Trilogia Goriziana #1. I vini a geometria variabile di Aleks Klinec

di Emanuele Giannone

Les vignes du Seigneur. L’amante del vino, ha scritto un savio e non sobrio canadese, est un être errant qui recherche dans les vignes du Seigneur son paradis perdu. Essere nelle vigne del Signore è un’espressione idiomatica francese che descrive con indulgenza lo stato di ebbrezza, celiando sull’immagine neotestamentaria del buon cristiano e del Regno di Dio, ipostatizzati il primo come diligente vignaiolo, il secondo come il migliore dei  grands crus possibili (Matteo 20-21). Io sono amante del vino e le immagini che vedete sono state scattate in tre vigne (e cantine) del Signore, ciò che necessariamente comporta una mia particolare disposizione d’animo verso chi le custodisce e soprattutto, non lo nascondo, un certo stato di ebbrezza.

Qui inizia la cronaca in tre puntate di tre visite e di molti assaggi, la dovizia dei quali travolse le alme innocenti dei rispettivi seguiti e quelle, decisamente meno innocenti, del laico istroveneto e mia. Si tratta per lo più di vini già fatti, o almeno già nati, ma non ancora apparsi in società. Alcuni prossimi al debutto in vetro, altri destinati a farsi attendere ancora.

Aleks Klinec (Medana, Goriška Brda). C’è un sale particolarmente buono che un vignaiolo da poche bottiglie per anno estrae da strane saline, strenue e nodose, assecondando e non indirizzando identità e variazioni espressive, fondamenti e accidenti. Lui mette l’umana sapienza al seguito di ciò che la precede: il suo modo di operare è, per così dire, la previdenza a servizio della Provvidenza. Quel che distingue e accomuna i vini è la geometria variabile, la non-taratura del suo intervento, l’eguale capacità di renderne, nel nome del sale, le ineguali essenze.

Medana era un vecchio avamposto come tanti, presidio di frontiere futili eppure pervicaci, tipico prodotto dei peggiori spiriti europei: sclerotiche e arcigne come il cipiglio e la retorica di quelli che solevano giocarsele puntando a sangue. Oggi come mai obsolete. Medana è ora la campana dei centocinquanta rintocchi a suonare il giorno, e dubito che ne troverò mai una più assidua. In una qualsiasi parrocchia di Roma, mia città santa, cattolica e apostolica, l’avrebbero tirata giù a colpi di lanciagranate dopo due giorni. Medana è il borgo natio di Alojz Gradnik, poeta e intellettuale di vaglia, valentissimo traduttore: Dante e Leopardi, ma anche Tagore e lirici cinesi. A guardarla da un altro groppo, Medana è soprattutto un pugno di case e cantine, trapunte su pieghe e piani che verdeggiano nel bianco della stagione infuocata, seguita senza mediazioni a quella affogata in piogge a fiumi: le piogge che ad Aleks Klinec hanno estorto un tratto di vigna più vecchia, rovinata col terreno che si ammassava su uno sdrucciolo di ponca. Cionondimeno lui coltiva la memoria del concittadino illustre e, anche quando potrebbe sentirsene tradito, le stagioni insiste a tradurle: parla otto lingue, quattro delle quali materne, due pianificate (gli esperanto, i Volapük, insomma i blend), una nuova e una morta. Iniziamo da quella: Chardonnay 2003, ultima annata in purezza prima che le uve rientrassero nell’uvaggio bianco, il Quela, a sua volta dismesso nel 2005 per dedizione agli autoctoni. Consiglio in itinere: chi ancora possedesse qualche bottiglia di Quela 2005, se lo tenga stretto. Lo stesso potrebbe dirsi di questo 2003 che è precisione e compostezza: senza fronzoli o fumisterie, cascami legnosi o profumerie. Fresco, sapido, nitido nei richiami a sasso e cedro, acqua di fiori, scorze di agrumi candite, pesca; continuo e sostenuto nella progressione, ben diffuso nella coda cremosa, gessosa e di frutta gialla matura. Ma secondo il suo artefice è un vino d’altri tempi, di integrità certa e incerta identità. Non è lingua materna, per questo è passato. Cassato.

