Siam tre piccoli porcellini. Pornostar

di Fiorenzo Sartore

Chi scrive in rete sa che il titolo è importante. Il titolo serve ad acchiappare il lettore, provocare il clic, e poi, se va bene, avvilupparlo col contenuto. A me ‘sta cosa non è mai andata particolarmente a genio, purtroppo, e infatti i miei editori hanno spesso provveduto a titolare a modo loro i miei inestimabili contenuti. Questo post, per esempio, potrei intitolarlo Siam tre piccoli porcellin, ma non so se resterà nella versione finale. Vedremo.

La mia allergia al titolo acchiappagonzi è dovuta poi al fatto che la titolazione a questa maniera è volentieri farlocca. Sappiamo per esempio che basta infilare pornostar in un titolo per ottenere un boom di clic. (A proposito: questo post si potrebbe titolare Siam tre piccoli porcellini pornostar).

Ma parlando di cose hard: ci sarebbe questo articolo di WineNews che si annuncia con Ecco il podio delle cantine italiane top su internet. Classico titolo che acchiappa: e chi saranno mai, ‘sti geni della comunicazione digitale? Urge cliccare. Ma se andiamo a vedere la lista di questi comunicatori duepuntozzero col botto, cadono le braccia: c’è la miglior rappresentanza dell’industria enologica italiana. Ora qui serve fare una precisazione: io non uso il termine industria in senso dispregiativo. E’ solo un modo pacificamente descrittivo di qualificare aziende che mettono sul mercato milioni di pezzi: sono industrie. Mentre chi fa migliaia di pezzi è un produttore artigianale. Ripeto: non c’è valutazione di merito, è solo un descrittore numerico.

E allora uno dice: vabbè, perché ti cadono le braccia?

Ti spiego. Leggendo il contenuto dell’articolo (dopo aver abboccato al titolo succulento) si scopre che lo studio analizza “la presenza e le attività online delle prime 25 aziende vinicole italiane per fatturato secondo l’ultima indagine di Mediobanca”. Capito bene? Sono le cantine italiane “top” scelte tra quelle che fatturano di più. Adesso che vi è chiaro questo dettaglio, potreste per favore smettere di condividere ‘sta fuffa sui social annunciandola come se fossero davvero gli stati generali del vino italiano in rete? Perché non è vero. E’ una classifica limitata e criticabile, ristretta ai pochi big spender.

E allora uno dice: ma perché criticabile. Sta buono che ci arrivo.

Vogliamo parlare di quanto sono bravi, per dire, quelli di Mezzacorona? Hanno il maggior numero di follower. Che poi uno va a vedere chi sono, ‘sti follower, e trova una ridda di account improbabili, ma pazienza. Si continua a far passare l’idea quantitativa, come se il solo numero di follower o di like su Facebook fosse qualcosa di buono. Come se i follower non si potessero comperare (fonte). L’account twitter di una realtà industriale è solo uno dei tanti uffici stampa addetti alle pubbliche relazioni. Non ha nulla a che fare con l’elemento individuale che rende un canale sociale un valore aggiunto, dietro non c’è una persona ma un ufficio addetto alle pierre: e pare sia inevitabile, per la realtà industriale.

E allora, bisognerebbe, anche qui, che l’industria la smettesse di evocare elementi dell’artigianalità (in questo caso comunicativa) per ammantarsi di valori che gli sono estranei. Adesso ripeto la solita solfa (ormai ho un’età e mi ripeto). Io vorrei un mondo nel quale l’industriale del vino fosse in qualche misura orgoglioso della condizione di industriale, senza travestirsi da altro (e perché, poi?). In definitiva, quest’elenco di industriali, descritti come “top” su internet, non sono altro che la versione digitale di Antonio Banderas che impasta i biscotti in quel certo mulino candido.

La notizia invece è questa: i biscotti non li impasta Banderas, ma, se va bene, gli operai cocopro malpagati. E li consegnano, se va bene, cooperative di corrieri in outsourcing, peggio pagati. Quanto alle cantine su Twitter, la verità è altra. Quelli top sono i vigneron che curano in prima persona la loro socialità. Tutto il resto è fuffissima.

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Fiorenzo Sartore

Vinaio. Pressoché da sempre nell'enomondo, offline e online.

4 Commenti

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antonio C.

circa 6 anni fa - Link

E' vero quanto scrive Fiorenzo sull'effetto "acchiappapolli" delle classifiche di WS. La stessa cosa si ripropone ogni anno quando viene fuori la famosa top 100 dove uno si aspetterebbe di trovare qualcosa di veramente rappresentativo del panorama produttivo Italiano, salvo ritrovarsi i soliti vini e le solite aziende. Inoltre vorrei che WS pubblicasse accanto a questa sedicente classifica quante delle cantine in questione partecipano ai carissimi eventi USA organizzati da WS, diciamo il 70/80%!!! L'importante è dare il giusto peso a queste iniziative, un semplice evento pubblicitario a pagamento, niente di più e niente a che vedere con le reali eccellenze vitivinicole del Bel Paese.

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Luca Ferraro

circa 6 anni fa - Link

Un industriale cerca di definirsi vignaiolo per non perdere fette di mercato. Punto

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Fiorenzo Sartore

circa 6 anni fa - Link

Vero. Come scritto altrove, io comprendo che, soprattutto in questo periodo, si cerca di tenere le quote di mercato in ogni modo. Il mio punto di vista, credo, è destinato a restare minoritario, perché la narrazione sul vino si ostina a usare stilemi (scusatemi) falsi. Ora, su una narrazione posticcia, cosa vogliamo costruire? E' l'eterno conflitto tra il rispetto dell'intelligenza di chi legge/ascolta, e l'utilizzo di quegli stilemi che, evidentemente, permangono efficaci. Ma questo porta il discorso un po' lontano, ed ha a che fare con l'inefficacia della rivoluzione digitale che abbiamo cercato di innescare finora.

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Silvana Biasutti

circa 6 anni fa - Link

Caro Fiorenzo e' una vita - davvero una vita!- che leggo (anche i meglio giornalisti) restare abbagliati dai numeri. Ma anche gli economisti, come ben sappiamo. Deve forse dipendere da qualcosa ingoiato a scuola nella prima infanzia. Ciò che funziona "deve esprimersi " solo tramite i numeri. E mi stupisce la mancanza di chiamiamola fantasia che 'obbliga' l'agroindustria a fare appello agli artigiani per aggiungersi valore. Appropriandosi indebitamente di qualcosa che appartiene ad altri, ma soprattutto rinunciando ad affermarsi per ciò che è, cioè industria, come se esserlo fosse un minus... E mi lasciano basita i giornalisti che fingono di crederci, senza capire che non si tratta di una bugia innocente, ma di un vero proprio tradimento. prima di tutto di se stessi. Anche se è ben chiaro che l'etica è il giornalismo , per usare un eufemismo, non sempre vanno sottobraccio....

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