L’Alsazia e il tramonto dei vini varietali, Marcel Deiss e la nuova classificazione

di Andrea Gori

Dimenticate tutto ciò che conoscete sull’Alsazia. O anche: tutto ciò che pensate di sapere su questa celebre regione bianchista francese è, ormai, falso. La rivoluzione prossima ventura porterà ad una nuova classificazione con Grand Cru e Premier Cru sul modello Borgogna, e soprattutto alla scomparsa della menzione delle uve in etichetta. Una rivoluzione, appunto, in un territorio dove il varietale in evidenza è sempre stato l’elemento fondante di marketing e di vendita del vino.

Non leggeremo più gewürztraminer, riesling, pinot grigio, muscat, pinot noir e pinot bianco per i migliori vini alsaziani. Troveremo invece Bergheim, Burg, Engelgarten, Rotenberg: vigneti che raccontano storie e sapori in base alla geologia, al microclima e all’esposizione, e che sempre meno sono caratterizzati dal vitigno coltivato. Anni di complantazione del resto hanno reso in molti casi le uve fuse al territorio, fino al punto in cui il varietale risulta sfuggente e ingannevole. Nei vigneti complantati la vendemmia è inoltre svolta nel medesimo momento perché la varietà dei livelli di maturazione dei vari vitigni è parte anch’essa del particolare equilibrio che avranno i vini di certi vigneti, soprattutto con il passare degli anni.

Oggi il mercato dei varietali è globale e il consumatore è meno fedele, e bevitore, rispetto al passato. Chi ha sempre bevuto pinot grigio o pinot bianco o riesling di queste terre non ha problemi a trovare analoghi vini in molte altre parti del mondo, spesso a prezzi molto inferiori e qualità paragonabile. Mentre è ovviamente impossibile riprodurre suoli e terroir, con la relativa quantità impressionante di variabili gustative e sensoriali. La maggior parte delle vigne risale agli anni ’70 ma oggi è cambiato tutto a partire dal clima, che fa vendemmiare quasi un mese prima rispetto agli anni in cui Jean Marcel Deiss ha iniziato a far vino nell’azienda di famiglia. All’epoca le vigne erano alte, e la viticoltura puntava a grandi rese ed elevato grado zuccherino, con la possibilità di ulteriore aggiunta di zucchero al mosto. Nonostante questo la fama e la qualità dei vini di alcuni vigneti e villaggi ha portato alcuni vini alsaziani nel ristretto empireo dei più grandi bianchi mondiali alla pari con Borgogna, Mosella e Reno.

Oggi il mercato è difficile e complicato per l’Alsazia che produce circa 150 milioni di bottiglie l’anno di cui il 75% destinate al mercato interno (quasi la metà in GDO con posizionamento basso) e solo un 25% all’estero. Si cerca di farsi trovare pronti alle richieste di un consumatore più evoluto, educato e appassionato, che diriga la sua attenzione (e il suo desiderio di scoprire terroir particolari) proprio in Alsazia. Per questo, mentre la classificazione dei cru dal punto di vista legale procede a passi spediti, si sperimentano anche nuove forme di degustazione e analisi dei vini. Non più solo elenco di profumi, vista l’attenzione massima alla componente olfattiva, ma anche cura del linguaggio delle sensazioni tattili e gustative, durante assaggi spesso condotti con bicchieri scuri. L’analisi dei vini bianchi, qui, è infatti influenzata troppo dal colore e dalle nostre aspettative sui vitigni che sono presenti nel blend e ci impediscono di gustare veramente il territorio e le caratteristiche complessive di un vigneto.

Marcel Deiss è stato tra i primi a far perdere le tracce dei vitigni utilizzati e a insistere sulla caratterizzazione dei cru, ma al contempo anche in prima fila per l’utilizzo e la complantazione di vigneti con fino a 12 vitigni differenti tutti autoctoni e in gran parte sconosciuti (beurot, chasselas rosé) su un totale di oltre 40 uve classificabili e utilizzabili nella regione. Un grande patrimonio ampelografico che si distende su un paesaggio variegatissimo dal punto di vista geologico: un chiaro e irresistibile richiamo per chi cerca nei vini sfumature sensoriali che vanno oltre il cherosene del riesling e la rosa del gewürztraminer.

Oggi il Domaine Marcel Deiss coltiva 27 ettari su 9 comuni e ha la sua sede e cantina a Bergheim, a 3 km da Ribeauvillé. Le realtà produttive singole consistono in quasi 200 diversi appezzamenti di terreno. Ecco i vini degustati in un pranzo “in punta di piedi” per sapori consistenze e rimandi aromatici da Prian Wicky, il talentuoso chef rivelatosi a Identità Golose di qualche anno fa con la sua cucina fusion tra Oriente e Occidente.

