Benvenuto Brunello 2014. Ho visto gente, ho fatto cose. E questi assaggi li voglio segnalare

di Emanuele Giannone

Ho visto cose. Un Signore, la sua Signora, la loro Cerchia e la casa-cantina, il loro homo faber di casa (e soprattutto di cantina), persino un secondo homo faber di passaggio e solidamente accatastato presso una seconda casa (e soprattutto seconda cantina). La conoscenza pregressa si limitava a ripetuti assaggi e di grande soddisfazione: soddisfazione almeno pari a quella scaturita dall’incontro che temevo formale e che si è presto trasfigurato in convivialità, dialogo, tovaglia a quadri, ragù, tagliata e vino buono. Buono senza rimedio, né bisogno di rammentarne premi, pregi ed elogi; gli enologi, quelli sì, li rammento e volentieri: Federico Staderini e Luca Marrone. Io non tengo più in grande considerazione le litanie di descrittori dell’approccio tecnico-analitico, ma per loro due, due versioni ed età dell’homo faber, ne rischio volentieri alcuni, per giunta desueti, quali ad esempio: signorilità, cultura e la classe di non ostentarla, eloquio forbito ancorché non ricercato, una presenza che demitizza la fama che li precede e che li ha resi a me, dilettante in ogni senso, due soggetti-oggetti di diletto. Qualis faber, tale vinum.

Ho visto anche quest’annata materializzarsi sopra i tavoli di degustazione come il figlio di Oceano e Teti, il solito Proteo e le sue molte forme: magre o opulente, piatte o slanciate, avvenenti o mostruose. Comunque tante e, come sempre, tutte mestamente soggiogate alla Legge di Negroni, per la quale le stelle sono tante e più sono, meglio è: vuol dire qualità. Torrenieri sta a Sant’Angelo in Colle come Chambolle a Pommard. Ma se i Burgundi giudicano singolarmente, per sottozone e vigne, noi siamo ancora fermi ai salami.

Ho provato le nuove versioni degli immancabili, svariati tentativi di potenziamento di vini astenici ed esangui. Pochi mesi in bottiglia e già sono fiaccati dalla sindrome da burnout, maledetti gli integratori alimentari, i personal trainer e l’ossessione culturistica: prima metti su massa, poi farai definizione. Sveglia: non funziona così.

Ho visto gli esercizi di stretching, meditazione zen e tantra yoga dei giornalisti in cerca del senso, frastornati dal chiocciare del tavolo russo attorno a un samovar caricato a sangiovese grosso. I sorrisi di sufficienza di quelli che sanno sempre di più e sbirciano il monitor del vicino per dire sempre la cosa giusta. L’erubescenza molesta dei massimalisti della deglutizione. Ho visto soprattutto molti posti vuoti, dopo che l’accredito era stato in forse fino all’ultimo a causa del tutto esaurito annunciatomi dall’organizzazione. Ho visto e sentito cose mirabili ed esecrabili: è per questo che adoro le degustazioni in anteprima, osservatori privilegiati di capacità rabdomantiche, approssimazioni scaramantiche, stronzate quantiche.

Ho conosciuto Castello Banfi nella persona del suo AD o, secondo alcuni siti, DG, o Direttore, o più semplicemente Responsabile, Enrico Viglierchio. È stato molto interessante ascoltare le ragioni della Brunello Corp., abituato e aperto com’ero a quelle di tanti e a me cari miniaturisti del vino a Montalcino. Se Banfi è un mastodonte, allora è di una specie molto educata: per quanto spazio occupi tra ettari e scaffali, non satura il mercato a danno dei più piccoli, specialmente all’estero. I suoi grandi numeri soddisfano una domanda che non cerca che questi e i relativi prezzi. Da almeno due anni, oltretutto, definire una semplice commodity quel vino non è più onesto. Passati parodie e parossismi panamericani, ripeterei per il 2009 quel che scrissi per il suo predecessore: “Ogni tanto accadeva che quella compagna di classe del Ginnasio goffa e grassoccia, tale all’ultima campanella del Quarto, sempre a disagio nei capi sempre più costosi comprati dai complici e doviziosi genitori, si ripresentasse il primo giorno del Quinto e venisse scambiata per una nuova entrata: croce e rimpianto di chi l’aveva snobbata per fattezze e movenze porcine sotto i profumi alla frutta, sotto gli astucci Hello Kitty® o per la corrispondenza tra effluvi di crème caramel e un vistoso tremolar di sonze al girovita, sopra la gonna. Una stagione scolastica nuova e arrivavano lunghezza, nerbo e definizione inattesi. Restavano molte rotondità. Noi restavamo con un palmo di naso. Non certo un pettirosso di ragazza, nemmeno una gazzella, anzi. Ma di sicuro una di quelle che avremmo invitato a ballare.”.

