Campoleone | Figli degli anni novanta

di Jacopo Cossater

Campoleone_1Sono passati dieci anni. Era il ’99 e un neonato blend di Sangiovese e Merlot del centro Italia esordiva sulla rivista The Wine Advocate con 97 punti. Niente di meno. Un successo inaspettato che si inseriva in un contesto produttivo profondamente diverso da oggi. Erano gli anni novanta, quelli dei supertuscans e dell’abuso di vitigni internazionali. Le barrique erano nuove, le concentrazioni e le intensità importanti. Altri tempi, insomma.

Robert Parker, già allora tra i più influenti wine-writer del pianeta, portava sul tetto del mondo il risultato di un grande investimento nato al confine tra Toscana ed Umbria, sulle sponde del lago Trasimeno. Lamborghini, nello specifico, è una tenuta acquistata dal fondatore dell’omonima casa automobilistica all’inizio degli anni ’70. Cento ettari suddivisi tra agriturismo, azienda vinicola, campo da golf. Mica briciole. Il Campoleone, nato appunto con la vendemmia del 1997 e vino di punta della produzione, è una creatura di Riccardo Cotarella, enologo già noto con il soprannome di “re del merlot”.

Difficile immaginarlo, oggi. Non che sia passato troppo tempo, in fondo parliamo di dodici anni fa. Una vita, però, per le sbrigative mode del vino. Sangiovese e Merlot coltivati in un’area non proprio fresca, barrique nuove per 12 mesi, ulteriore affinamento in bottiglia. Cose da anni novanta, chi investirebbe oggi in una produzione del genere?

Per vederci chiaro abbiamo organizzato una degustazione riassaggiando (quasi) tutte le annate prodotte sulle sponde del lago Trasimeno. Ed abbiamo trovato un vino dal senso compiuto, giusto, per la tipologia. Un vino difficile viste le cose che beviamo oggi, un vino imperiale se spostiamo i nostri palati indietro di qualche anno.

Si, perchè il Campoleone ha grande struttura e morbidezze, caratteristiche che il tempo non ha alterato. E’ certamente un vinone, figlio più della vinificazione che del territorio, caratterizzato da un’architettura e da una personalità che non passano inosservate.

E’ anche in grado di riservare soprese. Stupiscono l’eleganza e la profondità specie in annate fortunate come il 1999 ed il 2001. I profumi aprono a bevute equilibrate e lunghe chilometri, parlando di persistenza.

Un vino magari fuori moda, ma con un senso fedele alla filosofia che lo ha visto nascere. E ce ne sono tanti altri così, là fuori, di figli degli anni novanta.

Jacopo Cossater

Comunicazione digitale ed e-commerce, è tutta una questione di vino, di birra artigianale e di trail running. Vive in Umbria, a Perugia, ha un debole tanto per i Paesi del Mediterraneo quanto per quelli scandinavi ma non potrebbe mai fare a meno dei ritmi dell'Italia Centrale. Giornalista, su Intravino dal 2009.

1 Commento

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fabrizio scarpato

circa 11 anni fa - Link

Mi provoca un certo disagio pensare ad un vino da riporre nell'armadio perché fuori moda. Un vino non è una giacca troppo lunga o un pantalone troppo largo, e nemmeno c'è una sarta che te li rimette a posto. Esistono le mode, l'evolversi del gusto anche nel mondo del vino: ma dovrebbero essere specchio di un periodo, di un modo di pensare, di gustare, di intendere una bottiglia. Ma se quel vino è nato, se quel vino sta in piedi, lui non passa di moda, sarà lui, così come è stato concepito. Mi fa piacere quindi la considerazione finale del post, facendo attenzione alla spirale perversa che potrebbe aprire una moda dell'assaggio del vino fuori moda: un nonsenso, una contraddizione da eliminare al solo sentore.;-)

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