Treasury Wine Estate distruggerà bottiglie per 160 milioni di dollari. La morale tiratela fuori voi

di Antonio Tomacelli

Per quanto tu possa essere uno dei più grossi produttori mondiali di vino, 160 milioni di dollari australiani sono pur sempre una cifra mostruosa da rubricare nel colonnino “perdite” ma è proprio questo che l’australiana Treasury Wine Estate si accinge a fare. A tanto, infatti, ammonta il valore complessivo del danno provocato dalla distruzione di milioni di bottiglie presenti sul mercato americano sommato ai mancati introiti futuri. Ma a cosa è dovuta la drastica decisione? La TWE ha sovrastimato il volume delle vendite, saturando negli ultimi anni il mercato con prodotti a basso prezzo i quali, vuoi perché poco graditi, vuoi per la concorrenza di cileni e argentini, giacciono da tempo invenduti sugli scaffali dei grandi retailer americani.

Le bottiglie che saranno distrutte, infatti, sono quelle a più buon mercato che, negli anni passati, avevano fatto gridare in molti al “miracolo australiano”, durato giusto lo spazio di un mattino. Ve lo ricordate, vero? Nemmeno una decina di anni fa era tutto un inneggiare alla terra dei canguri quale modello da importare in Italia: poche cantine (o proprietà) enormi, vigneti grandi quanto la provincia di Milano e strategie commerciali d’assalto decise a un tavolo da quattro. Insomma, l’esatto contrario della vituperata frammentazione di casa nostra, fatta di microvigneti e aziende che, a stento, riescono a essere i fanalini di coda di tutte le classifiche mondiali.

La storia ha dimostrato che il modello australiano non poteva durare e, infatti, non durò. I 160 milioni di dollari di vino che andranno distrutti serviranno sia a far ripartire le esportazioni che a ottenere un notevole sconto sulle tasse, sconto che il governo americano ammette quando il prodotto viene distrutto.

È il capitalismo, bellezza: devi vendere il vecchio per poter produrre il nuovo, altrimenti ti tocca distruggerlo. Con uno sconto sulle tasse.

La morale di questa storia tiratela fuori voi. Vedrete, può essere un esercizio divertente.

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Antonio Tomacelli

Designer, gaudente, editore, ma solo una di queste attività gli riesce davvero bene. Fonda nel 2009 con Massimo Bernardi e Stefano Caffarri il blog Dissapore e, un anno dopo, Intravino e Spigoloso. Lascia il gruppo editoriale portandosi dietro Intravino e un manipolo di eroici bevitori. Classico esempio di migrante che, nato a Torino, va a cercar fortuna al sud, in Puglia. E il bello è che la trova.

6 Commenti

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gianpaolo paglia

circa 8 anni fa - Link

La morale infatti c'è, ed è che nel sistema capitalistico chi sbaglia paga, e i cocci (di vetro) sono suoi. Nel sistema "misto", come il nostro, chi sbaglia spesso non paga, e i cocci sono del contribuente UE.

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Francesco

circa 8 anni fa - Link

Si Giampaolo, ma mette anche in evidenza, se ce ne fosse ancora bisgno, che il sistema capitalistico è altamente inefficente, per dirla in termini keynesiani. Detto questo mi piacerebbe vedere il roseo Business Plan che avevano elaborato, ce ne fosse uno che sia uno che trovi poi conferma nella realtà....sempre a sovrastimare. quanto agli aiuti alla'gricoltura la pac europea impallidisce con i vari Farm Bill americani.. ciao PS bevuto pochi giorni fa un tuo capatosta 2009, grande, peccato che l'avevi già quasi tutto finito.

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gianpaolo paglia

circa 8 anni fa - Link

Scusa Francesco, ma se il sistema capitalistico è inefficente perchè un azienda privata si trova a dover svalutare il suo bilancio di $160M (in realtà il vino distrutto sarà $35M, il resto sono altre spese), cosa si deve dire del sistema nostro, dove dal 1988 al 2003 (dati europei DG AGRI) si sono spesi circa € 9000 M (esatto, 9 Miliardi di EURO) di soldi PUBBLICI, (senza peraltro ottenere gli effetti voluti sull'innalzamento dei prezzi) per la distillazione di oltre il 10% della produzione di vino europea? Io penso che il governo australiano e sopratutto i contribuenti australiani stessi possano essere giustificati se gli spunta un sorrisino all'angolo della bocca.

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Bevilacqua

circa 8 anni fa - Link

Una possibile morale è che la qualità paga, la non qualità no. E parlando di vino chi compra vino cerca innanzitutto un piacere e poi un risparmio. In altri settori potrebbe valere il contrario ma in questo caso no. E cosi per altri articoli del genere (food & beverage)

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maurizio gily

circa 8 anni fa - Link

Sempre che sia tutto vero, e che almeno una parte del vino, mentre sparisce dall'inventario delle scorte, non riappaia in Cina, mentre qualche milione di dollari finisce in un conto offshore alle isole Cayman. In effetti il capitalismo è anche questo.

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