La lingua madre è altrove, ad iniziare dalla Ribolla di qui che, nelle versioni migliori, rende polpa e ponca immediatamente, senza studiare declinazioni e flessioni, facendolo addirittura per onomatopee acute e stridenti, quasi elettrificate, o terrose e gutturali. Riassaggiata la 2009, travolgente per il tanto slancio unito a tanta sostanza, vibrante ma ben articolata nello sviluppo. Per lunghezza e presenza le potrebbe risultare superiore la 2011 (in botte), la cui impressione tattile e minerale (selce, sale) è già diffusa e durevole, vera potenza in sospensione, ancora da svolgersi al gusto ma consistente e fitta nella trama. La 2010 (di prossimo imbottigliamento) è indicativa nel restituire note erbacee (erba tagliata, cardo, rucola, carciofo) e floreali riconducibili alla varietà e alle sue interpretazioni migliori, sullo sfondo di un’istantanea e cruda freschezza. Più asciutta e nuda, lascia così spiccare l’essenza acida e il carattere fervido e nervoso, lo stesso che in una 2012 (in botte) compatta, spessa e chiusa fino all’anosmia si annuncia in una staffilata lungo la lingua, nella sua eco attonita in tutta la bocca percossa, in un profluvio di sale. Un mustang e poi un maroso.

Riassaggiati anche Jakot 2007 e 2009: li accomuna una solida base sapida a connotare il gusto. Sopra a quella, ben ordito, il resto. Nel 2007 il frutto è più carnoso e succulento (percoca, mela cotogna, mirabella, gelso bianco, papaya, canditi), la dote speziata e aromatica più ampia (salvia, fieno greco, ginestra, zenzero, artemisia), eppure il ritmo della progressione è anche più serrato che nel 2009. La componente salina è parimenti articolata (da sale rosso ad alga, da mollusco a tofu), l’acidità più svettante nel seniore, sottesa e dolce nel minore che pertanto si presenta e procede più rotondo e caldo ma conclude ugualmente netto, grazie soprattutto alla qualità – leggasi grana, diffusione e misura nell’estrazione – dei tannini: si noti, in proposito, che rispetto alle annate precedenti Aleks ha ridotto per tutti i suoi vini la durata delle macerazioni, senza affatto perdere in spessore, presenza e impressione tattile. Il 2010 riposa in acciaio attendendo la bottiglia: la vena di sale e intorno mandorla dolce, mare, albicocca, più in profondità muschio, lavanda e felce. Diritto e composto, più svolto e accessibile del 2011 che ancora riesce a comprimere e celare la sua carnosità (salvo per cenni a cardo e pesca gialla), ma già impressiona già per il sottofondo: tannini e sale e le loro battute isometriche. Più che un sottofondo è una figurazione ritmica alternata tra pianissimo e fortissimo. Zigrino e velluto. Traccia tattile e timbro minerale di persistenza inusitata.

Ai primi due autoctoni fa da controcanto in acuto la Malvazija, che nella versione 2010 già dischiude al naso un bouquet complesso e di viva freschezza, insieme a cedro, mandarino, gelso, tiglio, agave e vetiver. Sorso anche qui succoso e sapido, che terge la bocca e infonde la voglia di bere. Beva agevole, piena e sensuale (come già lo fu nella 2007), da concerto campestre o colazione sull’erba (a voi la scelta, sono entrambi al Louvre). La 2011 ripete il tema della vendemmia precedente in una chiave più estroversa, calda e solare, mentre la 2012 promette finezza e variegate freschezze di agrumi anche sotto il velo odoroso della fermentazione. Entrambe ostendono il solito, sano, disteso strato sapido.

Intermezzo per la lingua nuova. Il Pinot Grigio, chiamato Gardelin, è l’accessione più recente. All’apparenza è il più disimpegnato, snello e distaccato del quartetto: si presenta di solito più ridotto ma si netta dopo breve ossigenazione, mantenendo il riserbo: solo cenni a fragola, cera, cenere, sorba e rose passe. Il sorso spiega che la sua pacatezza è sinonimo di equilibrio: la grande freschezza e la presenza minerale mascherano letteralmente il contenuto alcolico, che è il maggiore tra i bianchi di casa; la tensione è meno intensa che negli altri ma continua e giusta, funzionale alla trama e al carico di estratti. Il corredo polifenolico, infine, testimonia della saggezza nel gestire le macerazioni: tannini morbidi, foderanti e precisi. Delle tre prove la 2010 (pronta per l’imbottigliamento) è la più minuta e ha profumi di pesca, gelso nero, arancia sanguinella e buccia di mela, tenui e invoglianti. Più carattere e maggior intensità nella 2011, che amplia il corredo fruttato e spicca per lunghezza della progressione gustativa. Molto riservata e in promettente evoluzione la 2012.