Marcel Deiss Alsace 2012. Vino “maison” con prevalenza riesling e pinot bianco e tocco di gewürztraminer: glicine, paglia e rose, sottile gessoso, bocca appena dolce, ma sapido e ben contrastato. Servito su “Sicilian Rouge”, gamberone rosso di Mazara del Vallo con fiori, germogli di sciso e altri, salsa di pomodoro datterino. 81.

Marcel Deiss Engelgarten Alsace 1er Cru 2011. Da riesling, pinot grigio, beurot, muscat, pinot noir. Vino grasso, con minerale da classica ghiaia (graves), mandarino ananas e menta, rafano e peperone; affumicato e sontuoso ma in bocca sferzante di freschezza e quasi carbonica: calore e refrigerio, mollezze e durezze sassose. Il risultato è deciso ma gentile allo stesso tempo. Servito sul carpaccio dei 5 continenti ovvero salmone tonno e cernia gialla con salsa di soia, agrumi, lemon grass e sesamo. 86

Marcel Deiss Burg Alsace 1er Cru 2010. Marne Keuperiane esposte sud, potenza e complessità: canfora e ribes rosso, arance candite, cardamomo, cannella, noce moscata, terra bagnata; volume acceso e pesante sul palato, piccante e pungente; tanto gesso ma il frutto prevale, vino carnoso e lascivo pur senza dolcezza che è solo suggerita, persistenza grande e carezzevole. Un terroir che con le sei argille frena le uve e fa nascere vini da invecchiamento. Servito su catalana San Calocero ovvero astice finocchio cipolla di Tropea aceto di Barolo e Olio evo Leccino. 88

Marcel Deiss Rotenberg 1er Cru 2009. Lastra calcarea verso est, profondo terreno con riesling e pinot grigio, tanto ferro e rosso, limone e pompelmo rosa, arancio candito e zest, sesamo e mandarino tardivo; bocca che pesa e stimola, graffia ma come la seta con dei cristalli dentro: amaro da buccia d’arancio che si evolve, mai dolce, stimolo continuo e rilancio di freschezza insospettata. Servito su sushi milanese con risotto zafferano, angus salsa tartufo, salmone zenzero e menta, capasanta, cernia gialla. 90

Marcel Deiss Mambourg Grand Cru 2009. Calcio e magnesio, marne e calcare, forse il territorio più simile a Mersault in tutta l’Alsazia: tutti i pinot in concerto compreso lo chardonnay, canfora mirtillo e arancio giallo, magnificente, solare; potenza quasi esagerata, grasso, lungo. Ecco il vino per il quale nei secoli anche i vescovi perdevano il senno. Bocca oleosa e densa ma c’è anche balsamico secco e sapido, ferroso e acceso, un ossimoro gustativo che crea una lunghezza impressionante, stride quasi sui denti ma regala anche attimi di serenità e semplice piacevolezza. Con carpaccio di angus scozzese con salsa di soia aceto champagne e crema giapponese. 93

Marcel Deiss Schoenenbourg Gran Cru 2009. Da Riquewihr, fondo valle e pendio accentuato, marne iridate e gessose Keuper con gres dei Vosgi. Giaggiolo e lavanda bianca, selce, cappero e salvia, incenso e menta, appena un tocco di calore, dolcezza e carezza di zucchero ma tanto sole con granelli di sabbia e zaffiri come cristalli che ravvivano un quadro; alsaziano classico, affumicato e pepato, con muffa nobile ma ben sostenuta; pesa in bocca ma lo ricerchiamo di continuo, nobile e godurioso come una novella del Boccaccio. 91

Marcel Deiss Altenberg de Bergheim Grand Cru 2009. Calcari giurassici e marne, tanti fossili, pieno sud: caldo e sovraesposto, con canfora, acqua di rose, lavanda e frutta rossa, ylang-ylang, magnolia, ciliegia e aranci rossi, vaniglia e pepe; bocca imponente e assoluta che conquista e rapisce in un susseguirsi di calore, freschezza, tannicità; balsamico, un’oasi tropicale in un deserto sassoso; finale onirico e avvolgente, coccole pepate e lascive. Davvero una sintesi dell’idea di terroir del Domaine. 95

Vini decisamente magnifici, complessi, appaganti e originali come lo sono i terreni che li vedono nascere e che costringono ad un’analisi diversa rispetto alla consueta elencazione di profumi. In effetti viene da sposare immediatamente la filosofia di degustazione propugnata da Jean Marcel Deiss: meglio farsi guidare dal gusto e dalla struttura di questi vini di territorio, piuttosto che da aromi e vitigni.

