Il Sorriso di Cielo de La Tosa in 14 annate. Perché la Malvasia va aspettata, come un Barolo

Il Sorriso di Cielo de La Tosa in 14 annate. Perché la Malvasia va aspettata, come un Barolo

di Lisa Foletti

“Una Malvasia di 10 anni va aspettata, come un Barolo”. Questa la sentenza di Stefano Pizzamiglio al cospetto di un calice del suo Sorriso di Cielo 2008. E l’occasione è di quelle ghiotte: una verticale di 14 annate della Malvasia Colli Piacentini DOC Sorriso di Cielo de La Tosa, alla presenza del produttore – Pizzamiglio, per l’appunto – e di un nutrito manipolo di colleghi e appassionati. Una degustazione organizzata con un duplice scopo: dimostrare la longevità della malvasia di Candia Aromatica e svelarne il potenziale.

La malvasia coltivata nel piacentino appartiene a una delle diciassette varietà italiane iscritte con questo nome nel Registro Nazionale delle Varietà. Già nell’antichità venivano prodotti in Grecia vini provenienti da grappoli di tanti differenti vitigni con un unico punto comune: il loro appassimento al sole. A un certo punto del Medioevo il luogo di raccolta e di partenza per l’esportazione dei vini provenienti dal Peloponneso, da Rodi e soprattutto da Creta, divenne il porto di Monemvasia, città ancora oggi esistente. Da qui partivano le navi della Repubblica di Venezia, che trasportava e vendeva il “vino Cretico” in tutto il Mediterraneo e nell’Europa del Nord, soprattutto dopo averne ottenuto nel 1248 la licenza esclusiva per il commercio.

La fama di questo vino crebbe a tal punto che, attorno al 1500 e nei due secoli successivi, divenne il più famoso vino d’Europa. E tanto legata ad esso era la città di Monemvasia che cominciò ad identificare con il suo nome il vino. Questo nome, storpiato dai Veneziani, divenne prima Malvagia e poi Malvasia. La Repubblica di Venezia aveva nell’esportazione del vino Malvasia una fonte importante del proprio bilancio, e per far fronte alla richiesta di questo nettare di gran moda ne incrementò la produzione, concentrandola nell’isola di Creta. Nel 1463 prese possesso di Monemvasia ma, quando nel 1540 i Turchi occuparono Creta, per non perdere quel ricco business, la Repubblica di Venezia favorì l’introduzione in altre zone dei vari vitigni che, assemblati, davano il vino Malvasia, e agevolò contestualmente la produzione di un vino con le medesime caratteristiche.

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Fu così che si incominciò la produzione di Malvasia anche al di fuori della Repubblica di Venezia: in tante isole greche, in Dalmazia, nel Sud della Francia, in Spagna, in Portogallo e praticamente in tutte le regioni italiane. In un’epoca in cui il sistema delle denominazioni di origine era lungi a venire, bastava produrre un vino anche soltanto simile alla Malvasia per appassimento dei grappoli, vinificazione e caratteristiche organolettiche, per chiamarlo con lo stesso nome.

Questo spiega perché si sia potuta creare l’odierna confusione secondo cui in Italia, principale produttore di uve malvasia, con lo stesso nome possano identificarsi uve dal sapore neutro come la Malvasia Lunga e la Malvasia Puntinata, un’uva dagli aromi erbacei come la Malvasia Istriana, uve rosse aromatiche come la Malvasia di Casorzo e la Malvasia di Schierano, uve rosse dal sapore semplice come le Malvasie di Lecce, di Brindisi e della Basilicata, e un’uva come la Malvasia di Candia, dall’aromaticità esplosiva.

Un insieme di vitigni diversissimi tra loro, che hanno in comune solo il nome e la probabile origine geografica.

