Il pregiudizio nei confronti della grande azienda esiste e la colpa è di un insospettabile

Il pregiudizio nei confronti della grande azienda esiste e la colpa è di un insospettabile

di Fiorenzo Sartore

Anche quest’anno partecipo a Vinix Unplugged Unconference, hashtaggato #vuu per amore della brevità supergiovane. È un’adunanza storica, e pure divertente, tra vinofili nonché popolo del web (quindi insomma faresti bene ad esserci pure tu). Il dibattito al quale apporto il mio contributo si apre con la domanda “Il pregiudizio nei confronti della grande azienda. Esiste? E se esiste, su cosa si fonda e come provano a contrastarlo le grandi aziende?” – Di seguito ecco il mio punto di vista, che forma una risposta possibile.

Dunque ora che avete letto la domanda, la risposta è: sì. Il pregiudizio nei confronti della grande azienda esiste (ma io nemmeno avevo il dubbio). Nasce almeno in parte dal paradosso dell’azienda industriale che non ama essere definita tale in quanto quel termine, che dovrebbe in modo neutrale limitarsi a dire la dimensione di un imprenditore, ha un significato traslato, che finisce per determinare una presupposta qualità sgradita del prodotto finale. Sappiamo tutti che fornire una valutazione prima di qualsiasi verifica costituisce l’essenza del pregiudizio, ma così vanno le cose, perlomeno in questo frangente. Questo pregiudizio quindi si fonda su una specie di vox populi, o su un sentiment, insomma su qualcosa che al momento non saprei nominare in italiano ma spero ci siamo capiti.

Tale impalpabile sensazione è veicolata da chiunque abbia mai recitato il mantra “piccolo è bello”, quindi pure io non sono estraneo e mi prendo le mie colpe. Tuttavia qua mi preme indicare almeno un altro, e per me più importante colpevole: il produttore industriale, cioè la grande azienda. Qualsiasi industriale del vino è un influencer più dotato rispetto al pur vasto esercito di mediattivisti ed enofili, che frequentano un quartiere tutto sommato ristretto. Chi gestisce le cosiddette grandi aziende ha accesso a canali comunicativi importanti ed è giustamente indicato come personalità eminente (le dimensioni contano). E proprio costoro, sorpresa sorpresa, spesso sono tra i maggiori responsabili del pregiudizio nei confronti della grande azienda.

A titolo di esempio, o di prova giudiziale, esibisco di seguito un estratto dalla famosa o famigerata puntata di Report, In vino veritas, nella quale un autore della trasmissione si rivolgeva così a Piero Antinori:

AUTORE
Senta, lei è un industriale del vino?

PIERO ANTINORI – Presidente Marchesi Antinori
No io non mi considero un industriale del vino, io mi considero un agricoltore, perché questa è la realtà della nostra azienda.

Evitando ogni commento salace su quella risposta, dotata di un bel po’ di comicità involontaria, e volendo trovare un punto di conciliazione con quanto afferma Antinori in uno sforzo di supremo buonismo (anche per non cascare nel pregiudizio nei confronti della grande azienda), ci aiuta la definizione del termine “agricoltore”: per la Treccani è “chi esercita un’attività agricola, sia come responsabile della conduzione del fondo sia come prestatore d’opera o lavoratore. Con significato più limitato, nel linguaggio giuridico, l’imprenditore agricolo”. Quindi (vostro onore) sul piano giuridico il Marchese Antinori, essendo imprenditore agricolo, ha titolo di definirsi agricoltore. Però quel “no, io non mi considero un industriale del vino” che è l’incipit forte della sua risposta, determina in modo automatico un sottile pregiudizio sulla parola. Insomma, dice, NO io non sono quello. E perché?

Perché il termine che potrebbe in modo neutro descrivere una dimensione ha anche un significato traslato sgradevole. Quindi un industriale del vino, anziché cercare di difendere quella sua condizione esibendo magari un certo orgoglio nell’essere tale, si affretta a negare l’uso di quella parola. È vittima del pregiudizio nei confronti della grande azienda, ma a sua volta lo alimenta con efficacia, data la qualità della persona. Nel testo della trasmissione, interamente leggibile nella home di Report, interviene anche Gianni Zonin, successivamente. E, sorpresa sorpresa, se la cava quasi meglio:

AUTORE
Quando noi parliamo di industria nazionale del vino, voi siete la prima industria privata?

