Irene a Firenze è il posto perfetto per l’americano in città, meno per i foodie

di Leonardo Romanelli

La location è mozzafiato: siamo nel salotto buono di Firenze, Piazza della Repubblica, e l’Hotel Savoy con la sua terrazza raccolta appare subito meno invadente dei dehors attorno, appartenenti ai caffè storici fiorentini. Ci vado per testare una cucina che si preannuncia, a leggere gli articoli sull’apertura, invitante. La voglia di provare Irene, questo nuovo bistrò toscano della catena alberghiera Forte, aumenta sapendo che la firma del menu è quella di Fulvio Pierangelini e il concept del locale è affidato al digitalstoryteller Felice Limosani, un nome una garanzia, almeno per gli addetti ai lavori della comunicazione.

Una volta entrati, Firenze scompare e l’atmosfera è quella dell’America anni Cinquanta: il bancone del bar è a due passi dai tavoli, viene voglia di pasteggiare a cocktail, immersi in un ambiente realmente affascinante. Arriva la carta, scritta in corsivo, in caratteri minuscoli e, vista la luce rarefatta, si capisce che il lavoro del cameriere dovrebbe essere quello di guidare, consigliare, caldeggiare gli ipovedenti.

Nel frattempo pomodoro costoluto fiorentino, pane toscano e olio extravergine di oliva di ottima qualità fanno ingannare l’attesa in maniera piacevole. Certo, la prima sensazione è quella che i piatti si potrebbero trovare anche in trattoria, magari alla metà del prezzo, ma siamo in pieno centro e in un 5 stelle, che diamine! E poi, cosa c’entra la definizione sul menu, dietro gli spaghetti al pomodoro si possono celare orizzonti perduti del gusto…

Certo è che un antipasto cucinato lo si trova con fatica, allora meglio affidarsi ad una tartare di gamberi con ricotta ed erbe aromatiche e farsi tentare dall’insalata di polpo con rape rosse e radicchi colorati.

Intanto arriva il vino, scelto in una carta dai ricarichi proibitivi (ricordiamoci sempre dove siamo, suvvia!) e si capisce come il nuovo stile di far capire la tracciabilità dei prodotti qui sia applicato in maniera precisa: sulla bottiglia fa ancora bella mostra di sé l’etichetta antitaccheggio dell’enoteca di provenienza (situata a due passi dall’albergo). E meno male che arrivano i bicchieri appropriati, al posto di quelli già presenti sul tavolo, scelti giustamente per ricreare l’atmosfera anni Cinquanta.

Ottimi comunque gli antipasti, gli spaghetti pomodoro e basilico sono superbi, la spigola con carciofi su crema di patate all’olio extravergine di oliva è perfetta, i contorni non previsti ma offerti sono piacevolissimi. Il vino scorre e viene la voglia di terminare con un bicchiere ancora, magari di Franciacorta.

Il cameriere arriva con una coppa che sembra uno scherzo e, fatto notare che magari sarebbe preferibile un altro bicchiere, risponde con un altro tipo di coppa: ok, ripartiamo dai fondamentali, forse è meglio spiegare che il bicchiere del bianco soddisfa il cliente pienamente, senza cercare contenitori speciali.

Uno spazio per il dolce rimane ma il tiramisù proposto non lascia traccia nell’immaginario del goloso di turno. Sui 90 euro la spesa, niente per l’americano di stanza in città, che una sera nel ristorante dell’albergo si ferma di sicuro.

Per il foodie magari una riflessione si impone.

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Leonardo Romanelli

“Una vita con le gambe sotto al tavolo”: critico gastronomico in pianta stabile, lascia una promettente carriera di marciatore per darsi all’enogastronomia in tutte le sfaccettature. Insegnante alla scuola alberghiera e all’università, sommelier, scrittore, commediografo, attore, si diletta nell’organizzazione di eventi gastronomici. Mescolare i generi fino a confonderli è lo sport che preferisce.

8 Commenti

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M.G.

circa 7 anni fa - Link

Certo che un ristorante a Firenze che per la carta dei vini usa rifornirsi nell'enoteca di fianco fa cascare un po' le braccia.. Quando capiranno che saper come e dove comprare il vino è necessario in una ristorazione di un certo livello? Professionalità in cucina ma come al solito in sala e rispetto ai vini mai.

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Vinogodi Marco Manzoli

circa 7 anni fa - Link

...nel mio lungo peregrinare fra ristoranti , fra i trascorsi della mia ancor giovane età (ma tutto è relativo) non mi è ancora capitato il culo di conoscere uno chef di livello anche capiscitore di vino (forse il Fulvio dei tempi di San Vincenzo era uno dei pochi, anche lui con qualche margine di miglioramento): devo sforzare in maniera titanica le meningi per spremermi un nome che sia uno. Probabilmente la dissociazione "cucina - cantina" ha qualcosa di irreversibile perchè mondi paralleli che non si incontrano né si incontreranno mai. Aspetto fiducioso non solo una smentita, che sia una, ma anche una controtendenza che porterà a creare questa nuova figura, incrocio fra un minotauro ed un centauro...

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Antonio Tomacelli

circa 7 anni fa - Link

Sei sempre in Puglia, prova a farti un giro da Angelo Sabatelli :)

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la cara zietta

circa 7 anni fa - Link

Oh, ai miei tempi mi sarebbe piaciuto tanto poter ammirare un fisico titanico, ideale commistione tra Oliva e Schwarzenegger, ma questo, purtroppo, non fu mai possibile. Che peccato. Oliva, però, con quel vitino di vespa, mi rapiva lo sguardo...

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pat

circa 7 anni fa - Link

chi è il foodie? cosa vuol dire?

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Pino Fuoco

circa 7 anni fa - Link

Google dalle tue parti non ha campo?

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pat

circa 7 anni fa - Link

detto così il foodie sembra un poveraccio squattrinato "vorrei ma non posso", "qui si mangia molto bene ma non posso pagare quel conto". io in questo locale ci vado e non ho ricordi di tanti americani ricchi e che possono permettersi questo ristorante. ci sono anche toscani, stranieri ma di tutte le nazionalità. non solo americani. ci sono anche i ricchi dell'est. non sono dell'ovest. o anche chi non trovando alternative di qualità non mangia mai fuori casa e quando lo fa si tratta bene.

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pat

circa 7 anni fa - Link

senza trascurare il fatto che oggi i clienti sono persone attente alla qualità e alla propria salute. nessuno oggi va in un buon ristorante per abbuffarsi con pinzimonio, antipasto, primo, secondo, dolce e una bottiglia di vino. oggi si va al ristorante per il piacere della buona tavola con moderazione. un piatto di pasta già sazia. al massimo ci sta un antipasto e si è a posto. un bicchiere di vino per chi beve. ma l'antipasto forse va bene per chi poi prende il secondo che è di quantità più piccole mentre le paste sono molto abbondanti. i foodies non sono obesi, sono appassionati del buon cibo che non vuol dire mangiarlo tutto in un unico abbondantissimo pasto.

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