Tutti i Grandi Borgogna possibili del Domaine Fourrier a Gevrey-Chambertin

di Emanuele Giannone

C’era una volta Helsinki. C’era una volta il piccolo ristorante francese a Eira, il quartiere Jugendstil e forse il più classicamente bello, quello che sparuti cinefili potrebbero conoscere per una tra le prime commedie di Aki Kaurismäki. C’era una volta un avventore senescente alquanto, sempre solo e sempre in grigio, addetto rotondetto dell’Ambasciata di Francia con capigliatura e tintura oltremodo improbabili, abituale chiaramente e al punto che il propriétaire gli custodiva una piccola cantina personale.

C’era una volta la settimana nella quale la temperatura si ostinò a non segnare più di quindici gradi sotto zero, ma nel buio dei miei passaggi mattutini in tram casa-lavoro il termometro-cimelio di Hakaniementori, probabile sottoprodotto dei nostri tabelloni da stadio anni ’70, segnò anche -27 °C.

Proprio in quella settimana di paraorecchi, scivoloni e galaverne, Monsieur Antoine, l’attaché peggio coiffé al mondo, sedeva una sera solitario; e, magnificandolo insieme al proprietario, beveva Fourrier. Non ricordo quale fosse il vino ma il nome del Domaine, grazie anche all’assonanza con quello d’un violoncellista monumentale, artefice di una storica incisione delle Suites bachiane, mi è rimasto in mente attraverso anni e termometri, fino a quando ho iniziato a riscoprirlo, amarlo e celebrarlo molto inter pocula. Monsieur Antoine (R.I.P.) me ne concesse un assaggio e fu una piccola svolta. Nel complesso gliene devo svariate, ricorrenti ora in lampi e paramnesie, ora in tracce indelebili e sinestesie: Jadot, Château Rayas, William Fèvre, Château de Pibarnon, Clos Rougeard tra le altre – il meglio che io seppi offrirgli in cambio, povero lui, fu qualche turbo-toscano.

A Giancarlo Marino, veritable and understated burghound capitolino, devo invece l’accesso a una panoplia di Fourrier che difficilmente avrei visto qui da noi in unica soluzione. Per me una gioia, per voi le note con le quali tento di significarla.

Tout le Grand Bourgogne possible.
Jean-François Bazin guarda a Gevrey-Chambertin come all’ouverture. Quel che viene prima è solo prova di un’orchestra che qui, finalmente, «… affida cuori e corde alla bacchetta del Pinot Noir… », sospesa nel silenzio momentaneo che precede l’attacco; e che nelle prime note precorre con accento lieve, infinitamente sottile, tutti i temi che archi, legni e ottoni svilupperanno con dovizia di note attraverso l’intera Côte. L’inizio è adagio cantabile  e procede dal castello alla combe de Lavaux. Qui si avverte il primo cambio d’andamento: i premiers crus hanno timbro e colore delle brecce, di detriti di falda e fanghi rossi dilavati dall’altopiano, depositati su una coltre di marne argillose ricche in conchiglie fossili; sostrato che dona al vino tutto il suo corpo, la sua splendida consistenza. Tra Clos Saint-Jacques, Cazetiers, Clos de Varoilles, Estournelles-Saint-Jacques almeno il primo meriterebbe il massimo riconoscimento. Sul versante esterno della combe l’esposizione è a pieno sud, il tempo rallenta in un largo effusivo. Occorre superare la frazione di Planteligone per ritrovare l’affaccio a Levante, il migliore, un tempo più rapido e con grande espressione. Oltre questa pausa si va verso un inno alla gioia, con i ceppi a far da voci del coro e tutta l’orchestra a sostenerli. L’inno è Le Chambertin[1], vino imperiale, ovvero “tout le Grand Bourgogne possible[2].

Gevrey-Chambertin 2011 Vieille Vigne.
Jean-Marie Fourrier, l’uomo al comando dal 1995, spiega a Clive Coates[3]: «Trovo che il mio modo di fare le cose – non forzare l’estrazione, non alzare la temperatura alla fine della fermentazione, mantenere l’anidride carbonica, non esagerare con il legno – risulti in tannini più nobili e un frutto più fine e complesso». La chiosa di Coates è indicativa: «The result is precision». Della precisione risultante questo vino è il primo e più immediato indicatore: da vigne del settore a Nord, verso Brochon, è un piccolo campione in erbe e fiori, tra sottigliezze (menta romana, giacinto, aloe) e presenze più carnose (germogli, cardo) oltre a ciliegia e cassis fondamentali. I tratti più aerei sono ben assiemati a quelli più scuri e ponderali di terra, ferro e roccia. La progressione gustativa esalta la freschezza primaria del frutto e con essa la partecipazione gustativa e la bevibilità. Un’interpretazione autentica e consapevole di questo territorio.

