appartengano.

La scintilla, come da manuale, si accende da lì a poco. Perché non tirar fuori un vino da quelle vecchie piante dormienti e con la vendita delle bottiglie aiutare in qualche modo quel ospedale sospeso fra due terre disgraziate?

Antonio raccoglie presto il sostegno di amici e sodali e nel 2013 escono le prime bottiglie che a questo punto hanno anche un’etichetta con un nome, A vin di bene.

“Il primo vino è stato un mezzo disastro, fermo, gradazione alcolica alle stelle, ma le bottiglie hanno trovato comunque disinteressati estimatori.”

Negli anni successivi si aggiusta il tiro e le bottiglie trovano una loro personale quadratura del cerchio.

“È un vino che si lega bene ai piatti della nostra tradizione, cotechini ma anche salumi come la mortadella.”

Alla mia domanda da nerd a quali varietà corrispondano le viti custodite nel suo cortile, la mia guida risponde circospetto, c’è del Lambrusco sicuramente ma di quale tipo non si sa, poi della Malvasia di ignota origine e della Termarina nera, antica varietà di uva rossa dal copioso contenuto zuccherino, della quale si rintracciano tracce solo nell’areale parmense e già negli anni Settanta ne tesseva le lodi anche Gino Veronelli.

Queste solitarie viti rappresentano le ultime tracce di un passato contadino che aveva un forte radicamento anche nel tessuto urbano. Antonio mi racconta che agli inizi del Novecento nella vicina via della Salute quasi ogni casa aveva un fazzoletto di terra dove l’uva veniva coltivata per farsi il proprio vino. Negli anni successivi più che la sete ebbe ragione il decoro urbano e le viti vennero espiantate per far posto a selve di insulsa edera e di ordinate siepi sempreverdi.

È un mistero anche per il loro guardiano come queste viti siano sopravvissute e continuino a produrre nonostante l’ambiente non propriamente idoneo per una pianta esigente come la vitis vinifera. Qui a trenta metri c’è l’aquedotto e penso che questa vicinanza non sia da sottovalutare. Qui, dove stiamo camminando, una volta era tutta campagna, una mezza zona paludosa e probabilmente esistono ancora delle piccole sacche d’acqua qui sotto, mi spiega Mascolo. L’unico rischio che corre questa uva cittadina sono gli uccelli che ne sono attratti in maniera vorace.

Per vedere la cantina dove viene prodotto questo vino solidale basta fare una decina di passi, girare l’angolo, percorrere il cortile per arrivare ad un piccolo garage-ripostiglio dove trova spazio un contenitore in acciaio inox in cui attualmente fermentano i 350 litri dell’ultima vendemmia. I francesi li chiamano vin de garage, qui diventano vini d’angolo. Mentre sotto, mi dice Antonio, c’è la cantina dove abbiamo tutto il necessario per imbottigliare.

Le bottiglie che negli anni sono state prodotte sono un numero confidenziale, vendute in qualche fedele bottega limitrofa, attraverso un paio di aste, ma in alcuni casi ci sono state vere e proprie richieste come quella di un’azienda che ne ha volute una cinquantina da regalare ai dipendenti per Natale. Le bottiglie negli anni si sono assestate su una produzione di circa 150, 200 bottiglie. L’ultima vendemmia ha visto il contributo di un pò di uva di un amico che ha una vigna sulle colline parmensi per far fronte alle richieste che aumentano di anno in anno.

Il vino prodotto gira, segue percorsi tutti suoi, ospitato in piccoli negozi di quartiere, viene regalato, omaggiato, diventa quasi un bootleg enologico da avere.

E così da quello che poteva sembrare agli inizi un esperimento, quasi una scommessa, acquista valore reale tanto che, ad oggi, Antonio mi dice di aver raccolto quasi 100.000 mila euro di donazioni tutti finiti a far crescere un piccolo miracolo in Terrasanta.

Ma c’è un altro aspetto che interessa in questa storia ed è la creazione di una piccola comunità solidale e della nascita di una rete sociale locale che ha dato una mano perché il progetto A vin di bene si perpetrasse negli anni. E così le etichette sono fornite gratuitamente, le bottiglie comprate a prezzo scontato, il tino in acciaio è gentile prestito di qualche amico, la vendemmia è una celebrazione che chiama a raccolta amici e conoscenti, simpatizzanti e semplicemente persone che vogliono dare il proprio contributo.

Il momento della vendemmia, sorride Antonio, diventa una festa, c’è partecipazione, c’è gente che mi chiama per dare una mano, queste sono piante dalla vigoria impressionante e una mano in più fa sempre comodo.

Ad aiutare Antonio a muovere i primi passi in questa avventura c’è stato Lucio Rossi e anche qui sono necessarie due parole a beneficio dei forestieri per inquadrare il personaggio. Lo stesso Mascolo in un bel profilo scritto qualche tempo fa lo definiva atlante parmigiano, raccoglitori di istanti sia con una macchina fotografica che con i propri occhi.

