Il giuoco delle perle di vetro in sei bicchieri e altrettante foto

di Emanuele Giannone

Il plagio. Sto plagiando un Premio Nobel (1946). Lui avrebbe riso del mio plagio e di certo, creatura d’altri tempi, non avrebbe sporto querela: quando terminò quel romanzo, viveva già in volontaria clausura e votato a letture, pittura, intense corrispondenze epistolari e studio indefesso. Fuori dal mondo, così lontano dalle sue passioni. E così vicino: “Il vino mi ama e mi seduce solo fino al punto in cui il suo e il mio spirito si intrattengono in amichevole conversazione.”. Trovate un invito più amorevole alla consapevolezza nel bere. Questo, disse. E scrisse una poesia d’amore intitolata La Farfalla nel Vino. Fu certamente uomo di grandi, spesso laceranti passioni. Non si sarebbe adombrato per uno sfacciatissimo plagiario, uno che gli ruba il titolo e lo usa per un gioco di sei perle di vetro, più altre sei di diversa sostanza.

Le altre foto di Andrea Federici le trovate qui

Il giuoco. Descrivere le sensazioni legate ai vini stabilendo relazioni analogiche tra questi e le immagini, rappresentando i legami tra i due oggetti di giudizio, usando le parole per socializzare pensieri intuitivi e associativi. In breve: abbinare ciascun vino a una fotografia. Facile a dirsi, arduo a farsi bene. Servono anzitutto vini e soggetti particolari, allusivi e non dimostrativi, dotati, oltre la normale bontà e bellezza, di una eminente forza di evocazione. Serve un diverso anelito da quello di saturare l’attenzione e far sensazione: più che buone intenzioni ed etichette mirabili, ci vogliono talento e studio per accostare, non accozzare, sei perle, abdicando alla pretesa di stupire con effetti speciali. Servono anche simposianti con vocazione egualitaria: nessun primo della classe, ciascuno parimenti disposto a pronunciarsi. In questo turno di gioco i giudizi sono stati differenti, le opinioni originali e irriducibili. Si è creata, evidentemente, la condizione ideale nella quale maturano esperienza e capacità critica: nessuno è perfettamente d’accordo con gli altri, tutti sono pronti ad ascoltare e a considerare ciascuna voce per rivalutare la propria, senza presunzioni, né deferenze, in perfetta situazione di parità. Mi piace immaginare che Giampiero Pulcini e Andrea Federici si siano ispirati, per la loro selezione, allo stesso riferimento ideale: sei voci, nessuna uguale a un’altra, nessuna migliore di un’altra, tutte giuste per tono e modulazione. È stata una degustazione in guisa di musica moderna: non ricerca di accordi e studio dei loro legami secondo principi armonici e melodici convenzionali, bensì condensamento delle trame armoniche e, finalmente, emancipazione delle dissonanze.

Le perle di vetro e le altre. Delle mie associazioni non dirò. Proverò solamente a raccontare le sei perle nel vetro. Chi crede al racconto, giochi a sua volta.

Trebbiano Spoletino Vigna Vecchia 2012 Collecapretta. La migliore definizione ha il pregio della sintesi, non è mia e la riporto volentieri: un vino familiare. Aggiungo semmai: struggente, come la nota da ultima estate nel finale, di buccia e uva stramatura. Naso intenso e denso, pieno di sale e sole, di richiami a frutta essiccata (albicocca, papaya), composte, pasticceria, lokum, fieno e cardo; più in fondo erbe e fiori macerati, roux, creme. Bocca che apre in rotondità e calore e si allinea affinandoli, in progressione, su un saliente sapido. Si allarga nuovamente nel finale, caldo e pieno dei riferimenti già offerti all’olfatto, arricchiti da quella nota tardo-estiva che è quasi un presagio: e infatti la sosta nel calice indica una parabola (caramello, sciroppo, carruba) nel suo tratto discendente. Festa paesana, sagra di fine stagione. Quella bella, prima di quella estenuata.