Di fronte alla magnificenza di certi assaggi si resta soprattutto increduli rispetto al fatto che nella patria del concetto di terroir si sia insistito per quasi cento anni a promuovere le varietà di vitigno e non i cru stessi. Ci si arriva solo oggi e solo perché il mercato non offre altre strade percorribili alle aziende che vogliono investire in qualità e non in numeri.

Una lezione decisamente istruttiva per molti territori italiani, soprattutto quelli dove i varietali oggi sono parte integrante del marketing, basti pensare ad Alto Adige, Campania, Friuli Venezia Giulia. Prima che sia troppo tardi.

Andrea Gori

Quarta generazione della famiglia Gori – ristoratori in Firenze dal 1901 – è il primo a occuparsi seriamente di vino. Biologo, ricercatore e genetista, inizia gli studi da sommelier nel 2004. Gli serviranno 4 anni per diventare vice campione europeo. In pubblico nega, ma crede nella supremazia della Toscana sulle altre regioni del vino, pur avendo un debole per Borgogna e Champagne. Per tutti è “il sommelier informatico”.

15 Commenti

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stefano bonilli

circa 7 anni fa - Link

"... un’oasi tropicale in un deserto sassoso; finale onirico e avvolgente, coccole pepate e lascive. Davvero una sintesi dell’idea di terroir del Domaine. 95" Io adesso questo vino me lo cerco, lo acquisto e lo berrò ma se non ritroverò le coccole pepate e lascive sono cazzi tuoi, caro Gori... :-D

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Andrea Gori

circa 7 anni fa - Link

touchè...guarda che vengo io a farti le coccole semmai Stefano! (è una minaccia...;-)

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stefano bonilli

circa 7 anni fa - Link

Ti credo sulla parola :-(

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gianpaolo

circa 7 anni fa - Link

A prima vista mi sembra una operazione altamente rischiosa per l'Alsazia. Gia' il consumatore globale ha sempre avuto difficolta' nell'inquadrare i vini alsaziani (che spesso hanno un ottimo rapporto qualita' prezzo e livelli qualitativi molto alti), proprio a causa dell'etichetta che non consente, per es., di sapere se un vino ha residuo zuccherino e quanto. Adesso con la scomparsa della varieta' si richiede al consumatore un livello di consapevolezza difficilmente raggiungibile, a parte qualche specialista e qualche appassionato. Non credo che questo sara fatto su tutti i vini, probabilmente solo sulla fascia piu' alta, ma mi sembra una scommessa rischiosa. Tanto piu' che il parallelo con la Borgogna e' ovviamente fuorviante, visto che proprio in Borgogna il problema di sapere quali vitigni sono usati per produrre il vino non esiste, al contrario dell'Alsazia.

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Leonardo Fi

circa 7 anni fa - Link

Sulla qualità del lavoro e dei vini di Deiss ci sono pochi dubbi, questo è universalmente riconosciuto, anche dagli stessi vigneron alsaziani che su altri fronti lo osteggiano. Credo comunque che il tramonto dei vini varietali sia ancora di là da venire, così come non credo sia applicabile a tutti i cru alsaziani il concetto che qualsiasi vitigno ci sia piantato si sia automaticamente adattato al territorio. A maggior ragione ritengo sia fuorviante una appelation a livello di cru, in cui in etichetta si riporta il nome della singola vigna senza specificare i vigneti presenti (applicabile in alcuni casi ma non nella totalità del territorio). Più possibilista sarei su una menzione comunale, che abbraccia quindi un territorio più ampio. Certo va detto che, indipendentemente da come la si pensi, il lavoro di Deiss dal punto di vista culturale (e anche un po' di marketing) sia stato mostruoso: un uomo solo, forte della qualità dei suoi vini, è riuscito a creare un dibattito e quasi scardinare un'impostazione che ormai sembrava data per scolpita nella roccia.

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Diego

circa 7 anni fa - Link

Interessante e anche discutibile questa scelta. "La rivoluzione prossima ventura porterà ad una nuova classificazione con Grand Cru e Premier Cru sul modello Borgogna, e soprattutto alla scomparsa della menzione delle uve in etichetta." Ma qual è la fonte? Non trovo nulla in rete...

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Andrea

circa 7 anni fa - Link

È l'esito di una riunione della settimana scorsa, gli atti ufficiali devono ancora essere emessi!

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maurizio gily

circa 7 anni fa - Link

concordo con Gianpaolo, abbandonare il varietale in Alsazia mi pare una scelta altamente rischiosa per non dire suicida. Ma poi sono anche per il diritto al suicidio, quindi non mi intrometto. Credo però che sarà limitata al massimo ai grand cru e forse facoltativa.