 

Gevrey-Chambertin Premier Cru Clos St.-Jacques 2010 Vieille Vigne
La parcella misura 0,89 ha, confina con quella del Domaine Rousseau e l’impianto data al 1910. Vino di grande varietà e finezza, nitide fin dal primo approccio. Il frutto è una serie di variazioni sul rosso, tutte rese con grande precisione e immediata freschezza. Note delicate di arancia, anguria ed erbe ad arricchire un insieme unitario, culminante in una chiara traccia minerale. La stessa si ritrova al gusto, apre e conduce lo sviluppo in eleganza. Grande precisione e pulizia nei dettagli (ad es. frutti rossi, il loro vivo slancio acidulo) ma a colpire è la sensazione globale: grazia e slancio calibrati, congiunti, che infondono un senso di delicatezza “piena” ed energica alla progressione. È la souplesse letteralmente intesa: la flexibilité de la consistance. Presenza e persistenza tattili: un tratteggio fine ma di grande presa al palato, volumetrico, pulito. Profondità minerale e ritorno del frutto (fragola, gelatina di ribes, Rote Grütze). Se secondo Coates la precisione è la cifra dei migliori vini dell’appellation, per questo vino fa testo la definizione offerta da un altro esperto per questo premier cru: vino completo e magistrale.[4]

 

Gevrey-Chambertin Premier Cru Cherbaudes 2009 Vieille Vigne
Generoso, espressivo, persino giunonico. Di una pienezza che tuttavia non ispira peso o mancanza di tono, tutt’altro: è polpa e nerbo, rotondità che affascina e accoglie. Queste parti ponderali, segni caratteristici del cru insieme alle note olfattive di terra, lampone e ferro dolce, e con quelle ulteriori d’acqua di rose, geranio e metallo caldo, risultano intimamente coese; risultano, soprattutto, condotte e mosse dalla regola d’una freschezza di fondo, fine e soffusa. La progressione gustativa è agile e coinvolgente, punteggiata di piccoli, succulenti frutti rossi, compresa di una traccia minerale scura, terra e ghisa, che si afferma in persistenza. Ritmo e cadenza a cura di tannini incisivi, robusti, comunque saporosi e maturi.

 

Griotte-Chambertin 2008 Grand Cru Vieille Vigne.
Un florilegio soave. Più che dalla ciliegia selvatica (griotte) così chiara all’olfatto, il nome deriva probabilmente da criotte, quindi gessetto, o ruottes, i ruscelletti, o ancora da grillotte, con riferimento agli effetti del sole; ma la griotte si riconosce effettivamente oltre le facili suggestioni da nomen-omen ed è intensa, sublime ed essenziale: concorre in una gloria di frutti rossi, peonia, creta, gomma pane, pasta di mandorle, polvere di gesso, inghirlandata di sottili tracce balsamiche. L’apparato è ricco, ben espresso in unità e profondità, vivificato da un senso di freschezza che precede il piacere dell’assaggio e poi lo informa a slancio e grazia: ciliegia, buccia di pesca, rabarbaro candito, rosolio, arancia rossa e radice di liquirizia. Persistenza lunga, sublime per varietà e levità dei dettagli retro-olfattivi. Lieve anche il passo dei tannini, delicati e avvolgenti.

 

Gevrey-Chambertin Premier Cru 2007 Combe aux Moines 2007 Vieille Vigne
Energia paradossa, fusione fredda. Dissimulata e affilata nell’immaginario compendio di bacche acidule, cola, ruta, fiori amari, pioggia, altre amarezze e apparenti freddezze d’impronta minerale, tra magnesie e ardesie e risorgive. Compongono un naso atlantico, nel doppio senso di nuvolo ed eroico, significativo di un’annata che aprì la primavera accalorandosi e presto finì per accumular cumulonembi, settimane di nuvole e piogge insistenti. L’ingresso è polarizzato su durezze emergenti e sulla resa latente del frutto. In progressione, tuttavia, il vino innesta un altro rapporto e al centro della bocca è già disteso, scoperto nel suo vero sembiante: contribuiscono a questo il soffio alcolico, il ferro, il frutto croccante e la nota terrosa. Più ancora contribuiscono consistenza, pienezza e vigore. Animo un poco rustico, così come il tannino, ma entrambi avvolti in stoffe calde e comode.