Lucio Rossi è un portolano in carne, ossa e barba di cos’era l’Oltretorrente, delle sue genti, delle sue osterie, fotografo che ha vinto premi e riconoscimenti a destra e manca, memoria storica di quest’angolo di città, ma anche infaticabile affabulatore di racconti, storielle e barzellette, registratore umano di un mondo piccolo di guareschiana memoria. Una figura che ogni città si meriterebbe di avere o almeno di essere raccontata dalla sua voce.

Ma Lucio Rossi è anche artigiano del vino per proprio conto e diletto, produttore di acciughe e olio. Ma non finisce qui. Attore, cantante, funambolico saltimbanco che con uno spettacolo dedicato ad una delle strade simbolo di questo Oltretorrente, “Via Nino Bixio” il titolo, ha fatto ridere e pensare, ricordare e commuovere.

È lui che ci mette quindi la maruga, la testa in vernacolo locale, per mettere in bottiglia il frutto di quella vigna che ora ci sembra meno disgraziata.

Non ci sono protocolli di vinificazione o accorgimenti enologici usati per tappare questo vino. Tutto viene fatto in maniera molto lineare, si vendemmia, si fa fermentare il succo per un certo periodo di tempo e poi si imbottiglia. stop. Qui i solfiti si usano solo per pulire le macchie fatte dall’uva raccolta, ironizza il creatore di questo riuscito ponte fra enologia domestica e solidarietà reale.

Non voglio rubare altro tempo al mio ospite e poi ho fretta di fermare su carta tutto quello che mi ha raccontato Antonio, la storia di A vin di bene è troppo bella, mi dico, per non essere raccontata a dovere ed è quello che cercherò di fare. Quindi, stringendogli la mano, prometto ad Antonio di scriverci sopra qualcosa e di venire a dare una mano per la prossima vendemmia. Lui mi mette in mano due bottiglie scure con un’etichetta che ormai ho imparato a conoscere e mi dice di fargli sapere come trovo il vino. Ne apro una la sera stessa ma credo che quello che penso io del suo vino sia la cosa meno importante di tutta questa storia

Esco quindi in strada, faccio qualche passo e mi giro a cercare con lo sguardo questo piccolo scherzo vegetale, questo ossimoro fatto di foglie e grappoli, c’è una siepe alta che la nasconde alla vista e ho come la sensazione di aver assistito ad un incantesimo, una visione che ora sembra scomparsa. Ma, in effetti, una vigna fra i palazzi di una città sembra proprio uno scherzo. Fortuna che ci sono le bottiglie di A vin di bene che stringo in mano a rincuorarmi che è tutto vero.

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Massimiliano Ferrari

Diviso fra pianura padana e alpi trentine, il vino per troppo tempo è quello che macchia le tovaglie alla domenica. Studi in editoria e comunicazione a Parma e poi Urbino. Bevo per anni senza arte né parte, poi la bottiglia giusta e la folgorazione. Da lì corsi AIS, ALMA e ora WSET. Imbrattacarte per quotidiani di provincia e piccoli editori prima, poi rappresentante e libero professionista. Domani chissà. Ah, ho fatto anche il sommelier in un ristorante stellato giusto il tempo per capire che preferivo berli i vini piuttosto che servirli.

8 Commenti

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Lanegano

circa 4 mesi fa - Link

Sono di Parma da almeno cinque, sei generazioni. Nato e cresciuto in Oltretorrente. Grande appassionato di vino. Per me, ovviamente, questa storia è bellissima e molto 'parmigiana'. O almeno della Parma e dell'Oltretorrente che ricordo. Grazie.

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Sancho P

circa 4 mesi fa - Link

"Ma a Parma, non si passa, Parma è un'altra storia" Saluti a pugno chiuso

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Sancho P

circa 4 mesi fa - Link

"Balbo t'è pasè l'atlantic ma mica la pe'rma"

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Lanegano

circa 4 mesi fa - Link

L'abbiamo aggiornata recentemente cambiando il personaggio.... :)

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Sancho P

circa 4 mesi fa - Link

Grandi. C'è una piccolissima azienda che produce Barbera e Timorasso, si chiama proprio Oltretorrente. Assaggiata qualche anno fa da Tiziana Gallo a Roma, ma poi non ne ho più avuto modo. Credo siano distribuiti comunque da un catalogo importante.

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Massimiliano

circa 4 mesi fa - Link

Si, è un’azienda del Monferrato, vini di bella espressione. Assaggiato un paio di volte il Timorasso dall’acidità taglialingua. Sono distribuiti da les Caves!

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Bartolo il Monzese

circa 4 mesi fa - Link

Un grazie e un abbraccio a chi ha scritto l'articolo e a chi lo ha commentato

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marcow

circa 4 mesi fa - Link

Non è un "prodotto" dello "storytelling", quelle "narrazioni" create dal marketing che riempiono molte pagine del Web. È una Storia Vera e molto Bella. Oltre a distinguere un aroma da un altro, oltre a dare un nome ad un aroma, alleniamo i nostri "sensi" a distinguere la fuffa dalle cose belle e autentiche che leggiamo sul Web. Questa storia è anche magnificamente "narrata".

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