Il nostro 25 Aprile di cibi e vini resistenti

Il nostro 25 Aprile di cibi e vini resistenti

di Pietro Stara

“Dovreste farmi un piacere. Non mangio da ieri sera. Dovreste andare a casa a prendermi una pagnotta. Non sarà necessario che sfanghiate di nuovo fin qui, basterà che me la buttiate dal principio del filare. Io la piglierò al volo, state sicura. Al campanile batté il primo tocco delle undici. La vecchia lasciò completare le ore e poi disse: – Vado e torno. Ma non te lo butterò come a un cane. Vado a farti un sandwich di pane e lardo e se te lo buttassi si disferebbe per aria. E poi tu non sei un cane. Voi siete tutti nostri figli. Vi teniamo per tali al posto di quelli che ci mancano. Pensa a me che ho due figli in Russia e chissà quando mi tornano. Ma non mi hai ancora detto che cosa ci fai qui, appostato nella nostra vigna. – Aspetto uno di loro, – rispose Milton senza guardarla.”
Fenoglio, Una questione privata (1963)

“Vedere un volto di donna mi pareva una cosa meravigliosa. Mi sentivo sporca, spettinata, lacera: avevo i pantaloni a brandelli; mi pareva che soltanto una donna potesse capir tutte queste cose e aiutarmi, sia pur con la sua muta simpatia; una donna che ci avrebbe preparato da mangiare, che ci avrebbe sistemato un giaciglio, a cui avrei potuto cedere la responsabilità (che sentivo, pur senza completamente assolverla) d’organizzare per gli altri le forme primordiali della vita”.
Ada Gobetti, Diario Partigiano (1956)

“Facevo la staffetta quando c’era bisogno, fra Campegine, Cavriago, Poviglio, Cadelbosco, sempre in bicicletta. Ho fatto tanti chilometri. Facevo quello che c’era bisogno di fare. Al primo giro Gelindo mi ha mandato a prendere una rivoltella dai recitanti, dai Sarsi. Va bene, io ci sono andata. Già prima della pastasciutta. Poi il 25 luglio era caduto il “duce”. I Cervi non avevano la radio, non avevano nemmeno la luce elettrica per farla andare. Ma la gente andava in giro, c’era tanto entusiasmo. Così Aldo è andato a Reggio Emilia, al suo ritorno Gelindo diceva: ‘Anche qua bisogna fare qualcosa’. Ha contattato il fornaio Amadeo Rapacchi di Casa Cocconi che faceva anche la pasta. Abbiamo portato 170 chili da impastare: 100 chili hanno dato i Cervi dei “Campi Rossi”, 50 chili i Cervi del “Tagliavino” e 20 chili i Bigi di Vicolo Parigi. Rapacchi aveva le macchine per fare il pastaio. E poi era antifascista anche lui. La pasta veniva fuori dagli stampi, faceva i maccheroni. Che poi dovevano asciugare, però usava degli attrezzi per stendere e aveva i forni per asciugare. La pasta cruda è stata portata nei sacchi, sul carretto del latte, alla latteria di Caprara, per bollirla nelle caldaie e un po’ di pasta è stata portata anche alla latteria di Campegine. Sotto le caldaie con la legna si faceva il fuoco. E io c’ero a grattugiare il formaggio. La pasta cotta è stata messa nei bidoni del latte e condita con il burro e il formaggio. Ce li ha messi la latteria. Avevamo una biga con il cavallo guidato da Gelindo, così siamo andati in piazza. Sotto i platani, fra Comune e il cimitero. C’era il sole. Quanta gente, era piena la piazza, perché la gente aveva fame. Usciva di casa con il piatto in mano. Non c’erano mica i piatti di plastica. E noi l’abbiamo distribuita dai bidoni sui piatti. Gelindo ha anche parlato con il maresciallo dei Carabinieri, diceva: ‘Facciamo niente di male, diamo solo da mangiare alla gente, la gente ha fame!’ C’era il pozzo in piazza, la fontanella, abbiamo bevuto solo acqua, niente vino. E niente pane, niente dolce, la pasta e basta”.
Eletta Bigi, La pastasciutta del 25 luglio. In Pollicino Gnus

