Ciò che si deve comprendere è già in parte compreso. I vini di Alessandro Dettori

di Emanuele Giannone

Terroir: Ort und Volk. Aggiungiamo Geschichte. Non è la vulgata della tradizione nel senso che le dà Gadamer, ma un’interpretazione acuta e sintetica (non mia, bensì d’altra e più sensata penna di questo rotocalco virtuale) del verbo dettoriano.

Della maratona a Divinarte con Alessandro Dettori e Giampiero Pulcini, finita alle ore piccole, serbo un ricordo nitido e un pensiero da condividere con il primo, che quella sera stappò a profusione e parlò altrettanto. Per meglio dire: disse proprio tutto, tutto della sua zona, la Romangia dei 1100 ettari vitati e dei terreni bianchi di calcare, da secoli autosufficiente nella produzione per autoconsumo, e del ruolo svoltovi dal vino. E disse tutto in generale su tutti i suoi vini, tutto in particolare su quelli in degustazione. Disse così tante cose e a tale ritmo da rendere improbo il lavoro di Giampiero, anchorman tenace e studiato nei ritmi (è fondista). Avendo premesso che questi vini sono cibo, non bevanda, Alessandro si pose a servizio del vino e dei presenti non solo perché mescé di persona, ma anche per come inframmezzò gli assaggi di riferimenti storici e tecnici, dettagli sulla biodinamica, ricordi e altre considerazioni personali, il tutto praticamente senza soluzione di continuità: tempestato di domande lui, tempestati di risposte noi. In retrospettiva, quella serata fu un esercizio, affatto involontario, di ermeneutica fisio-enoica. Un movimento circolare di interpretazione, dalle parti (i vini della serata) al tutto (il concetto di vino nella concezione di Alessandro); e di nuovo, tra dialoghi e assaggi, dal tutto alle parti, in mutuo e circolare scambio.

Il pensiero che indirizzo ad Alessandro discende proprio da quel flusso continuo e cospicuo di informazioni e induzioni esegetiche; quel flusso che, così almeno lo interpretai, voleva in qualche modo anticipare le reazioni dei presenti, posti di fronte a vini fuori dall’ordinario; e di quei vini mirava a giustificare ex ante la straordinarietà, a partire dalle scelte tecniche, passando per l’età venerabile delle viti, fino agli andamenti erratici delle stagioni. Tutto questo, nell’intento di renderne più comprensibile il senso; e purtuttavia correndo, proprio per tanto spiegare, il rischio di ridurne i sensi a indici e sinossi.

Da creatore, Alessandro potrebbe tranquillamente ritirarsi e concedersi, per una volta, il meritato distacco. Potrebbe restare sullo sfondo e lasciare che, dopo tanto lavoro, a lavorare per lui fossero i suoi liquidi nonpareils, inequivocabilmente suoi, ben compresi da chi li beve nella loro ostinata nonconformità e proprio per questo mirabili: perché elevano a pregio la variabilità, chiedendo e ottenendo attenzione anche presso chi non li apprezza di primo acchito o non li trova conformi al proprio gusto. Perché parlano bene per il loro creatore, essendo come lui non informati alla pretesa di piacere erga omnes.

Anche quella sera, come in più occasioni precedenti, io apprezzai molto i vini di Alessandro. E forse fu solo per il rischio e l’impegno infinitamente minori, diciamo gli agi dell’assaggiatore, che potei esser meno rigoroso di lui e pormi in tutta tranquillità a trovare belle e divertenti anche le bizze e le discordanze, belli i punti di discontinuità dei vini rispetto al racconto che Alessandro ne andava facendo. Loro, presentati come vini senza compromessi, in effetti non vi scesero nemmeno con chi li aveva creati e li andava raccontando.

Dettori bianco 2013 (vermentino 100%)
Miele, cera d’api e timo a muovere un volano etereo, erbaceo, fruttato e soprattutto caldo, che spazia da Mediterraneo a Tropico, da geranio, salvia, bacca d’alloro e chinotto a pimento e frutto della passione. Nel calice evolve velocemente e prima verdeggia di lime, aloe ed edera, quindi allude a mare, frutta gialla (pesca, mirabella), timo ed erbe amare. Dinamizzato da una punta di volatile non invasiva, né disunita, che non corrompe il gusto. In bocca è infatti corale nel calore ben gestito, nella progressione e nello svolgimento aromatico, divertente nello sfondo appuntato di cristalli di sale e altri riflessi marini, appagante nel finale di timo e agrume amaro, lungo e rinfrescante.

