Joaquin Piante a Lapìo, l’archeologia del gusto nel Fiano d’Avellino

di Andrea Gori

Il Fiano d’Avellino è diventato il vino da conoscere per farsi notare in società. Pare inevitabile non evocare qualche suo cru, e qualche pillola di storia: che è millenaria, con citazioni a partire dai romani e poi dal XIII secolo in avanti; ma anche recentissima, con la DOC del 1978 e l’affermazione della versione ferma e secca dopo secoli di vinificazione spumante e dolce. Nonostante tutto l’impressione è che la storia di questo grande vino sia ancora in gran parte da scrivere; per questo è interessante fermarsi a capire di che si parla quando si tratta di Fiano. Si può fare come Raffaele Pagano, proprietario della cantina concept Joaquin, una lucida follia che vede non tanto vini quanto progetti enoici a metà tra riscoperta della tradizione e sfide al futuro.

Tra i vari JQN numerati (i vini-progetto che nascono dalla sua cantina vetrata di Montefalcione) il JQN 203 Piante a Lapìo è forse il più cerebrale e ardito finora intrapreso. L’azione si svolge sul territorio ritenuto storico da Antonio Troisi (pioniere del Fiano con Vadiaperti), la vera culla del Fiano, ovvero Lapìo, ridente cittadina irpina in mezzo prossima alla valle del Calore. Qui Raffaele insieme all’enologo Maurizio De Simone ha cercato piante ultracentenarie e su piede franco, una ricerca quasi porta a porta tra tanti contadini, fino a trovare centinaia di ceppi sparsi su un territorio molto vasto. Per questo, scherzando (ma non troppo) afferma che la vendemmia si fa in 24 ore ma in 24 posti diversi.

Dopo la ricerca delle piante giuste con la qualità adatta, si è scelto di operare una vinificazione “al passato”. Dato che fino a pochi anni fa si usava il legno di castagno sia per l’affinamento che per la  fermentazione, Joaquin utilizza botti di media grandezza di castagno di Agerola, una zona dove questi alberi faticano a crescere, 30-40 anni per pochi metri, ma forniscono un legno denso e compatto che limita l’ossidazione. Per JQN 203 sono state fatte 3 botti con il legno di un bosco gestito dal comandante dei vigili di Agerola. Il vino è stato ottenuto con pressatura soffice senza diraspature, e susseguente permanenza sulle fecce per 6 mesi, limitando al massimo l’uso di solforosa, che forse sarà abbandonata del tutto a partire dalla vendemmia 2013. A detta di Maurizioquello che ne è uscito è stato un vino complesso e non adatto al consumo immediato, ma non ci preoccupa, perché c’è una stabilità naturale impressionante dovuta al legno e all’utilizzo di un lievito particolare isolato da Lapìo” (lievito ora riprodotto in laboratorio e distribuito da Regione Campania gratuitamente a chiunque ne voglia fare uso).

Il progetto appare bello e incosciente, e pure ambizioso, perché il prezzo di questo vino in enoteca si aggira sui 70 euro, cifra inaudita non solo per la regione ma per tutto il comparto di vino bianco italiano. L’occasione era buona anche per assaggiare accanto il più tradizionale (qualsiasi cosa significhi, in questa zona di grandi esperimenti) e canonico Vino della Stella Fiano di Avellino presentato nella sua edizione 2012 che arriva a rimpiazzare sugli scaffali la 2009 dopo che 2010 e 2011 non sono stati prodotti.

Il Vino della Stella 2012 Fiano di Avellino DOCG Joaquin ha un tocco di lieve ossidazione e pacatezza in un contesto dorato e solare; è un vino di classe e forza con note di mango, miele, ginger, albicocca, menta e fior d’arancio. C’è struttura e sapidità, sole ed echi marini, mediterraneo e vulcanico. 93

E il nostro “esperimento” come se l’è cavata? Joaquin JQN Piante a Lapìo 2011 Fiano Igt mostra un naso di zolfino e pepe, squillante e incisivo, ginestra e rosa gialla, menta bianca, alloro, canfora, borotalco, miele millefiori, vaniglia e sale, molti precursori aromatici ma entusiasmante; bocca meno espressiva ma con nocciole ed episperma, agrumi e salsedine. Peperone e pomodoro da legno di castagno, un vino tumultuoso e in fieri, tremendamente affascinante. 88+

Ci abbiamo pensato a lungo prima di dare un punteggio, perché è impossibile assaggiarlo senza avere a mente il prezzo esagerato e l’idea di vino in progress. Nonostante questo ci pare un grande vino, non adatto a tutti e in gran parte molto poco analizzabile al momento attuale, ma al contempo anche un pezzo di ricerca “privata” degno di attenzione e curiosità da parte del pubblico e degli appassionati. Tenendo sempre a mente che si sta cercando un archetipo di vino che per adesso esiste solo nella testa dei conoscitori di questo vitigno e poco più.

Andrea Gori

Quarta generazione della famiglia Gori – ristoratori in Firenze dal 1901 – è il primo a occuparsi seriamente di vino. Biologo, ricercatore e genetista, inizia gli studi da sommelier nel 2004. Gli serviranno 4 anni per diventare vice campione europeo. In pubblico nega, ma crede nella supremazia della Toscana sulle altre regioni del vino, pur avendo un debole per Borgogna e Champagne. Per tutti è “il sommelier informatico”.

6 Commenti

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sergione

circa 8 anni fa - Link

Cosa diavolo sara' mai l'EPISPERMA??????????

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Nicola Barbato

circa 8 anni fa - Link

non lo leggevo da una vita. ai corsi ais era il termine utilizzato per la buccia della castagna. ma, la verità, non ho mai controllato. sono curioso anche io e chiedo ad andrea gori: è vero?

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Andrea Gori

circa 8 anni fa - Link

pare di si! http://it.wikipedia.org/wiki/Castagna dire "episperma" in realtà non è precisissimo perchè l'episperma non è soltanto tipico della castagna ma di quasi tutte le piante a frutto... Ma in ambito ais e non solo ormai equivale e "profumo di castagna bollita"

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Mattee

circa 8 anni fa - Link

70€ non mi sembrano un prezzo così assurdo, quanto costa una borsa o un abito, e un profumo?? Secondo me è giusto che certi vini costino queste cifre (e anche di più) altrimenti alcuni progetti enologici come questo non potrebbero prendere vita e perderemo alcune gemme che abbiamo in Italia

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Carmine

circa 7 anni fa - Link

Sapreste dirmi dove acquistarli a Milano?

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