GIANNI ZONIN
Sì, io non la chiamerei un’industria privata; la mia famiglia possiede 1800 ettari a vigna: posso assicurare che sono molte aziende di piccole o medie dimensioni, tutte queste aziende che fanno capo alla mia famiglia hanno una filosofia: produrre vino di qualità, però alla portata di molti consumatori.

È il caso di ammirare Gianni Zonin che prova a schivare il colpo come Neo in Matrix dribbla i proiettili dell’agente. Di fatto, anche qui, io non la chiamerei un’industria riattiva il meccanismo. In generale ogni grande azienda degna di questo nome si affanna, nei descrittori della narrazione che serve a presentarla, ad usare termini ed immagini che sono propri della piccola azienda. Infilandosi così nella famosa excusatio non petita e diffondendo (a sua insaputa) il pregiudizio nei confronti della grande azienda.

Le grandi aziende sono vittime e carnefici nell’innesco di quel pregiudizio, insomma. Una possibile via di uscita sarebbe quella di abbracciare un tipo di comunicazione brutalmente sincera (o sinceramente brutale) dove la grande industria esibisce la fierezza della sua condizione. Ma già immagino gli addetti al marketing in subbuglio, per non dire peggio, di fronte a una simile prospettiva. Il fatto è che probabilmente non siete pronti per la verità.

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Fiorenzo Sartore

Vinaio. Pressoché da sempre nell'enomondo, offline e online.

19 Commenti

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Nelle Nuvole

circa 6 anni fa - Link

Bell'argomento, Fiore di Genova, e anche la tua esposizione è articolata as usual. Mi ricordo l'infausta puntata di Report e quel paio di rispostine che hai riportato qui sopra. In tutta verità devo ammettere che quella di Gianni Zonin suona più sincera di quella del Marchese Antinori. Ci sarebbe da dire tanto a riguardo. Per esempio che il pregiudizio riguardo agli industriali del vino negli ultimi tempi si è ampliato; se prima costoro venivano considerati come produttori di merce scadente, ora vengono additati come possibili avvelenatori dei corpi umani e dell'ambiente. Per esempio ci sarebbe da domandarsi se c'è una differenza fra un gruppo di aziende agricole di proprietà della stessa famiglia e quello di proprietà di un fondo d'investimento o di una S.p.a. con diversi azionisti. Secondo me c'è, soprattutto se la famiglia risiede stabilmente in azienda. Per esempio ci si potrebbe interrogare su la qualità vera nel "fare", intesa sia come etica produttiva che come sensibilità nell'interpretazione di un vino, di chi ha un'azienda piccola, comprata dopo anni passati altrove a far soldi in altro modo.Ci sono esempi molto positivi ed altri pessimi di proprietari posseduti dalla mentalità "industriale" al negativo, ignoranti come capre di quello che è "IL VINO". Per esempio si potrebbe continuare a differenziare fra chi è grande e si adegua ad un territorio, o ad una denominazione, cercando di tirare fuori il meglio dai quattrini investiti, ma senza barare cercando scorciatoie, e chi vuole tutto e subito secondo i suoi piani d'investimento a tavolino e se non si rispettano le proiezioni sui diagrammi troviamo un sistema comunque sia. Chi è più "industriale" fra i due? Fine, per ora.

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Leonardo Finch

circa 6 anni fa - Link

Mi permetto un piccolo spostamento di prospettiva, ossia: il pregiudizio (che c'è) dell'appassionato verso i grandi produttori vale lo stesso quando si parla, per esempio, di Francia? Se no, da cosa dipende la mancanza di questo pregiudizio? Perchè guardiamo con sospetto i vari Zonin e Antinori ma capitoliamo immediatamente di fronte ad una bottiglia di champagne di una grande (in tutti i sensi) maison? Penso per esempio a grandi maison come Dom Perignon (che credo superi abbondantemente i 2 milioni di bottiglie prodotte) in Champagne o Bouchard in Borgogna (anche se qui si parla "solo" di 130 ettari). Credo che qui sia utile la considerazione che NN faceva prima, ossia il fatto che forse vediamo questi grandi marchi francesi come più legati a e rappresentativi di un territorio specifico. Oppure semplicemente non ne conosciamo la reale grandezza in termini di produzione, e qui ovviamente conta tanto la comunicazione e il marketing.