Ottomarzo 2011 (pascale 100%, impianto del 1883)
Coinvolgente, slanciato, eminentemente balsamico: mirto, fico d’india, bosso, corbezzolo e salvia. Tracce di roccia, patchouli, acqua di fiori. Bocca fendente e profonda, di presa sicura e progressione continua. I sapori si svolgono essenziali, non ridondanti, ben centrati sul frutto ma arricchiti da cenni a tabacco e creosoto. Vino di grande e sublime presenza, dinamico e sapido, dolce solo nel ricordo, fine nelle sensazioni terrose alimentate dalla trama grossa – non grezza – dei tannini. Bellezza diffusa nelle sensazioni finali, slanciate, più aeree che liquide, eminentemente balsamiche e ricche di spunti erbacei.

Tuderi 2007 (cannonau 100%)
Creazione e creatore in accordo: qui espressione e passione convergono sul concetto di vino-alimento. Pane nero, prugna essiccata, carruba, miele d’erica e in più fronde, anice, humus, erbe amare e fiori passi. I profumi integrano un profilo opimo, leggibile in maturità, nel calore, nell’immediata e aperta bontà. Al gusto è accogliente per spessore e calore diffuso: il soffio alcolico indirizza lo sviluppo dei sapori, che variano da frutta matura a crema di cassis e pasticceria, virando in progressione su note evolute e liquorose. C’è tutto ed è leggibile, senza rebus. Piuttosto, è un vino-omnibus.

Tenores 2010 (cannonau 100%)
Spiazzante: rovo, ardesia, vinaccia fresca, rooibos, tabacco e l’accordo di dominante dettato dalle erbe in infusione e dalla macchia: alloro, lentisco, erica, mirto, rosmarino e cappero. Al gusto è più impressione tattile che espressione aromatica: è caldo, si colgono nitide le note d’erbe (rosmarino, origano, alloro), rosolio, legno di rosa, amarena, carruba, ma a segnare il ricordo sono la presa e l’agilità nell’incedere più che la pienezza, la larghezza e la diffusione calorica. Insieme a Ottomarzo è il più spigliato di questa rassegna.

Dettori Rosso 2011 (cannonau 100%)
Dall’essenza di Ottomarzo, all’eszencia di Dettori 2011. Da un impianto di ottant’anni d’età, il vino che probabilmente corrisponde più immediatamente al concetto di vino-alimento proposto da Alessandro Dettori. Grasso già nei profumi, con visciola, riccio di mare, bacca di mirto, guanciale, fico d’india, note marine ed erbacee nobili (anice stellato). In bocca è graduale, pastoso, non pesante, di lentezza e calore godibili , paragonabili a quelli dei vini dolci. Chiusura articolata tra frutto rosso, mirto, mentolo, liquirizia e il segno lievemente amaro dell’armellina a contrappuntare il residuo zuccherino.

Dettori Rosso 2009 (cannonau 100%)
Qui si fu informati, per inciso, che le vigne più vecchie datano al 1880 o giù di lì. Naso di grande complessità, connotato da toni maturi (marasca, prugna) e solari, corroborato dalla freschezza di fondo e da complesse note erbacee e balsamiche: timo, mirto, garofano, chinotto, tamarindo. Frutto nero e spezie a denotare lo sfondo. Concentrato e lento nello sviluppo gustativo, bello per il finale speziato e balsamico che richiama pungenze e freschezze sottili: è l’anima doppia e sfuggente, aerea ed equivoca, di un vino placidamente piantato a terra. Richiederebbe attenzione e impegno che mal si attagliano a questa fase della bevuta, scandita dai commenti di sottofondo (vedi nota finale[1]). Sarebbe bello ritrovarlo in contesti meno spiritati.