Di sicuro i Colli Piacentini ospitano la più ricca e personale tra le varietà di malvasia esistenti, e anche una delle più versatili, dal momento che se ne ricavano vini sia frizzanti, sia fermi secchi che dolci passiti. La malvasia di Candia (sinonimo di Creta) aromatica è un vitigno generoso, sia per la quantità d’uva prodotta che per il peso medio-grande dei grappoli. Questo, soprattutto se il suolo è fertile, significa mosto e vino piuttosto diluiti, non particolarmente concentrati dal punto di vista della struttura e della consistenza. Per quanto riguarda l’aroma, invece, la malvasia di Candia è un’uva dalla buccia spessa, quindi con una quantità di aromi già per questo significativa, e inoltre è caratterizzata da una notevole presenza di sostanze aromatiche anche nella polpa. Quindi, anche un vino malvasia piuttosto magro può avere un aroma deciso ed intenso. Ed è per questo che in passato, e talora anche adesso, non si è avvertita molto la necessità di un controllo della quantità d’uva prodotta da questa pianta. Il discorso naturalmente cambia sotto il profilo della finezza e della maturità degli aromi.

Fu per produrre un vino frizzante, com’era tradizione allora, che più di 30 anni fa Stefano Pizzamiglio piantò la Malvasia di Candia nei propri terreni. Ma al momento della vendemmia, la presenza di grappoli di dimensioni ridotte su viti insistenti nelle zone meno fertili e più povere, lo indusse a pensare che, forse, questo vitigno poteva esprimere qualcosa di differente da ciò che aveva espresso sino a quel momento.

Il primo lavoro da fare, volendo produrre una malvasia “diversa”, fu ridurre drasticamente la produzione d’uva per pianta, grazie alla scelta di frazioni di vigneto caratterizzate da un suolo più povero, a una potatura molto corta, allo sfoltimento dei germogli e al diradamento dei grappoli. L’annata che vide l’uscita in commercio di questo vino, la 1991, fu particolarmente calda: per il profumo della quasi totalità delle uve bianche aromatiche sarebbe stata fatale, ma per la sua Malvasia questa annata si rivelò una delle migliori in assoluto. Dunque, clima temperato-caldo, altitudine sui 180-200 metri (comunque non superiore ai 300), suoli giallo-rossastri poveri di fertilità e ricchi di argilla, sfoltimento e diradamento della vite, appaiono le condizioni ideali per una Malvasia di Candia ferma degna delle sue potenzialità.

E una verticale di 14 annate di Malvasia Colli Piacentini DOC Sorriso di Cielo de La Tosa è un bel banco di prova:

2004: annata climaticamente equilibrata; aggiunta di un 10% di uve appassite per arricchire il vino di complessità, zuccheri residui 18,5 gr/l, alcol svolto 13% vol.
La bottiglia è pesantemente inficiata dal tappo, tuttavia il colore è sorprendentemente brillante, giallo oro intenso. Sotto una spessa coltre di TCA si percepiscono sentori di agrumi e finocchietto selvatico, che suggeriscono un vino intrigante. Che gran peccato.

2005: annata tendenzialmente fresca; aggiunta di un 3,5% di uve appassite, zuccheri residui 21,6 gr/l, alcol svolto 12,8% vol.
Il tappo è totalmente imbibito, e nel vino si avverte un lieve sentore di tappo. Ha la veste di un bell’oro verde, e al naso regala sensazioni dolci e agrumate di cedro candito (pare che il sentore di cedro sia riconducibile al biotipo e al clima particolarmente fresco), con screziature erbacee di timo limonato e citronella; la bocca ha mordente, è fresca, snella e sapida, con un finale appena corto, forse per le condizioni imperfette del tappo.

2006: caldo intenso e clima asciutto per i primi due mesi estivi, con abbondanti piogge a metà agosto, e tempo soleggiato nelle ultime settimane di maturazione; nessuna aggiunta di uve appassite (per via dell’annata tendenzialmente calda), zuccheri residui 21,9 gr/l, alcol svolto 13,5% vol.
Uno scintillio d’oro verde fa subito pregustare un assaggio di pregio; tra fiori dolci come l’acacia e il gelsomino, bergamotto, un mazzetto aromatico e una balsamicità mentolata, si fa strada un sorso pieno, sapido, vellutato, equilibratissimo e lungamente succoso. Magnifico.

2007: annata caratterizzata da temperature non altissime, ma da un’elevata percentuale di radiazione ultravioletta che ha portato presto le uve a maturazione; aggiunta di un 4% di uve appassite, zuccheri residui 23,2 gr/l, alcol svolto 13% vol.
Il colore è giallo carico, un po’ cupo, in sintonia con un naso maturo che sa di miele di castagno, infuso di fiori ed erbe officinali, sbuffi eterei di canfora e cipria. E la bocca non smentisce quel fare un po’ molle e rilassato, dal placido timbro zuccherino.

