Come eravamo. Quarant’anni dopo, sette rossi della vendemmia 1974 raccontano un po’ di storia del vino italiano

di Andrea Gori

Quarant’anni fa il vino italiano nell’immaginario collettivo era, per usare una definizione del marchese Piero Antinori, “vino corrente”. Con tutte le accezioni del caso. Immaginare la successiva crescita era difficile, ma qualcuno lo aveva intravisto, dal momento che aveva deciso di fondare una pubblicazione ancora oggi in buona salute come Civiltà del Bere.

Nella festa del quarantesimo compleanno della rivista, al Four Seasons di Firenze, c’è stato spazio per un amarcord su “come eravamo” con sette bottiglie del 1974, annata difficilissima e complicata che mise a dura prova i nostri vignaioli. Vini non facili da elogiare in pieno, secondo i criteri attuali, ma molto efficaci come testimonial dell’idea di vino dell’epoca. Ciascun assaggio è stato introdotto da un portavoce dell’azienda che ne ha raccontato la genesi.

1. Andrea Daldin per Lamole di Lamole ci parla di un’azienda dove si produce vino almeno dal 1750, tra colline e altitudini elevate, pendenze, galestro, tanto manganese e ferro, con l’uso tradizionale di sasso e terrazzamento per catturare più sole. Proprietà dei conti Tebaldi, venne acquistata dai Marzotto nel 1993. La 1974 fu l’unica vendemmia che si ricordi sotto la neve che arrivò a fine ottobre-inizio novembre, durante un’annata particolare con tanta acqua a primavera, siccità tra luglio e agosto e poi pioggia e freddo da settembre in poi. Questo vino proviene dal Vigneto Campolungo, impiantato nel ’45 con 31 cloni diversi tra cui l’R10 che sarebbe diventato uno dei più riprodotti nel Chianti Classico. Vinificazione in tronconico.

Lamole di Lamole 1974 Chianti Classico: presenta ribes in confettura, castagna e lavanda, rosmarino e menta; la bocca è commovente e dritta, piacevole e vitale. 86

2. Tocca poi a Franco Zuffellato per Zonin presentare Pian d’Albola, oggi Castello d’Albola: un castello che ha avuto solo 4 proprietà lungo la sua storia pluricentenaria, con gli  Acciaioli ultimi prima degli Zonin. Il principe Marchese Gondi lo compra dalla famiglia fiorentina dei Pazzi, che lo portarono nel 1832 ad essere uno dei pochissimi fondi autosufficienti. Gianni Zonin lo acquista a metà ’70 a causa di un autentico colpo di fulmine, dopo averne visto le vigne. Il vino che assaggiamo, diversamente da altri Chianti Classico dell’epoca, non aveva uve bianche.

Castello (Pian) d’Albola 1974 Chianti Classico: con resine e susine, anice e menta al naso; la bocca è piacevolmente sapida, scivola via veloce ma si ferma un poco per far sentire succo, pepe e finocchio. 80

3. Francesca Cinelli Colombini ci racconta il  suo 1974 come un vendemmia tosta, con siccità e pioggia fino a ottobre, che hanno permesso di fare grandi vini solo dopo una notevole attenzione in vendemmia e nella selezione delle uve, procedimenti che restano accurati ora come allora per quanto riguarda la materia che doveva finire nel Brunello, “vino scelto”.

Brunello di Montalcino Fattoria dei Barbi Riserva 1974: presenta sandalo e ciliegie cotte, rafano e carrube, bocca piacevole anche se accidentata e con vitalità ridotta. 82

4. E’ il turno di Teresa Severini Lungarotti: ricorda come il Cavalier Giorgio archiviasse ogni anno addirittura duemila bottiglie per i futuri assaggi. L’etichetta “Rubesco” ha solo 50 anni, ma sono stati anni intensi. Il 1974 è oggi vivo e cangiante, ma all’epoca non era così promettente (perché offuscato da ’73 e ’75) nonostante fosse uscito sul mercato nel 1985 dopo i consueti (allora) 10 anni di affinamento. Il 1974 rappresenta la prima annata con il toponimo della vigna Monticchio in etichetta, ed è anche l’anno di apertura del museo del vino da parte della signora Lungarotti, un dono alla civiltà del vino che ancora oggi conta una collezione impressionante e un numero enorme di visitatori.