L’ultima lingua madre è la più complessa. È quella dal lessico e dall’inventario fonetico più ampi. Ha suoni più caldi e profondi, altri aperti, altri ancora scabri. Mentre del Verduc 2003 restano in cantina poche bottiglie, le annate 2009 e 2012 sostano ancora in botte: impressionante l’impatto olfattivo per estensione e complessità – basterebbero le varietà di frutta a guscio, tè, fiori e miele a riempire una pagina. Parimenti impressionante è quello gustativo: il vino simula dapprima un effetto di saturazione, quindi libera energia sciogliendosi in una progressione lenta ma differenziata, caleidoscopica. Grande è la potenza, cioè l’intensità espressiva; lunga la persistenza e sorprendente per circolarità e finezza dei richiami varietali. Dell’annata più giovane spiccano la grana dura, la diffusione, le sembianze da rosso dei tannini.

Oltre il Verduzzo c’è prima Proxima Centauri, poi con un salto si arriva Sirio e infine, con coraggio e un superiore senso dell’orientamento, si può guardare alla leggendaria Delta Cephei, la stella del desiderio, una cosiddetta stella pulsante: si espande, si contrae ritmicamente e con la pulsazione muta in grandezza e spettro. Da tre anni scruto Delta Cephei nella cantina di casa Klinec, a ogni pulsazione la trovo sempre bellissima e sempre diversa da prima, ovviamente esprimo un desiderio. Delta Cephei, in verità, si chiama Ortodox 06. È selezione, vinificazione separata e assemblaggio delle autoctone d’annata, arricchita di due basi di Verduzzo 2004 e 2005. È ancora in botte (dal 2010). È una stella: ha una massa considerevole. Irradia energia. Pulsa. E soprattutto brilla di luce propria.

Non è ancora finita, i rossi vanno ai tempi supplementari.

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

13 Commenti

avatar

Giovanni Corazzol

circa 8 anni fa - Link

persona bella, luoghi belli, accesso privilegiato di cui esser grati. W Istra!

Rispondi
avatar

Jovica Todoovic (Teo)

circa 8 anni fa - Link

Bel pezzo... Di balkanica "prolissitudine". Mio babbo fiumano adorava qui luoghi e diceva che gli uomini sono assomigliano agli orsi da quelle parti grossi, burberi e spesso pelosi. Terra meravigliosa che eccelle per molte cose ma il vino, il prsut e i krapfen di dimensioni impossibili e bontà travolgente mi sembra di avere quel sapore di casa ancora in bocca anche se non ne mangio uno da più di 25 anni. Grazie

Rispondi
avatar

Emanuele

circa 8 anni fa - Link

Posso sfacciatamente invitarmi a un bicchiere di accompagnamento a una lezione/sessione breve (tua) di approfondimento sul concetto (virtù) della balkanica prolissitudine? Dove e quando?

Rispondi
avatar

Jovica Todorovic (Teo)

circa 8 anni fa - Link

Emanuele, scusami non ho visto questa tua. Con piacere. Mi sembra di capire che c'è una certa confidenza con il prode Romanazzi. Lui ti saprà dire dove mi trovi oppure potremmo incrociare i bicchieri da qualche parte. A presto, Teo

Rispondi
avatar

fabio fusina

circa 8 anni fa - Link

grande Alex, lo conosco e lo apprezzo da anni, solo un appunto credo che il Quela sia un uvaggio rosso, e' il Bela Quela il bianco, ma sono dettagli, rimane la qualita' altissima di tutti i suoi vini. un saluto fabio

Rispondi
avatar

Emanuele

circa 8 anni fa - Link

Giusto Fabio, svista mia e grazie. Di Quela parlerò un poco in una prossima puntata.