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Andrea Gori

circa 7 anni fa - Link

L'esperienza insegna che quando c'è crisi e non c'è più remuneratività su certi prodotti bisogna puntare su altri. Il vitigno scomparirà ovviamente non da tutte le bottiglie ma solo su quelle top, quelle dai 50 grand cru attuali e i prossimi venturi premiere cru. Del resto i vini della Borgogna cominciano a costare troppo, perchè i consumatori non dovrebbero orientarsi su questi cru invece che su quegli altri? Secondo me è una mossa coraggiosa, ma anche l'unica strada possibile.

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Leonardo Fi

circa 7 anni fa - Link

Io capisco le tue premesse, espresse anche nell'articolo, ma non condivido che la prossima(?) modifica delle appelation così come è stata pensata sia l'unica strada percorribile. Il confronto con la Borgogna lo fanno in molti ma lo capisco poco, lì i premier cru e i grand cru sono in effetti piccolissime appelation con indicato il solo nome della vigna ma il vitigno è sottinteso in quanto monovitigno bianco o rosso che sia. Allo stesso modo, appelation o classificazioni che coinvolgono più vitigni hanno regolamentato in maniera diversa: in champagne i grand cru e i premier cru sono comuni non singole vigne e a Bordeaux si classificano le singole tenute. Del resto i pochi champagne che escono con il nome della vigna in etichetta sono monovitigni (ora mi vengono in mente solo il Clos du Mesnil e il Clos d'Ambonnay di Krug). Capirei più una svolta in una di queste due direzioni: classificazione grand cru e premier cru a livello comunale o classificazione delle tenute (non fattibile mi sa). Classificazione delle singole vigne senza indicazione dei vitigni la vedo piuttosto oscura e difficile da comprendere per il mercato (inoltre, in base a quale criterio una vigna in cui sono presenti sylvaner e pinot gris può essere valutata superiore a una in cui è piantato solo riesling?). Mi potrei sbagliare ma mi pare una scelta un po' un po astrusa. :)

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gianpaolo

circa 7 anni fa - Link

la cosa paradossale, a mio modestissimo avviso, e' che i vini alsaziani sono fortemente sottostimati dai consumatori, ed il motivo e' proprio perche' li trovano difficili da comprendere, ancora piu' difficili dei vini tedeschi, dove almeno im genere si sa: varieta' (parlo di quelli di qualita', e quindi riesling) e livello zuccherino (almeno in grande misura). Quindi si vuol combattere questo introducendo ancora piu' "barriere". Come dice giustamente Maurizio, contenti loro; qui si fa tanto per discutere.

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videodrome

circa 7 anni fa - Link

A dire il vero z. Humbrecht e forse qualche altro ha inserito l'indice zuccherino da 1 a 5 in etichetta per rendere il prodotto più intellegibile. Con i tedeschi devo dire che è un pò un terno al lotto per cui non sai mai bene fin quando non hai aperto la bottiglia il residuo. Da prime informazioni per es. pare che gli spat 2013 della Mosella in parecchi casi avranni gradi oechsle molto alti e che parecchi produttori, causa bassisime rese, non producano quasi auslese, facendoli in molti casi confluire negli spat.

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Rossano Ferrazzano

circa 7 anni fa - Link

Follia ideologica, non mi vengono altre parole.

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Andrea Gori

circa 7 anni fa - Link

@Gianpaolo forse sono sottostimati proprio perchè è indicato il vitigno! Pensa ad un consumatore "alto" e con un certo potere d'acquisto: di certo non scegli i suoi vini in base al vitigno che campeggia in etichetta ma in base a tanti altri fattori. @Rossano: può sembrare folle ma ripeto che coinvolgerà un 5% del totale dei vini alsaziani (quelli appunto dai 50 grand cru più i "nuovi" premiere cru") e seconda di poi dal tono di voce di Jean Michel pare che non ci siano altre strade per aumentare il valore percepito di alcune bottiglie...

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videodrome

circa 7 anni fa - Link

Da quotare in toto gli interventi di giampaolo. Ma quanti sarebbero, oltre a Deiss, i produttori che praticano già ora la complantation? Deiss (che tra l'altro è una splendida eccezione) la complantation la promuove da almeno un decennio, ma gli altri? Tra l'altro non mi pare che gli altri produttori (Z. Humbrecht, Boxler, Mann, Hugel, Trimbach, Weinbach....) abbiano problemi a vendere già ora i loro prodotti top , Mi viene da sorridere solo a pensare ad un "acquirente evoluto" che comprarandosi un Clos St. Hune, si ritroverebbe un bel mischione di Riesling , GWT e Pinot grigio. Probabilmente i produttori pensano di copiare la Borgogna per vendere meglio ad Honk Kong e Cina?

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