Ho visto il set ideale per la puntata montalcinese dell’epopea di James Bond. Vi sono arrivato nella maniera più imbarazzante e letteralmente sudicia: impantanandomi. Io non ho l’Aston Martin preparata, mi muovo su un’utilitaria francese d’indole tranquilla e colore da Gelataio Errante d’antan: l’ho dovuta lasciar lì, piantata nel fango fino al mattino successivo, proprio dove il viale d’accesso alla tenuta si fa bivio. Cioè in mezzo al set, in bella vista come un monito per tutto il jet-set di passaggio: noi blogger siam così, gli strani eno-zulù. Venendo finalmente agli interni, il set consisteva in una tavola festosa e festosamente impavesata di sguardi truci o in tralice o negati o da Gorgone. E solo in posizione residuale gli sguardi amichevoli, compreso quello di Giacomo Neri, paziente padrone di casa nonché regista del salvataggio della mia gelateria ambulante. Altre note di merito: una densità di giornalisti per metro quadrato nettamente superiore a quella misurata nel Chiostro del Museo di Montalcino; lo stinco di maiale; e il Brunello 2009 che, forse per prontezza e tensione maggiori, forse perché incorpora la 2009 di Cerretalto che non si farà, ma più sicuramente per il mio essere eno-zulù, mi è piaciuto anche più della 2009 di Tenuta Nuova e della 2008 di Cerretalto.

Ho visto Florio Guerrini uscire dal chiostro stanco e quasi afono dopo la giornata di fiera. Pochi minuti per uno scambio veloce. Ho visto Gigliola Giannetti e Katia Nussbaum e i Tiezzi, padre e figlia, e anche con loro nulla più che poche parole. Francesca Padovani l’ho vista addirittura a Roma. Questi visi e queste voci sono per quest’anno l’epitome della mia sindrome da Via Matteotti, che è poi una forma acuta di rammarico: quello di non potermi fermare di più e soffermarmi su chi mi piace di più. A Montalcino sono tanti. Tanti visi, tanti vini.

All’uscita dal chiostro ho visto anche una donna in fuga. Con lei ero riuscito a scambiare in precedenza qualche parola in più. Mi ha donato tre bottiglie aperte, scampate tanto al consumo immediato sul banco d’assaggio, quanto allo sciacallaggio dei minuti finali. Ho così scoperto che tra i vini buoni di questo BB figura a pieno titolo, gustato in fase post-agonistica e a cronometro fermo, la Riserva 2008 dei Barbi. Da velocista quale fui, inseguivo il tempo. Da attuale fondista della domenica a Villa Ada, lo ritrovo con la corsa. Un altro passo.

Quasi dimenticavo. Ho anche assaggiato qualcosa. Ecco i miei quattro soldi de felicità, in ordine alfabetico.

ROSSO 2012: Capanna, Collelceto, Fattoi, Il Marroneto Ignaccio (2011), Le Chiuse, Le Macioche (2011), Le Potazzine, Poggio di Sotto, San Polino.
BRUNELLO 2009: Canalicchio di Sopra, Capanna, Caprili, Casa Raia, Citille di Sopra, Cupano, Fuligni, Il Paradiso di Manfredi, La Gerla, Le Chiuse, Le Macioche, Le Potazzine, Le Ragnaie, Lisini, Loacker-Corte Pavone, Mastrojanni, Mocali, Poggio di Sotto, Salvioni, San Lorenzo, San Polino, Sesti, Tenuta di Sesta, Uccelliera.
BRUNELLO SELEZIONE (2009 se non diversamente indicato): Barbi Vigna del Fiore (2008), Il Marroneto Madonna delle Grazie, Le Ragnaie V.V., Lisini Ugolaia, Mastrojanni Vigna Loreto, Mocali Vigna delle Raunate, Poggio Antico Altero, San Polino Helichrysum, Tiezzi Vigna Soccorso, Villa I Cipressi Zebras.
BRUNELLO RISERVA 2008: Barbi, Col d’Orcia Poggio al Vento (2006), Cupano, Fuligni, Lisini, Poggio di Sotto, Sesti Phenomena, Tassi Ris. Franci, Tiezzi Vigna Soccorso.

PS – Ho visto anche degli zingari felici. Tre di sicuro a cena con me al Leccio, S. Angelo in Colle. Una ha scelto il vino di mezzo, una quelli di destra e di sinistra, il terzo ha capito (ho detto capito, non indovinato) questi ultimi due alla cieca. Io, semplicemente, zingaro. Felice.

[Immagine: Consorzio del Brunello di Montalcino]

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

4 Commenti

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Jacopo Cossater

circa 7 anni fa - Link

Ma come fai? Post meraviglioso, da rileggere immediatamente.

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Maurizio Rusconi

circa 7 anni fa - Link

Bello. L'ho letto con sottofondo Jeniferever (incidentale) che ha dato al testo una piacevole tensione, di cui mi sono reso conto solo all'ultima riga. E i vini? ah già....

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Federico

circa 7 anni fa - Link

Possiedi le chiavi per far entrare chi legge in una dimensione intermedia. Non so esattamente dove, ma forse tra il tuo vissuto, la immaginabile realtà e una fantasia ponderata, ma comunque surreale. Oserei quasi dire, creatore di atmosfere più che narratore di situazioni. Il tutto senza nulla togliere ai cammei ironici di cui è farcita la prosa, che qui pongo sul mio personale podio: 1° la Legge di Negroni 2° stronzate quantiche 3° prima metti su massa, poi farai definizione. Sveglia: non funziona così. Premio della critica: essere eno-zulù Un piacere leggere post così.

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Stefano Cinelli Colombini

circa 7 anni fa - Link

Pol'esse pure che stá prosa sia puro zulù, però è godibile. Dopo la decimillesima ripetizione di "suadente", "piccoli frutti di bosco" e amenità simili non ne posso più, ma proprio più. E gli elenchi coi numerini mi danno l'orticaria. Meglio lo zulù, zagaglia compresa.

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