2008: primavera molto piovosa, estate equilibrata e asciutta; piccolissima colmatura di sauvignon  (circa 30 litri), zuccheri residui 16,5 gr/l, alcol svolto 13% vol.
Bottiglia leggermente inficiata dal sentore di tappo. Freschezza di agrume accompagnata da una ventata iodata, che si risolve in un sorso saporito, salivante e piacevolmente zuccherino.

2009: primavera piovosa, poi un mese e mezzo di sbalzi termici e un agosto caldo e asciutto; aggiunta di un 1,6% di vino da malvasia passita, zuccheri residui 13 gr/l, alcol svolto 13% vol.
Sorprendente la pungenza mentolata ed erbacea del naso, tutto improntato sull’origano, il timo e la menta limonata, felicemente accompagnato da un sorso pieno dall’acidità squillante e dalla decisa marca sapida. Notevole.

2010: annata difficile per via di un periodo vendemmiale molto piovoso; zuccheri residui 11,5 gr/l, alcol svolto 13% vol.
La veste oro carico ben si accosta a un naso dolce di frutto, quasi confettoso, cui fa il paio una bocca fresca ma un poco sfuggente, cui forse manca la tridimensionalità di certe versioni precedenti.

2011: clima straordinariamente caldo a inizio aprile, che ha causato il germogliamento precoce e impetuoso della vite, poi forte abbassamento di temperatura, che ha nuovamente subito un’impennata a metà agosto; zuccheri residui 16 gr/l, alcol svolto 13,5% vol.
Questa malvasia è un emblema di mediterraneità, con un naso incalzante di origano, timo, maggiorana e menta, sferzato da una nota quasi salmastra, cui si accosta un sorso pieno e appagante, saporito, dal finale suadente di lieve dolcezza. Potente.

2012: germogliamento precoce della vite, lungo periodo estivo di forti escursioni termiche tra giorno e notte, interrotto a metà agosto da un brusco innalzamento della temperatura che ha causato vendemmia precoce; utilizzo per la prima volta di lieviti selezionati in pasta (più vivi e vitali) anziché liofilizzati; zuccheri residui 7 gr/l, alcol svolto 14,5% vol.
A un primo approccio il vino si potrebbe confondere con un Gewürztraminer, per via di un naso dallo spiccato carattere floreale e fruttato quasi tropicale, con un ingresso di bocca molto sapido, al limite dell’amaricante.

2013: annata piuttosto equilibrata con maturazione dell’uva progressiva e armonica; zuccheri residui 8,8 gr/l, alcol svolto 13,5% vol.
Naso stranamente compresso e meno espressivo del solito, tutto giocato su toni delicati di frutta fresca e dei fiori dolci, un po’ d’agrume e qualche sbuffo di salvia, cui si accosta una bocca bella sapida ma non nervosa, e appena amaricante.

2014: inverno mite, primavera ed estate piovose; zuccheri residui 7,7 gr/l, alcol svolto 13% vol.
Il naso è puntuto, i rimandi floreali e agrumati non esplodono ma si incuneano sottili; il sorso è piccolo, saporito, decisamente fresco e agile. In tono minore.

2015: primo anno di viticoltura biologica; maggio e giugno piovosi, temperature notturne non elevate, temperature record di 38 °C a inizio luglio e a inzio agosto che hanno portato a una notevole maturazione dell’uva; zuccheri residui 7,8 gr/l, alcol svolto 14% vol.
Il colore è carico e intenso, il naso è subito ricco e dolce di mela cotogna, lychees, glicine e acacia, in bocca entra pieno e corposo, ha forse poco nervo ma nel complesso è molto tipico.

2016: annata complessivamente equilibrata, fermentazione molto lunga (70 giorni) con sviluppo di un elevato tenore di etilguaiacolo (dal tipico sentore medicinale); zuccheri residui 7,5 gr/l, alcol svolto 13,5% vol.
Colore decisamente carico cui si accorda un naso “da vino naturale”, che apre con una lieve riduzione e un po’ di feccia, tendenti a svanire con l’ossigenazione per lasciare spazio al gelsomino e all’arancia candita; la bocca è assai grintosa e compatta. Ha bisogno di un po’ di tempo nel calice, ma è un vino saporito e appagante.

