Degustazione comparata | Variazioni sul tema di una Vernaccia. Nel bicchiere nero

di Emanuele Giannone

Festa mesta, Godano docet. Ebbene, nell’atmosfera mesta di un sabato tipicamente, sordidamente italiano, accade che l’ora mattutina dell’ingresso a scuola sia battuta dai timer piuttosto che dalle campanelle. Di conseguenza accade pure che un viaggio di buon’ora lungo l’Autostrada d’Italia, l’Autostrada che chiamiamo del Sole omettendo per pietà mare, mandolini e bombe anonime, divenga tempo sospeso, saturo dei lanci d’agenzia e della voce sgomenta di una giornalista radiofonica. Così, arrivato a destinazione, accade infine che il rilievo venusto e pinnacolare di San Gimignano, a rimirarlo dal boccascena della Mormoraia, sembri uno scenario fuori tema. Bugiardo e fuorviante: troppo aggraziato, troppo aristocratico per il nostro bagaglino dal cartellone tutto culo, intrigo e avanspettacolo. Poi mi rinfranco pensando che scenografi e scenotecnici, gli artefici di questa bellezza, seppero sublimare la volontà di potenza in costruzione ed elevazione, non costrizione, non esplosione: vezzi da umanisti, estrosi falpalà, finezze inattuali alle quali siamo sempre meno avvezzi. Eppure ancora una volta la bellezza, corollario della migliore umanità, ci riconcilia all’umano.

L’Enoclub Siena è un’istituzione utile e intelligente, due categorie che nel nostro paese vengono accomunate alla devianza sociale. Questa volta ha adottato uno stratagemma da umor nero – Davide Bonucci da vecchio somiglierà ad Ambrose Bierce – per ideare una disfida di obiettivo interesse su un vino che ne riscuote poco; una doppia verticale cieca, per metà addirittura nera, con variazioni sul tema della Vernaccia. Un ciclo di lavaggio evidentemente troppo energico, dagli effetti potenzialmente disastrosi, per la livrea e più ancora per l’espansa e sensibile imbottitura di tanti divi della degustazione. Infatti Bonucci deve aver scelto i convitati anche in base alla disponibilità – qui cito Carlo Macchi in occasione della prova in nero – a prendersi la merda in faccia. Di conseguenza c’erano solo persone stimabili: ergo nessuna di provenienza patinata o catodica. Non che l’intento si sia esaurito nel quiz: ché anzi ha appassionato, più di sciarade e logogrifi, una discussione viva tra produttori e degustatori, dalla quale sono scaturiti spunti di varia natura e certamente di respiro ben più elevato che il banale giudizio comparato sui vini. Io, in verità, i miei due preferiti li ho individuati, ma questo conta nulla.

Iniziamo dalla roulette russa delle due degustazioni: in quella cieca, anzi bendata, due Vernacce e quattro guastatori in sei calici neri. Vernacolari individuate con relativa facilità da tutti i coraggiosi, volenterosi punitori di se stessi: la Zeta 2009 di Mattia Barzaghi, prodiga di frutta dolce e matura, fieno, cedro candito e albedo, miele di erica; di freschezza pacata, non svettante ma continua nella progressione e fino al finale pulito con ricordi d’erbe macerate, buccia d’uva, lukum e mandorla; poi la Riserva L’Albereta 2009 del Colombaio di Santa Chiara, inequivoca nel segnalare il suo precedente contenitore: al naso risalta il lascito delle botti piccole e prevalgono note affumicate, empireumatiche e di macerazione: anacardo, cera, frutta essiccata, stoppino e fiori passi, inscritti in un cerchio amarognolo e salmastro. Bocca inaspettatamente tesa, fresca fin dal primo assaggio, sostenuta e di corretto sviluppo. Poi i quattro invasori, banco di prova validissimo perché scelto senza favoritismi verso la padrona di casa: Sancerre Skeveldra 2009 di S.Riffault, Rossese 2010 di Giovanna Maccario, Colli Tortonesi 2008 Sterpi di Walter Massa, Fiano 2010 di Ciro Picariello. Il primo – così mutevole, falotico e obliquo – ha disegnato e mantenuto a lungo sopra i capi dei volenterosi un evidente punto interrogativo. Vi è stato chi, basculando tra ferrochina e gelatina di mora, ha ipotizzato un difetto per poi ricredersi. Buono, buonissimo come gli altri tre, due dei quali (Timorasso e Rossese) gustati vis-à-vis con gli autori.