Dettori Rosso 2004  (cannonau 100%)
Da magnum. I fumi si levano su Dura Europos, annebbiano gli anziani e intossicano i novizi. Si stagliano tannini irriducibili, rosoli, fumerie, distillati d’erbe amare, frutti rossi maturi e in confettura, tabacco, bitume. Il liquido ha slancio e apprende la bocca, la segna prima e seda poi in morbidezza e calore confortanti, riproponendo le note più mature ed evolute dell’olfatto, dalle confetture al tabacco, dalla carruba alla liquirizia. Denso e conturbante, assolutamente a proprio agio nella temperie da after hours. Un vino per le labbra di Liv Ullman, finito a sproposito nei gozzi di una vociante confraternita dell’uva, tutta tesa nell’attesa dei maccheroni…[1]

NOTA FINALE.
Microfoni aperti: giunti al Dettori Rosso 2009 il pane non bastava più e il pubblico si era già dato a un irreversibile dérangement. Pulcini si andava rassegnando. Volava di tutto, dalla battuta arguta al deliquio panico, adolescenziale e  senescente. A partire da questo penultimo vino, quando l’orologio segnava già ben oltre le 23 e molti seriosi degustatori seriali si erano aperti il secondo o anche il terzo bottone della camicia, ho captato alcune perle:

    • “Si chiama cornoletame perché cacano dentro le corna di bue”
    • “Qual è il secondo principio della biodinamica?”
    • “La pasta con la bottarga è biodinamica?[2]”
    • “C’è un tizio attaccato al vetro da 3 ore. È il pronipote di Keyser Söze”
    • “La biodinamica è maschilista”
    • “Mallo di noce. Questo è mallo di noce netto” (riassaggiando Dettori Bianco 2013)

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[1] La serata si è chiusa col cimento di Alessandro Dettori nella pasta con la bottarga.

[2] Vedi Nota 1.

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

11 Commenti

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Vinogodi Marco Manzoli

circa 5 anni fa - Link

..bellissimo racconto: molta condivisione con quanto scritto e la certezza che i vini di Alessandro siano fra i più emozionali che io conosca...

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Emanuele

circa 5 anni fa - Link

Grazie Marco. Sì. Emozionali. E anche popolari, volendo: vanno perfettamente incontro a chi non abbia genio o diletto di disquisire tanto, e voglia piuttosto discernere secondo i comodi, personalissimi cartellini del buono/cattivo.

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andrea

circa 5 anni fa - Link

Basta con Loscrittorechenonleggenessuno e Ladivachenonselafilapiunessuno: Viva Giannone! Che ha letto tutto di Antimedonte. ( e per questo ha avuto molto tempo per assaggiare e raccontare)

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Emanuele

circa 5 anni fa - Link

Santi numi, che cosa mi hai fatto tornare in mente... ... i paradossi alessandrini, l'Antologia Palatina... Lui era quello che... di sera beviamo e siamo uomini, al risveglio torniamo bestie feroci etc. Il tempo delle mele.

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Emanuele

circa 5 anni fa - Link

PS - ma tu sarai mica l'Andrea con cui tempo fa, su questi schermi, si partì dal vino e si finì con violoncelli, Du Prè etc.?

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andrea

circa 5 anni fa - Link

Elementare Watson! Senti, veniamo al dunque. Ti va in una delle serate di questa lunga estate di partecipare ad una allegra serata di vini fra amici e parlare di Rostropovich, Kayser Soeze, la grande fuga, Steve Mc Queen, L W Beethoven, comodamente seduti sotto il tiglio in campagnetta in via degli Olmi?

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Emanuele

circa 5 anni fa - Link

Via degli Olmi a Roma? Luglio suona bene, direbbero all'Auditorium. Certo. nirgendwo@yahoo.com

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Adriano Aiello

circa 5 anni fa - Link

"In retrospettiva, quella serata fu un esercizio, affatto involontario, di ermeneutica fisio-enoica" Emanuele ti voglio bene:)

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Emanuele

circa 5 anni fa - Link

panfilìa unica via.

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Nelle Nuvole

circa 5 anni fa - Link

Parole molto belle per illustrare un uomo e i suoi vini. I quali vini sono di una semplicità commovente nel loro essere "Isola" e "Mediterraneo" e "Romangia". Un elogio particolare ad Emanuele che non teme l'uso del passato remoto verbale, ma lo maneggia con maestria, donando tridimensionalità temporale al racconto.

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Emanuele

circa 5 anni fa - Link

Grazie. Però, a dirla tutta ho il vantaggio competitivo dell'ascendenza sicula.

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