“Non ho mai visto una guerra così strana, dice Alberto, la battaglia del vino. Per sette giorni di seguito, non abbiamo fatto che sparare e bere. I valligiani piuttosto di lasciare il loro vino ai tedeschi preferivano finirlo. Ogni paese in cui ci ritiravamo combattendo traeva dalle cantine le bottiglie più preziose. Ricordo Ponte Marmora. Avevamo piazzato il mortaio in un prato. Vicino alla bocca da fuoco e sparse tra le munizioni c’erano una trentina di bottiglie vuote, ma altre ancora piene sul carrettino col quale le avevano trasportate da Prazzo (…) Arrivò la reazione nemica, granate scoppiarono poco lontano e pallottole sibilarono nell’aria. Allora, senza scomporsi, caricarono il mortaio sul carrettino, vicino alle ceste delle bottiglie e, cantando, presero la strada per Prazzo.”
Giorgio Bocca, Partigiani della montagna. Vita delle divisioni “Giustizia e Libertà” del Cuneese (1945)

“Giunge solo ora la notizia che il 18 aprile u.s., in frazione Pieve del comune di Talla, circa 10 ribelli abbatterono la porta del dopolavoro (fascista) con scariche di fucile mitragliatore, e che, entrati nei locali, consumarono due bottiglie di liquori, lasciando sul tavolo alcuni biglietti da dieci lire per pagare le consumazioni. Indi si allontanarono in direzione di Pontenano.” A cura di Ezio Raspanti, Ribelli per un ideale (2004) “Si distribuiscono i viveri, un pezzo di pane raffermo e cioccolato autarchico. La razione a me non basta. Chiedo a Nini l’unica scatola di marmellata, la riserva intangibile della banda: l’apro e a cucchiate incomincio a farla fuori. Nessuno parla, tutti mi guardano: contano le cucchiate, le gustano. Tiro avanti senza pietà. Mi sento addosso lo sguardo di tutti, alzo gli occhi a tratti e li vedo come ipnotizzati. Sto compiendo una cosa orribile. Anche Livio mi guarda, ma non parla. Tiro giù, un cucchiaio dopo l’altro, con impegno, come se infilassi delle pallottole in un caricatore. Domani avrò una giornata dura. Se questa forza mi darà un po’ di forza, viva le leggi partigiane frantumate.”
Nuto Revelli, La guerra dei poveri (1962)

Consigli di lettura:
Marco Rossi, Dal fascismo alla Resistenza. Che cosa mangiavano (e non mangiavano) gli italiani. E i partigiani. In Rivista Anarchica, anno 34 n. 304, dicembre 2004 – gennaio 2005; Carrara Lorena; Salvini Elisabetta, Partigiani a tavola. Storie di cibo resistente e ricette di libertà, Fausto Lupetti Editore 2015

[Immagine principale: Anpi Cremona]

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Pietro Stara

Torinese composito (sardo,marchigiano, langarolo), si trasferisce a Genova per inseguire l’amore. Di formazione storico, sociologo per necessità, etnografo per scelta, blogger per compulsione, bevitore per coscienza. Non ha mai conosciuto Gino Veronelli. Ha scritto, in apnea compositiva, un libro di storia della viticoltura, dell’enologia e del vino in Italia: “Il discorso del vino”.