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Fiorenzo Sartore

circa 6 anni fa - Link

Ottimo punto, complimenti. Direi che è abbastanza vero, la grande maison non inciampa in quel pregiudizio, non nello stesso modo/misura dell'industriale italiano. Scartando il provincialismo, probabilmente è esatta la questione "grandi marchi francesi come più legati a e rappresentativi di un territorio specifico". Aggiungo, però, che mi capita di vedere amici che facciano preferenze di tipo "militante" solo a favore dei piccoli recoltant, per restare in Champagne, piuttosto che scegliere griffe come Dom (sulla qualità di Dom direi invece che non dovremmo discutere gran che, giocano anche altri fattori qui, prezzo etc). Cioè insomma la Francia si salva ma solo in parte. Poi ci sarebbe il sentiment non proprio entusiasmante quando usiamo la parola "imbottigliatore" in Italia, che non è così positivo come quello riferibile al negociant francese. Insomma le differenze ci sono.

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Luca

circa 6 anni fa - Link

Secondo me contano anche i prezzi di vendita e la qualità media dei prodotti, il Dom Perignon è comunque top di gamma e non lo regalano. A mio parere uno dei problemi dell'industria del vino italiano è che svende prodotti mediocri.

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maurizio gily

circa 6 anni fa - Link

Mi pare che ci sia un po' di confusione. Il termine industriale non si riferisce alla dimensione, ma al modello organizzativo. L'industria acquista materie prime e le trasforma. Invece la trasformazione dell'uva da parte del conduttore dei fondi per la legge (ma anche per il senso comune) non è industria ma agricoltura, indipendentemente dalla dimensione, in quanto il vino è considerato prodotto agricolo, come l'olio (e non, per esempio, le marmellate). Antinori in realtà è un industriale non perché è grande, ma perché oltre a trasformare uve di proprietà acquista uve, mosti e vini e li trasforma, li affina e li imbottiglia. Quindi è entrambe le cose, impresa agricola e industriale. So di essere pedante ma già lo si sapeva.

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Fiorenzo Sartore

circa 6 anni fa - Link

Il termine industriale ha quel significato che riguarda l'organizzazione del lavoro, ma ha un altro significato traslato che fa riferimento alle dimensioni: "produrre in quantità industriali" significa esattamente produrre molto ed è il contrario di "produrre in quantità artigianali". Da qui deriva il significato di "industriale" come produttore di enormi quantità riferibili per esempio al vino. Infine "vino industriale" è il genere di descrittore in grado di farti togliere il saluto da qualsiasi produttore di vino (industriale o artigianale che sia).

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maurizio gily

circa 6 anni fa - Link

Io sono per la difesa a oltranza dell'agricoltura familiare. Ma sono anche contro il contadinismo da salotto per cui il contadino è sempre buono è l'industriale, o il "grande", sempre cattivo. Capita anche il contrario.

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Stefano Cinelli Colombini

circa 6 anni fa - Link

Pur con la massima stima per l'autore, il punto che almeno in parte il pregiudizio anti-industriale degli enofili nasca dalla riluttanza degli industriali a dichiararsi tali è molto debole. Basta applicare il "teorema Sartore" agli omosessuali, alle persone di colore o ai rom per rendersene conto; chiunque è oggetto di un pregiudizio cerca di mimetizzarsi, è semplice autotutela. Solo noi grassi non lo facciamo, e non perché siamo migliori (beh, per essere lo siamo ma siamo anche troppo signori per vantarcene) ma solo perché l'evidenza della taglia non lo permette.