Rispondi
avatar

Francesco Romanazzi

circa 8 anni fa - Link

Caro Emanuele, prerogativa delle cose belle – se si può ancora usare l’aggettivo “bello” senza farsi fulminare dall’occhio attento dei dottori in estetica – è offrire ai sensi la quarta dimensione del possibile, quella zona sfumata e politicamente scorretta dove si incontrano gli opposti, gli inconciliabili, gli escludenti(si), dove gli ossimori prendono vita e la contraddizione ci invita nella sua cantina per un aperitivo allegro e spensierato. “Geometria variabile”, “ineguali essenze”, “polpa e ponca”, “zigrino e velluto”: tu con il tuo racconto hai messo in evidenza la capacità che questi vini hanno di abbreviare la distanza tra i contrari, tra carnoso e (ma) affilato, beverino e (ma) stratificato, dolce eppur salato. Ci ricordi che la beva può essere agevole pur restando allo stesso tempo piena e sensuale. Appunto, vini che ci permettono di usare senza problemi gli avversativi per congiungere sensazioni apparentemente divergenti ma che in fondo sanno conciliarsi con armonia, regalando piacevolezza ed emozione. E quindi articolazione, dinamica e partecipazione gustativa, coinvolgimento, e tutto quello che vuoi/volete. Poche sono le terre capaci di partorire frutti del genere, e pochi sono coloro capaci di consegnarci questi frutti nella loro espressione migliore: forse soltanto chi nasce in luoghi così segnati dal conflitto – culturale, sociale, economico, l’elenco è infinito – e da “frontiere futili eppure pervicaci”, possiede gli strumenti per restituirci tanta complessità con apparente facilità. Proprio come in piccolo avviene nella tua storia, dove parole teoricamente incompatibili riescono invece a compensarsi e a interagire l’una con l’altra, fino a rappresentare con grande plasticità una realtà produttiva spesso semplificata e riprodotta in maniera monodimensionale. Grazie per questo post, magari ci servirà per ripensare le nostre categorie percettive, o per osservare certi territori con uno sguardo meno superficiale. Un saluto.

Rispondi
avatar

Emanuele

circa 8 anni fa - Link

Semplificazione e riproducibilità: necessarie, si dice, per ragioni di efficienza. Mi può star bene ed è coerente in tutti i casi nei quali la produzione sia preceduta da modellazione e ingegnerizzazione e seguita da interventi di manutenzione programmata. La fattispecie è quella del vino-commodity, che conserva pure una sua dignità fintantoché non aggredisce significati e contenuti che non gli pertengono. La fattispecie è anche quella di un discorso sul vino ridotto a claim, segnale semplice e ripetibile, abuso e citazione a scopo mimetico, allusivo, evocativo (quindi mendace). Se sono riuscito a descrivere coerentemente alcuni vini non semplificati e a bassa riproducibilità, posso ritenermi soddisfatto. Ti ringrazio per l'intervento e per il saluto, che volentieri ricambio.

Rispondi
avatar

Francesco Romanazzi

circa 8 anni fa - Link

P.S. Rimane una questione irrisolta a proposito dello Jacot 2007: di che sa il "fieno greco"? Finora l'unica risposta plausibile me la dà il Mario Brega di "Borotalco" :) Ciao!

Rispondi
avatar

jovica todorovic (teo)

circa 8 anni fa - Link

Romanazzi alle 5 am si dorme. Ti fa male stare sveglio fino a così tardi Comunque visto che il post ha preso la piega pop/cult/demenziale ribattendo le dottole citazioni qui di Pupo, li di Brega passando per Tridimentional io citerei la TV delle Ragazze per dare la risposta a tutti gli opposti, chiari e scuri, Erose (ramazzotti) e thanatos (pe tutti)...ma sopratutto la complessita della vita..... Buona visione http://www.youtube.com/watch?v=dN7-3rptC_U

Rispondi
avatar

Emanuele

circa 8 anni fa - Link

Francesco, il fieno greco lo descriverebbe meglio Mario Brega ma ci provo: incrocia curry, fieno, creta e liquirizia. Se non basta aggiungi falafel q.b. (ma se devi aggiungerlo si fa invadente).

Rispondi
avatar

DarioSpezza

circa 8 anni fa - Link

Ho avuto il piacere di essere ospite di Aleks e suo fratello Uros (che fa dei prosciutti stratosferici) un paio di mesi fa, già lo avevo conosciuto e vendo e bevo il suo vino da un pò e lo trovo straordinario, soprattutto Rebula e Malvazija... comunque reputo superiore alla 2009 l'annata 2007, ora in esaurimento, della quale conservo gelosamente le ultime magnum di Rebula... Non mi stancherò mai di far loro i complimenti, ristorante ottimo, struttura ricettiva stupenda con piscina a bordo collina, accoglienza e sincerità commoventi, bravi tutti.

Rispondi
avatar

Emanuele

circa 8 anni fa - Link

Grande annata la 2007. Trovo tuttavia che con la 2009 Aleks abbia raggiunto una perizia e una sensibilità superiori nell'uso della macerazione. Devo purtroppo correggerti su un punto: non solo è in esaurimento la 2007, ma anche la 2009 è al final countdown (almeno presso il produttore).

Rispondi

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.