2 Commenti

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Massimiliano

circa 5 anni fa - Link

Giorgio Bocca per caso è lo stesso che scrisse "Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa prima della guerra attuale. La vittoria degli avversari solo in apparenza, infatti, sarebbe una vittoria degli ebrei. A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l'idea di dovere, in un tempo non lontano, essere lo schiavo degli ebrei?" oppure ”…sarà chiara a tutti, anche se ormai i non convinti sono pochi, la necessità ineluttabile di questa guerra, come ribellione dell’Europa ariana al tentativo ebraico di portarla in stato di schiavitù” ? Sbattere tre uova (prima gli albumi a neve, poi i due tuorli), aggiungere due cucchiai di farina bianca e due di gialla, uno di formaggio grattugiato, sei di latte, un pizzico di sale e bicarbonato. Fare friggere il composto in tre o quattro volte, in modo che si abbiano più frittate, poi sovrapporle in un piatto mettendo tra l’una e l’altra della cipolla soffritta. Aggiungere sale e pepe a fine cottura. Cospargere di formaggio e servire subito. Tre soldati italiani del corpo cosiddetto volontario in Spagna siedono a un tavolinetto pieghevole e fanno una semplice colazione con pane, insalata e una bottiglia di birra a testa. Home / tecniche d'arte / Perché le antiche scritte delle osterie e del Fascismo riemergono spesso dai muri delle case? Se vuoi ricevere gratuitamente sulla tua bacheca gli articoli e i saggi di Stile Arte, clicca qui sotto "Mi piace". Perché le antiche scritte delle osterie e del Fascismo riemergono spesso dai muri delle case? Pubblicato da Redazione in tecniche d'arte 2 settembre 0203 scritta antica 2 Emergono inesorabilmente, facendosi spazio tra la materia da cui sono sepolti, proprio come le prove di un omicidio in un racconto di Edgar Allan Poe. Sono le antiche scritte “Vino buono” che riappaiono regolarmente, sotto una buona mano di colore nuovo, dagli strati inferiori dei muri, a testimonianza che in quel luogo, all’interno, c’era il bancone di un’osteria. Potrebbero esserne censite a decine, di queste scritte, in tutta Italia in una sorta di gioco fotografico che porterebbe, comunque, all’individuazione degli antichi luoghi di mescita. Non solo. Accanto a questi brani riemergenti del passato, appaiono anche molto spesso frasi fatte vergare sul muro nel corso del periodo fascista. Home / tecniche d'arte / Perché le antiche scritte delle osterie e del Fascismo riemergono spesso dai muri delle case? Se vuoi ricevere gratuitamente sulla tua bacheca gli articoli e i saggi di Stile Arte, clicca qui sotto "Mi piace". Perché le antiche scritte delle osterie e del Fascismo riemergono spesso dai muri delle case? Pubblicato da Redazione in tecniche d'arte 2 settembre 0203 scritta antica 2 Emergono inesorabilmente, facendosi spazio tra la materia da cui sono sepolti, proprio come le prove di un omicidio in un racconto di Edgar Allan Poe. Sono le antiche scritte “Vino buono” che riappaiono regolarmente, sotto una buona mano di colore nuovo, dagli strati inferiori dei muri, a testimonianza che in quel luogo, all’interno, c’era il bancone di un’osteria. Potrebbero esserne censite a decine, di queste scritte, in tutta Italia in una sorta di gioco fotografico che porterebbe, comunque, all’individuazione degli antichi luoghi di mescita. Non solo. Accanto a questi brani riemergenti del passato, appaiono anche molto spesso frasi fatte vergare sul muro nel corso del periodo fascista. E per coprire un vecchio affresco, non agivano sul colore vecchio, direttamente, ma picchiettavano con la punta del martello il dipinto, creando concavità alle quali l’intonaco nuovo poteva aggrapparsi. Resta la seconda spiegazione, quella mitica, dell’eterno ritorno fantasmatico della scritta “vino buono”. Essa si lega alla persistenza di Bacco, all’aura che certi luoghi molto frequentati e ora deserti offre nei termini della riproposta della propria identità.

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Pietro Stara

circa 5 anni fa - Link

Sì è lui. Scrisse cose indegne e infamanti sugli ebrei, sulla razza, sul fascismo e sulla guerra. Poi cambiò idea. E a quella nuova idea di libertà e giustizia fece conseguire azioni coerenti, salendo in montagna e impugnando le armi. E' un omaggio, quindi, alla possibilità di cambiare, alla salvifica incoerenza, al dubbio. Ed è un omaggio al fatto che ogni cambiamento, perché produca risultati, debba essere inevitabilmente contrassegnato e vissuto all'insegna della responsabilità individuale. Debba essere pagato cioè, cosa assai cara ai libertari, dalla ragione individuale.

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