Trebbiano 2005 Valentini. Contro gli algoritmi ricorsivi dell’analisi sensoriale. In verità quella sera avevo scritto: contro il logorio della vita moderna. Boutade, plagio nel plagio, torto triplo: a un uomo grande e serio, alla sua ultima vendemmia, a uno straordinario attore di teatro prestato a Carosello. Spiego: questo è un vino letteralmente suggestivo. Suggerisce spunti, vie d’uscita, maglie rotte nella rete del consueto e dell’apparente. Per copia e originalità di suggestioni, per il loro movimento, invita continuamente a cercare oltre e dentro. Ne consegue che la mia rappresentazione è lacunosa, trattandosi di un vino al di là della mia capacità di rappresentare. Tracce vegetali preziose, fiori ed essenze amari, cappero, fieno, polline e foglie schiacciate. Poi vapore, resina di pino, cera calda, olio d’oliva. E di nuovo fiori. Tutto questo, immaginato da una camera di affumicatura. Sorso che, per tensione tattile e minerale, si imprime: l’impressione tattile è base e finitura, perché prima prepara al gusto e poi lo delinea. Quella minerale è sensazione tanto profonda e variabile da compendiare salgemma e tufo, creta e pirite. Freschezza ravvivante, organica e fondamentale. Progressione da numeri complessi. Se dovessi racchiudere in una parola: stroboscopico. Si dice così dell’immagine di un oggetto il cui moto ha frequenza diversa da quella di osservazione. Io osservavo ed ero molto più lento.

Ariento 2007 Massa Vecchia. Seconda maglia rotta e secondo balzo. Lavorare in sottrazione con un vino che fa macerazione sulle bucce fino a fine fermentazione. Elevare l’espressione varietale a ornato di quella territoriale – un terroir arduo, questo, che si rende raramente in sottigliezze ed equilibri dinamici – e di quella tecnica – la mano, la perizia, il saper fare. Sovviene un calembour sul nome, fin troppo facile: è massa magra, la fisicità è infatti palpabile e vibrante, muscolare, potente ma slanciata, dotata di grande resistenza. Per cominciare, un naso-caleidoscopio: c’è l’atelier di pittura – tempere, lacche – il mare e una campagna di fiori secchi, frutta matura, camomilla, uva spina, rabarbaro e zenzero canditi, resine. La rete di associazioni e rimandi è fittissima. Nelle due ore a disposizione si alternano erbari e spezierie che non saprei. Azzardo spezie bianche, anice, arancia amara, china, legno di rosa. Bocca ampia e vivace, fitta per sostanza e trama ma fluente. Sapidità infiltrante e di timbro marino – c’è lo iodio, c’è la douce amertume d’acqua e alga. Nello sviluppo la densità della materia si dipana in ricchezza aromatica, lunghezza minerale, sale e solarità: il girasole, “… ch’io lo trapianti / nel mio terreno bruciato dal salino…”. Secondo plagio a danno del poeta delle maglie rotte.

Sancerre Les Monts Damnées 2012 P. Cotat. La luce e il colore fanno qui da indizio e sinossi del quadro olfattivo: freschezza e mineralità cristallina. Le quali, infatti, svettano all’olfatto e si svolgono in limone, menta, fiori bianchi, pietra bagnata, calce, finocchio selvatico. Rispetto alla precedente annata degustata – grassa, potente, zuccherina – è una virata con capovolta, soprattutto un’emozione da altri colori e altre temperature. Un ricordo dei vecchi connotati si aggiunge solo più tardi (asparago, arancia candita, idromele). Al gusto è una nuova sorpresa: rettilineo, di forza vettoriale e di un’acidità che prende la bocca di slancio e la irrora. Tensione gustativa assoluta e accordata inizialmente sui toni più freddi, ma è una mimesi: il finale è sublimazione, ricordo delle note mature (agrumi maturi, miele, ginestra, frutta tropicale, verbena), quasi una metafora del dolce che può essere. Un vino a sé, come tutti quelli che, con il minimo di materia, arrivano al massimo di concentrazione espressiva.

Wehlener Sonnenuhr (Mosel-Saar-Ruwer) Riesling Spätlese 2005 Dr. Weins-Prüm. Tra le perle, forse quella di più immediata lettura. Una rappresentazione esemplare del Riesling di Wehlen: Sonnenuhr (La Meridiana), vigna a precipizio sulla riva opposta al villaggio, esposta a Sud-Sudovest e piantata su suoli sottili, con poco o nullo strato organico, prodotti dallo sfaldamento delle ardesie blu, qui frammiste a loess e quarzite, vale a dire un patrimonio accumulato in quattrocento milioni di anni. Vale a dire soprattutto grande e permeante complessità minerale, resa ben oltre i riconoscimenti di idrocarburi, pietra focaia, saldatura e polvere pirica, sviluppata anche in chiarezza (magnesia, polvere di vetro). Acidità portante, che guida la dinamica svolgendo note di pesca, agrumi, susina, albicocca e miele in uno sviluppo gustativo di nerbo e succo, teso, chiuso con il sigillo nitido e durevole di quattrocento milioni di anni di pietre.