 

Gevrey-Chambertin Premier Cru Les Goulots 2006 Vieille Vigne
Intensità unita a finezza, dote che questo cru non sempre incarna. Proiezione verticale, approccio agevole per la chiarezza e l’affiatamento dei profumi: arancia rossa, lampone, sciroppo di granatina e radice di liquirizia, oltre alle ricercatezze della verbena e della rosa canina. Sorso appagante per verve e leggerezza: fresco, fluente e sapido in progressione, ricco di riferimenti floreali (glicine, iris) e fruttati (visciola, prugna matura). Finale su note prevalenti di fragola in confettura, cioccolato, canfora e mandorla dolce.

 

Volnay 2011 Clos de la Cave Jean-Marc Bouley.
La sorpresa del simposiarca alla fine del simposio. Con finale a effetto: scena conclusiva, uno degli attori non protagonisti nomina un vigneron. Pochi attimi dopo, metonimica epifania, ecco giungere da fuori campo una sua bottiglia. Naso intenso, pieno ma non esondante. Con l’evoluzione va guadagnando in calibratura, equilibrio e discrezione. In bocca è carnoso ma agile, gestisce la dinamica misurando materia e slancio. Simmetrico. Struttura e tannini salienti, non grezzi. Un Volnay altro da quelli che esprimono eleganze sublimate, fatte di finezze e delicatezze. Questo è pieno e lento, ancora contratto e ritroso, ma buono.

 


[1] Questo terzo paragrafo è liberamente tratto da Jean-François Bazin, Le vin de Bourgogne. Préface d’Aubert de Villaine. Dunod, Paris 2013. Pagg. 74-76.

[2] Definizione del poeta Gaston Roupnel.

[3] Le parole di Jean-Marie Fourrier sono riportate da Clive Coates nel suo testo, The Wines of Burgundy, e integrate sul suo sito alla pagina http://www.clive-coates.com/tastings/domaine/fourrier.

[4] Jasper Morris, Inside Burgundy. Berry Bros. & Rudd 2010.

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

6 Commenti

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andrea jermol groppi

circa 7 anni fa - Link

Pierre Fournier chi? Qui si celebra tale Eddie Vedder. Pecchi di hubris, provocherai lo fzònos zeòn. Grazie ancora

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Emanuele

circa 7 anni fa - Link

Oddìo no, ti prego. Gli dèi no. Tafani, massi che rotolano in eterno, aquile che rodono il fegato...

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andrea jermol groppi

circa 7 anni fa - Link

Roba vecchia quella, e poi Tantalo, Prometeo e compagnia bella l' avevano combinata veramente grossa. No, qui semplicemente nessuno commenta il tuo post :) In ogni caso meglio il vino che l' aquila. :):)

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Emanuele

circa 7 anni fa - Link

Forse perché anche il post è tutta roba vecchia. A cominciare da quel cofanetto Archiv con l'incisione di P.F., passando per un cineasta finnico, per finire con il ristorante che non c'è più: che cosa ce ne facciamo oggigiorno di un nostalgico-analogico? E poi che cosa c'entra quest'anticaglia col vino? Grazie del passaggio ;-)

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andrea jermol groppi

circa 7 anni fa - Link

Potrei dirti che le radici sono molto lontane dall' acino ma senza di esse la pianta muore. La maggioranza per valutare l' acino si ferma al raspo, ma se conosci le radici la vita ( lapsus: il vino ) la apprezzi diversamente. A casa mia l' Archiv di PF non l' avevo, solo Kirkpatrick...le suite per violoncello le ho scoperte più tardi attorno ai dieci anni; la sua cura per il suono l' avevo già apprezzata con Schnabel nelle sonate op 5 e op 102. Ho l' impressione che ci piacciano gli stessi vini.

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Emanuele

circa 7 anni fa - Link

È probabile. Forse piacciono anche a te i vini-Du Pré.

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