Il vino per ogni Pasqua. Quello della della tradizione ebraica, per esempio

di Giulia Mancini

Il 2014 è un anno particolare, pieno di coincidenze astrologiche e astronomiche, prime fra tutte due eclissi nel mese di aprile e una scia di stelle cadenti che nei prossimi giorni ci terranno con il naso all’insù. Ma la coincidenza su cui mi sono soffermata a riflettere, soprattutto in termini enoici, è quella delle festività pasquali: quest’anno la Pasqua cattolica, ortodossa ed ebraica cadono negli stessi giorni.

Il primo Concilio di Nicea (325 d.C.) stabilì che la Pasqua di Resurrezione venisse celebrata la prima domenica successiva al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera; la chiesa ortodossa, che segue il calendario giuliano, la fissa la domenica successiva alla prima luna nuova successiva all’equinozio di primavera; la pesach è fissata al giorno 14 del mese di Nisan. Il tratto comune innegabile di queste tre festività risiede nel legame stretto e indissolubile con la primavera: con buona probabilità la Pasqua ebraica trae origine dalla celebrazione che i popoli nomadi riservavano al festeggiamento della rinascita della natura e come buon auspicio per il raccolto che ne sarebbe derivato. Il significato che assume nella religione ebraica si riconduce alla liberazione del popolo dalla schiavitù egiziana.

Quante volte apriamo una bottiglia per festeggiare un evento? Il ruolo del vino nelle celebrazioni religiose assume un valore, oltre che di alleato gioioso, di consacrazione. Nel rito cattolico l’Eucarestia viene officiata con un calice di vino, originariamente rosso per assonanza cromatica poi bianco per questioni logistiche, ed è il sangue di Cristo versato per la salvezza dell’umanità; nel rito ortodosso il vino rosso viene ugualmente mescolato con acqua tiepida nonostante il valore attribuitogli sia di trasmutazione, l’equivalente della transustanziazione cattolica anche se non definita dogmaticamente.

La festività ebraica dura invece otto giorni, sette nella sola Israele, e si ricorda la liberazione dalla schiavitù ripercorrendo simbolicamente il viaggio di 40 anni verso la terra promessa. Le celebrazioni coinvolgono tutto il nucleo familiare con la lettura dell’Haggadà, il libro delle leggende: la tavola è ricca di cibi simbolici come il pane azzimo, un uovo, la salsa charoseth, le erbe amare come la sofferenza, la zampa di un agnello arrostita e il vino intorno a cui si celebra un vero e proprio rito. Durante la cena del primo giorno di festa si segue alla lettera un ordine di servizio, il seder, di pietanze e vino, intervallato da racconti e celebrazioni; in questa circostanza il ruolo del vino è determinante e viene officiato attraverso 4 bicchieri in ricordo delle 4 espressioni di salvezza con cui le scritture promettono la liberazione.

Ovviamente il vino utilizzato deve rispettare le norme kosher, si preferisce vino rosso non pastorizzato, mentre il succo d’uva è permesso per gli astemi e i bambini. I bicchieri non devono presentare alcuna incrinatura e vanno riempiti fino all’orlo come auspicio di abbondanza e felicità; il vino andrebbe bevuto senza alcuna interruzione, tutto d’un fiato, nel caso in cui ciò non fosse possibile la prima sorsata dovrebbe corrispondere almeno alla metà del contenuto. In alcune famiglie è usanza versare poche gocce di acqua nel vino per rimembrare il vino d’Israele ai tempi del secondo Tempio, che data l’alta gradazione alcolica era vietato bere non annacquato. Durante tutta la durata del Seder, e in buona norma durante tutti i festeggiamenti della Pesah, è di regola che nessuno si versi il vino da solo ma che lo si faccia vicendevolmente, un po’ per spirito di compartecipazione ma soprattutto per esorcizzare il demone della schiavitù durante la quale nessuno aveva chi lo servisse.

Il primo comandamento, mitzvà, che si è tenuti a rispettare durante il Seder è il Kiddush, preghiera recitata dal capofamiglia, da recitare dopo che siano spuntate le prime stelle nel cielo. Subito dopo si beve il primo dei quattro bicchieri e, contrariamente a quello che avviene durante lo Shabbat, ciascuno berrà dal suo bicchiere. Nel Kiddush tutti gli astanti resteranno in piedi e risponderanno alle benedizioni recitate prima di consumare il vino. Anche la consumazione segue regole precise: ciascuno dovrà stare comodamente seduto in silenzio e poggiare il gomito sinistro sul tavolo, anche mentre si beve, ciò a simboleggiare il completo rilassamento e l’agio con gli altri commensali. Il secondo bicchiere si consuma al termine della prima parte dell’Haggadà, il terzo successivamente alla benedizione di fine pasto, Birkàt Hamazò, e infine il quarto al termine della seconda parte conclusiva dell’Haggadà.

A sottolineare il ruolo consacratorio del vino i sefarditi benedicono il primo e il terzo bicchiere mentre gli ashkenaziti ciascuno dei quattro. Il numero 4 dei bicchieri consumati ha un’origine controversa e dibattuta. Per il Midràsh, interpretazione della Scrittura che studia al di là del senso letterale, rappresentano i quattro editti del Faraone emanati contro gli ebrei e i quattro modi con cui questi ultimi si mantennero separati dagli egiziani. Secondo il Talmud Yerushalmi ricordano il numero di volte nelle quali viene riportata la coppa del Faraone nei sogni di Giuseppe in prigione. Per un’altra scuola di pensiero indica invece il numero delle madri di Israele che sull’esempio delle mogli ebree in Egitto continuarono a truccarsi e rendersi desiderabili, nonostante l’afflizione e la stanchezza, pur di attrarre i mariti e ingrandire la prole del popolo ebraico.

L’importanza che il vino assume durante questi festeggiamenti è determinante e prolungato, ciò lo differenzia dalle usanze dei cristiani di varia confessione; lo spirito partecipativo fa sì che tutti ne bevano e ne godano, non solo il celebrante. Altresì scandisce la celebrazione dettando un ordine ai ricordi e alla lettura dei brani attraverso i quali si erudiscono i bambini alla storia del popolo d’Israele.

2 Commenti

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Giovanni Corazzol

circa 7 anni fa - Link

chag pascha sameach a todos

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Nelle Nuvole

circa 7 anni fa - Link

Veramente un bellissimo post, complimenti! Amo il rispetto di certe tradizioni, anche se per alcuni sono assurde. In qualche modo la tradizione sostituisce parzialmente la mancanza di religiosità e spiritualità. In questo caso è una tradizione che non mi appartiene, non per questo meno affascinante, grazie anche a come è descritta.

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