Il Simposio di Firenze dei Master of Wine raccontato da uno che era in platea e pure bello attento

di Gianpaolo Paglia

In fin dei conti sono dei bravi ragazzi, questi Master of Wine. La sensazione che ti coglie maggiormente quando ti trovi al Simposio, in mezzo agli oltre 400 partecipanti (tra cui più di 100 MWs) è quella di una sorta di “brotherhood”, una specie di confraternita. Qualcuno potrebbe chiamarla setta ma sbagliando di grosso: “Sai qual è l’aspirazione massima dei MW?”, mi ha detto una volta uno di loro. “È avere piú MW”. Ed in particolare tra i paesi produttori del vecchio mondo: Francia, Italia, Spagna.

Il Master of Wine non è un corso, non è una scuola ma è il titolo che si consegue dopo un lungo percorso, per alcuni molto lungo (5-6 anni o più), alla fine del quale il tuo modo di vedere il vino non sarà più lo stesso. E il bello è che anche se alla fine non arrivi ad aggiungere le due fatidiche letterine al nome (con un pass rate del 6% è non solo possibile ma probabile), quello che ti rimane attaccato addosso, quello che hai imparato, le persone che hai conosciuto rimangono e avranno una forte influenza su di te.

Non ho i dati precisi ma in questi giorni a Firenze ci saranno delegati da almeno una ventina di paesi: sono finiti i tempi in cui l’Istituto era una cosa da inglesi, al massimo americani o australiani. Oggi il numero di studenti non britannici è maggiore di quelli britannici (circa 300 studenti) e proviene da tutto il mondo. E questo è il primo punto importante: il MW è globale, internazionale, perché il business del vino lo è. Mai come oggi, non solo il consumo ma anche la produzione di vino lo sono. La divisione tra vini del “Nuovo Mondo” e quelli del “Vecchio Mondo” ancora esiste ma i suoi confini sono sempre più sbiaditi ed è ormai impossibile fare generalizzazioni un tanto al chilo.

Il consumatore è cinese, indiano, russo, tedesco, inglese, scandinavo, giapponese, coreano, ha gusti ed abitudini che non sono le nostre, ha cultura e lingua lontane, ci impone attenzione, conoscenza, studio se vogliamo comprenderlo e se vogliamo che lui comprenda noi. La mappa all’interno della quale ci muoviamo è quindi il mondo. Ma al tempo stesso il business del vino, come quasi tutti i business, è un mondo piccolo e le relazioni contano. E questo è il secondo punto importante.

Il MW intrattiene relazioni con suoi pari e con tutte le figure più influenti, un po’ perché molti sono per l’appunto MW e chi non lo è di solito ha rispetto verso l’istituzione, perché ne riconosce i valori di professionalità, di integrità, e perché sa che quello che si trova davanti è qualcuno che si è fatto un mazzo tanto per arrivare a quel risultato. Respect. Sono dunque perfetti questi MW? Ovviamente no.

Ci sono i vecchi old farts, ci sono gli arroganti e snob, ma specialmente tra le nuove generazioni ci sono personaggi di grande apertura mentale e di grande carisma. Togliamoci il pensiero. È vero che la conoscenza dell’Italia da parte dei MW è in molti casi limitata e superficiale? Sì, lo è. È perche sono tutti dei perfidi albionici che sotto sotto ci disprezzano? No, non è vero.

La verità è che ragioni storiche, culturali e anche di lingua hanno fino ad ora costituito delle barriere effettive alla reciproca contaminazione. Loro non conoscono noi ma noi non conosciamo loro. Ammettiamo anche che una certa dose di provincialismo ed autosufficenza esista nel mondo del vino italiano (ma non solo: i francesi non sono molto diversi). Il Simposio nasce per questo e lo si deve all’intelligenza e alla perseveranza di alcune delle aziende leader italiane – riunite all’interno dell’Istituto dei Grandi Marchi, guidato dal Marchese Piero Antinori – che hanno avuto il merito e si sono fatti carico di divenire una forza di influenza considerevole per gettare i ponti tra l’Italia e questa porta di ingresso verso il vino a livello globale che è l’Istituto dei Master of Wine (IMW).

Ne parlavo ieri con la direttrice dell’Istituto, a margine della degustazione dei vini prodotti dai Masters of Wine che sono anche produttori di vino (ad esempio Olivier Humbrecht, Fiona Morrison). Secondo me questa è una data storica, sia per il vino italiano che per l’IMW. È come se una separazione innaturale e ingiusta oggi venisse a ricomporsi, e a mio modestissimo avviso i suoi effetti si faranno sentire da qui ai prossimi anni. Ci stiamo contaminando a vicenda, e questo è bene.

[Foto dei relatori: Informa Cibo]

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Gianpaolo Paglia

Sono stato ricercatore, produttore di vino e ora di nuovo studente (Master of Wine), WSET Level 3 Certified Educator oltre che fare un po' di consulenza qua e là. Seguo Intravino da prima che nascesse - letteralmente - e ogni tanto mi capita di fare qualche assaggio interessante che mi piace condividere.

1 Commento

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Raffaele

circa 8 anni fa - Link

Io Conosco bene Alcuni candati a questo prezioso riconoscimento e ti posso dire Che la loro conoscenza sull'Italia e il mondo del vino e molto più evoluta Di molti sommelier della scuola per Sommelier Italiana come lo è L' A.I.S.

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