2017: inverno e primavera miti, con assenza di piogge, seguiti da 4 temporali estivi che hanno portato alla vendemmia precoce di una Malvasia dalla vegetazione ridotta ma verdissima, e dagli acini piccoli e concentrati; zuccheri residui 6,5 gr/l, alcol svolto 14,2% vol.
Al naso è un tripudio di frutta croccante e golosa, agrumi come l’arancia e il bergamotto, tanta salvia e un po’ di peperone che tratteggiano un carattere “sauvignoneggiante”, mentre la bocca è materica e saporita, salivante e poco zuccherina. Una bellissima promessa.

Questo intenso excursus in compagnia di Stefano Pizzamiglio, cicerone prodigo di racconti e avido di confronto, ha evidenziato con estrema chiarezza quale patrimonio, nelle mani di un vignaiolo che allevi e assecondi la vite con consapevolezza e nel rispetto dei cicli naturali, la malvasia di Candia aromatica possa celare in sé, e disvelare.

Personalmente, in questa occasione ho superato la mia ritrosia nei suoi confronti e, più in generale, la scarsa sintonia con i vini da uve aromatiche, che (al netto di eclatanti eccezioni) ho spesso considerato come quegli uomini che indossano troppa Acqua di Colonia: stucchevoli.

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Lisa Foletti

Classe 1978, ingegnere civile, teatrante, musicista e ballerina di tango, si avvicina al mondo del vino da adulta, per pura passione. Dopo il diploma da sommelier, entusiasmo e curiosità per l’enogastronomia iniziano a tirarla per il bavero della giacca, portandola ad accettare la proposta di un apprendistato al Ristorante Marconi di Sasso Marconi (BO), dove è sedotta dall’Arte del Servizio al punto tale da abbandonare il lavoro di ingegnere per dedicarsi professionalmente al vino e alla ristorazione, dapprima a Milano, poi di nuovo a Bologna, la sua città. Oggi alterna i panni di sommelier, reporter, oste e cantastorie.

6 Commenti

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vinogodi

circa 9 mesi fa - Link

...confermo le premesse del bellissimo articolo : la Malvasia ha grande potenziale di longevità. Una verticale simile la facemmo con la Malvasia "Bianca Regina" di Lusenti , con espressioni di stupore man mano si andava in là con gli anni (fino al 2000) ... Vitigno senz'altro da rivalutare non solo come bevanda piacevole estiva ...

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Stefano

circa 9 mesi fa - Link

Molto interessante. In fondo però non è questa gran riscoperta: ad altre latitudini Hauner ha valorizzato la finezza della Malvasia decenni or sono. Attenzione che Monenvasia non è a Creta, ma nel "dito" più orientale el Peloponneso.

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Angelo Cantù

circa 9 mesi fa - Link

Posso richiederti qualche delucidazione sulla progressiva e importante riduzione della quota di zuccheri residui nel corso degli anni? Vendemmie più precoci, modificate tecniche di vinificazione? Ho notato che nei primi anni erano usuali livelli anche superiori ai 20 gr/l, mentre negli ultimi anni i valori sono compresi tra i 6 e gli 8 gr/l. Credo questo significhi vini dalle caratteristiche sostanzialmente differenti e quindi soggetti a diverse modalità di consumo.

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Gabriele

circa 8 mesi fa - Link

Sono state volutamente alzate le rese in pianta ed eliminata l'aggiunta - occasionale - di vino passito. L'idea alla base di tutto (da una chiacchierata col produttore tempo fa) era avere un vino più snello ed elegante nel rispetto delle caratteristiche che lo hanno visto nascere.

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manuel

circa 9 mesi fa - Link

Mi aggancio a quanto sopra. Mi pare che chiamarla verticale sia un poco estremo nella semantica. I vini più "attesi" sono chiaramente solo parenti delle ultime annate. In più con molti campioni "toccati" da TCA. Credo piuttosto che la Malvasia a Piacenza sia una bella cartina tornasole di trend del gusto. Personalmente, se ci stacchiamo da tardive, appassimento e tecniche affini, io tutto questo potenziale non lo vedo. In ogni caso, proposte di abbinamento? Interessante per capirne l'evoluzione a 360°. Ciao

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luis

circa 9 mesi fa - Link

Un 20% di tappi difettosi non è una buona premessa per far invecchiare un vino dieci anni ed oltre...

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