Lungarotti Rubesco Riserva 1974 Vigna Monticchio: mirtillo in confettura, alloro e pepe; la bocca si presenta viva e allegra, con finale di cardamomo e ginepro, splendido. 90

5. Casimiro Maule viene dal Trentino, ma ci racconta del suo arrivo in Valtellina dove all’epoca c’era la corsa all’uva con vigne sovraccariche e gran concimazione: l’obbiettivo era produrre e vendere, tanto che 12 gradi alcolici nei vini erano una rarità. Si produceva quasi solo per la Svizzera, poi il  mercato cambiò e fu quasi un tracollo. Oggi la produzione è passata da oltre 100 mila quintali a 40 mila, con un ritorno dei giovani, per un totale di quasi 40 aziende. La vinificazione partiva da uve di vendemmia tardiva fino quasi a fine ottobre, lente macerazioni  di 40 giorni, botti di castagno (anche cemento) poi affinamento 3-4 anni.

Nino Negri Inferno Valtellina Superiore 1974: naso di rosa e dolcezze di frutta candita; la bocca appare affumicata e con note di mallo di noce. 81

6. Alberto Chiarlo rammenta un’annata molto buona, invece, per le Langhe. Il suo Barolo, come tutti i Barolo dell’epoca, era un assemblaggio di vigneti diversi. In questa bottiglia confluivano uve da Serralunga e Barolo, compreso Cerequio e Vigna Rionda. La fermentazione avveniva in tini con oltre 30 giorni di macerazione.

Michele Chiarlo Barolo 1974: la lunga macerazione, e i 40 anni di affinamento, lo hanno provato; ma è vino vitale soprattutto al sorso, con un tannino che pizzica e l’acidità che tiene botta, non molto acceso sul frutto, ma il carattere nebbiolesco vive eccome. 85

7. Andrea Lonardi racconta infine di Bertani e di come questa abbia sempre investivo nello stoccaggio di tante annate quasi sempre disponibili alla vendita. Nel 1974 la Valpolicella non era una zona così importante, e il grande successo dell’Amarone era ancora da costruire, mentre la storia parlava sempre e comunque di Recioto, prodotto invece dai tempi dei romani. L’appassimento è tradizione storica, ma era anche necessità, per migliorare la produzione come dimostra l’avvento del “Secco Bertani” che pure ci mise degli anni a farsi capire. Il 1974 vide le uve, come da tradizione dopo l’appassimento, pigiate dopo il 6 gennaio nelle giornate più fredde, una svinatura dolce e poi 5-6 rifermentazioni nei 9-10 anni durante i quali il vino riposava in botte. Un processo lunghissimo e commovente, pensando ai ritmi attuali, ma che garantiva un risultato eccezionale e donava al vino una capacità all’epoca quasi unica di resistenza all’invecchiamento.

Bertani Amarone Classico Recioto Valpolicella 1974: ha frutto fresco, sottobosco e ciliegia, tabacco e tartufo; la bocca è placida ma ricca, con spezia curiosa, piacevole al sorso, carezzevole ed equilibrato. 88

Come ripetuto da tutti, il 1974 non sarà mai iscritto nell’albo d’oro delle migliori annate per il vino italiano, ma il riassaggio dopo 40 anni restituisce il coraggio e la lungimiranza di chi già allora scommetteva sul futuro della nostra enologia, mettendo sul mercato vini addirittura 10 anni dopo la vendemmia.

Alcuni vini mostrano la corda: ma va detto che nella maggior parte dei casi si trattava di vini destinati ad essere consumati molto prima, probabilmente senza ambizioni quarantennali. Onore al merito di chi ha continuato e continua a crederci: dopo questi nostri primi 40 anni, chissà dove arriveremo nei prossimi. Sperando di riuscire a leggere in questi assaggi le lezioni giuste per il futuro.

[Immagine: Filippo Bartolotta] 

Andrea Gori

Quarta generazione della famiglia Gori – ristoratori in Firenze dal 1901 – è il primo a occuparsi seriamente di vino. Biologo, ricercatore e genetista, inizia gli studi da sommelier nel 2004. Gli serviranno 4 anni per diventare vice campione europeo. In pubblico nega, ma crede nella supremazia della Toscana sulle altre regioni del vino, pur avendo un debole per Borgogna e Champagne. Per tutti è “il sommelier informatico”.

1 Commento

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Ancellotta libera

circa 7 anni fa - Link

Mi sembra interessante, a questo punto, chiedersi il senso delle degustazioni, verticali od orizzontali che siano. Qui la motivazione era legata all'anniversario della rivista, d'accordo, e certo che gli anni Settanta hanno rappresentato uno dei punti più bassi a livello qualitativo. Credo che,in generale, sia doveroso fare una selezione delle vecchie annate, per dare modo, ai degustatori, di avere indicazioni utili dai vini assaggiati , altrimenti si esce dalla sala sconfortati, alla ricerca del primo champagne disponibile

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