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Filippo Ronco

circa 6 anni fa - Link

Se vi è possibile, sostituite il link delle eliminatorie con il programma definitivo, grazie mille: https://www.vinix.com/myDocDetail.php?ID=7922&lang=ita

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LuigiG

circa 6 anni fa - Link

Il pregiudizio c'è ed è dettato dall'ignoranza. Le risposte di Zonin e Antinori non sono per niente svicolanti, come si vuole suggerire nell'articolo, e questa percezione deriva solo dall'ennesimo pregiudizio che le aziende che hanno grandi fatturati non vogliono essere considerate produttori industriali. Io combatto il pregiudizio del piccolo è bello da un bel pezzo, ad esempio credo veramente che i prodotti di qualità si possano fare con tecnologia moderna che i piccoli non si possono permettere e se pigiare coi piedi l'uva significa che poi dobbiamo cambiare il nostro gusto poichè in questo momento non è un gusto autentico allora dico che siamo completamente fuori strada.

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Fiorenzo Sartore

circa 6 anni fa - Link

Oddio, l'idea di combattere un pregiudizio avviandone un altro uguale e contrario, "grande è bello", mi pare un po' spericolata. Che dire, tanti auguri, ma no grazie. Sulle grandi aziende che si atteggiano a piccole per timore, è quel che già dico. E poi aggiungo anche che finiscono paradossalmente per aumentare quel pregiudizio. Anche la parte sulla definizione di gusto autentico (qual è quindi, quello irreprensibile e levigato dell'industria?) mi lascia freddino.

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Thomas Pennazzi

circa 6 anni fa - Link

Mettiamola così: il vignaiolo vende emozioni (non necessariamente positive) insieme al suo vino, l'industriale ha in mente prima il profitto, e se capita che trasmetta emozioni, il più delle volte sono del tutto prevedibili. Se vogliamo un paragone automobilistico, una Morgan e una Fiat (Fca) Croma... due mondi paralleli.

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Nelle Nuvole

circa 6 anni fa - Link

Beh... anche il vignaiolo ha in mente il profitto, il quale profitto non è una parolaccia. Le emozioni sono un optional, il vignaiolo vende per campare e vuole campare bene, con tutta la fatica che fa.

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Thomas Pennazzi

circa 6 anni fa - Link

Nessuno lo nega! Ma è un plus venduto "insieme al suo vino", mica certo emozioni da sole, per quelle basta magari un buon film.

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claudia

circa 6 anni fa - Link

Grande e piccolo. E'sempre una questione di misure, visioni e prospettive. Applaudo in pieno la tesi di Sartore:"Esibire con fierezza la propria condizione"

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tom

circa 6 anni fa - Link

ormai se non seppellisci almeno un cornoletame durante la luna piena non sei nessuno

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il chiaro

circa 6 anni fa - Link

il punto che fa (giustamente) nascere il pregiudizio verso l'industria del vino è che ogni anno il vino proposto è identico a quello dell'anno precedente. Parlando di Antinori, solo perché già citato nel post iniziale, sfido chiunque a "sentire" l'annata in vini quali peppoli, bruciato, Villa Antinori, Santa Cristina etc etc... Poi con le poche bottiglie di Solaia fatte in modo artigianindustriale cercano di ricostruirsi l'imene, ma gli altri 20000000 di bottiglie sono omologazione pura. Lecitamente l'industriale del vino propone una sicurezza al consumatore: la tal etichetta se ti piace sarà sempre nelle tue corde, anno dopo anno. L'artigiano invece ti propone l'etichetta X in annata Y e poi Z e poi W e così via, facendo un tipo di marketing diverso: "tu consumatore attento vieni a sentire come ho interpretato l'annata e scopri la differenza dalle precedenti" Attenzione: un piccolo produttore potrebbe essere "industriale" nonostante le dimensioni limitate.

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Hamlet

circa 6 anni fa - Link

90mila bottiglie di Solaia ti sembrano poche? Ci sono produttori che in 2 anni non le raggiungono, per non fare esempi ancora più estremi Comunque il tuo discorso non faceva una piega

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Il chiaro

circa 6 anni fa - Link

Io credo che solaia non superi le 35 mila bottiglie. Almeno fino a 3/4 anni fa cosi mi dicevano.

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