Blanc de Blancs Brut Nature Laherte Frères. Ovvero dello Chardonnay come idea di dirittura e pulizia. Rettilineo e tagliente senza compromessi. Anche in questo caso (l’altro è il Riesling) sovviene immediatamente la composizione di suolo e sottosuolo, calcari e gesso che talvolta affiorano, depositi isolati di limo ricco in minerali. Naso e bocca univoci: dritto e sferzante, tagliente. Luminoso, scarno di tenerezze e in compenso ricco di vibrazioni che forniscono significato, timbro e colore oltre il suo bianco risoluto, di gesso e sale in cristalli, che è luce fredda ma non artificiale. Un vino di (quasi) tutta tattilità, falso monocromo, falso monocorde: poche note ma acute, ben sostenute in vibrato e accresciute da svariati, acrobatici armonici.

[Degustazione a cura di Giampiero Pulcini, fotografie di Andrea Federici: Immagini dal Bianco – La varietà del bianco in sei bicchieri. L’originalità dello sguardo in sei fotografie. Presso Divinarte, Mentana (RM). Grazie ad Andrea Federici per aver fornito le immagini (riproduzione riservata) a supporto dell’articolo.]

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

10 Commenti

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Giampiero Pulcini

circa 6 anni fa - Link

Ma che bello aver avuto in sala una persona così. Grazie Emanuele.

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Cristiana Lauro

circa 6 anni fa - Link

Grazie Emanuele per questo bellissimo post! Non sta bene che lo scriva qui, i complimenti fra noi assumono un'aria da condominio burino che non ci appartiene (secondo complimento fra noi). Mi hai ricordato una lettura che faticai ad affrontare ma accidenti se ne valse la pena! Bravo! P.s se in questo momento stessi in un paese che non oscura Facebook mi congratulerei in forma privata, ça va sans dire.

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

Ma io SONO un condomino burino! Vivo in borgata!! Quindi abuso volgarmente e pubblicamente del privilegio di urlare, da un ballatoio a un altro, che sono felice del tuo commento.

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Pietre colorate

circa 6 anni fa - Link

Anche su Pietre Colorate ci divertiamo da un po' con questi abbinamenti e le sensazioni che ne nascono. Dai primi numeri del giornale, nella rubrica "Pezzi di vetro", con le fotografie di Francesco Orini c'è un vino e un verso o una canzone

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

So, apprezzo. Giusto ricordarlo.

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Giampiero Pulcini

circa 6 anni fa - Link

Riletto. Acutezza spaventosa.

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matvela

circa 6 anni fa - Link

bell'articolo molto acuto , bello l' accostamento alle perle di vetro di Hesse . sono perle di emozioni , di immagini fotografiche . Un bravo al fotografo ed all'autore !!!

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emanuela manfredini

circa 6 anni fa - Link

è meravigliosamente scritto...davvero...leggere articoli così è oltre il piacere, anzi è quasi da lezione accademica....complimenti....

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giulia angela fontana

circa 6 anni fa - Link

Come sempre, leggerti è un piacere. Giulia

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Giampiero Pulcini

circa 5 anni fa - Link

Dlin-dlon. Ove mai qualcuno fosse interessato al giochino, la presente per segnalare che la replica andrà in onda Domenica 26 Gennaio alle ore 11.30, presso il Radisson Blu Hotel in Roma, nell'ambito della manifestazione Sangiovese Purosangue. Non tutto sarà uguale, ovviamente. I 6 vini saranno rossi, le 7 foto (più una di copertina) opera dei fotografi professionisti David Fratini e Fabrizio Battistoni di Terni. L'omelia sarà invece invariabilmente opera del sottoscritto. In alternativa l'organizzazione ha predisposto per ogni postazione una cuffia che per quaranta minuti sparerà senza tregua i più grandi successi dei Jalisse (cioè uno, "Fiumi di parole", Sanremo 1997, durata 3'48" per cui lo ascolterete almeno 11 volte; auguri). Per informazioni e prenotazioni: info@sangiovesepurosangue.it Chiusa parentesi.

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