Nella cieca più classica, ben dieci i vini e tra questi ben quattro a fare palate jamming: la Selezione Montino 2009 di Elisa Semino, l’Insolite 2010 di Thierry Germaine e del suo Domaine des Roches Neuves (chenin blanc), la Vigna delle Oche 2008 di San Lorenzo, il Carricante 2011 di Planeta. Venendo alle sei locali e coetanee, parte con la Ciprea 2011 della Castellaccia, dai sentori fruttati e floreali leggeri, buona acidità e sapidità appena spente dall’intensa sensazione calorica, buona la scia minerale in chiusura. Quindi Signano 2011, più definita nella polpa e nel fiore decisamente bianchi, anch’essa ingombrata nello sviluppo da una nota molto calda, pungente, ciononostante abbastanza sapida e buona nei riferimenti erbacei e di infusi (camomilla, tiglio). Segue un volto di Cappella S.Andrea, che avrebbe freschezza, corpo e calore ma li presenta disuniti, stemperati nel finale di mandorla, gomma e colla (francobollo). L’altro, Rialto, verrà proposto in seguito e sovvertirà i riscontri del primo: una Vernaccia concisa e ferma nelle apparenze preliminari, poi dispiega complessità e riuscita articolazione di note minerali, agrumate di cedro, floreali di tarassaco e camomilla, erba medica e paglia. Sapida al gusto, tesa fino al finale di mandorla e soffi benzenici. È quindi la volta di Selvabianca Colombaio di S.Chiara, intensa e progressiva nell’articolare note prima dolci di frutta bianca, e ananas, poi amaricanti con mandorla verde, salvia ed erba tagliata, quindi fumé e salmastre. Snello il corpo e buona la tensione, qui l’alcol non protrude e la dinamica segnala maggior slancio. La Mormoraia 2011 si distingue per il giallo dorato che allude a maturità e calore, sottoscritti dal naso di sciroppo d’acero, zafferano, cicerchia, magnolia e mela golden. Bocca formosa e suadente all’impatto, larga e pigra in progressione con sapori di frutta gialla matura, crescente nel calore fino a chiudere su sensazioni lievemente brucianti, nocciola e mandorla tostata. Lo scorcio si chiude con Mattia Barzaghi e le nitide impronte d’agrume fresco, erba falciata, acetosella, mughetto e mandorla. Bocca non esorbitante per rotondità, dall’impatto convincente per freschezza e sostenuta per tutto lo sviluppo dal filo di sale, che in chiusura si fonde a indizi più amari (mandorla). Sensazioni finali di pulizia, tra acqua di gelsomino, limone e sasso.

Alcune considerazioni generali. Forte di vari riscontri da parte dei produttori, ho maturato l’impressione che sia tuttora in corso un recupero di identità seguito a qualche lustro lasso e incontinente, di Vernacce vere solo nel falso peggiorativo che ne connota il nome, brutte perché senz’anima, gravi e intrise di legno, imbastardite dai migliorativi che dovevano ingentilirle. Non è uva tra le più facili da gestire: timida nell’espressione aromatica, propensa a esorbitare nelle note di sovramaturazione e a perdere così la cifra e il nerbo, contraddistinta da impressioni amare peculiari negli esiti migliori, deleterie in quelli più triviali. Soprattutto slabbrata nelle sue versioni da paradigmi consortili e per la GDO: prima subissata di mollezze, poi insufflata dell’acutezza che non poteva avere. Negli anni scorsi chi si atteneva al rigore esecutivo o alla tradizione si è tenuto al di fuori dal Consorzio. Oggi il numero di vignaioli più consapevoli e rispettosi della pianta e del suo habitat (icché ci vuole, dice uno: se veramente lavori la vigna, il suo habitat è anche il tuo) è in crescita. Sono per lo più giovani, evitano gli errori di chi li ha preceduti e mi sembrano attraversare la fase tecnica del recupero. In effetti i vini sono per la maggior parte di ispirazione tecnica, talora tanto esatti da scialbare i tratti di personalità. Eppure, nonostante letture testuali e prove d’ipercorrettismo, in certe espressioni più originali e non caricaturali emergono caratteri distintivi di territorialità. Restano due lacune: manca il Tinto da Battifolle, un capitano di guerra o condottiero di ventura che elabori in slancio il movimento in atto. Manca l’attività di comunicazione, quella che richiederebbe acribia veramente contadina – pratica e pazienza – per significare l’identità e la varietà, ad esempio diseducando il mercato all’idea delle Vernaccine da consumo espresso e preparandolo a quelle con uscita ritardata. In attesa di ulteriori sviluppi, complimenti per la festa all’Enoclub Siena. Senza esitazioni e senza bisogno della chiosa che cantò Godano.

PS  – So che gli infami dei timer non frequentano questi siti. In caso contrario: siate maledetti e skol, alla vostra rovina. Oggi si è bevuto per non dimenticare.

[Crediti | Immagini: Davide Tanganelli, Intravino]

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

25 Commenti

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Tommaso Farina

circa 7 anni fa - Link

Che accidenti è il lukum?

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Eleutherius Grootjans

circa 7 anni fa - Link

...è il cugino del baklava. Forse la scrittura più corretta è lokum. Comunque: è un dolce turco, per l'esattezza una gelatina di amido e zucchero (o miele, o melassa) con pistacchi, mandorle, noci o nocciole, aromatizzata con acqua di rose, menta, limone, cannella oppure quella resina usata anche in Grecia per preparare il mastiha. Il tutto coperto di farina di cocco o zucchero vanigliato per evitare che si incolli alle dita. Profumo e sapore ricordano il torroncino o il croccante, ma è meno tostato, più dolce e con sfumature floreali. Soprattutto: è bono assai. Raccomandabile.

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Luigi Fracchia

circa 7 anni fa - Link

citazione un po' da "sboroni" ;-)n'est pas?

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Eleutherius Grootjans

circa 7 anni fa - Link

Non saprei, sarebbe un collateral damage ;-) Il fatto è che ne mangio, lo conosco, quindi può capitare di ritrovarne il profumo. Guardi, per parare il prossimo fendente mi sono appena documentato sul mastiha: resina profumata di una varietà di ligustro.

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Eleutherius Grootjans

circa 7 anni fa - Link

pardon: lentisco, non ligustro.

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Nic Marsél

circa 7 anni fa - Link

il lokum non c'entra prorio niente col baklava ed eventualmente ne potrebbe essere al massimo il cugino racchio E' un po' come sentir un americano dire che la pizza è la cugina degli spagetti bologneise, fai il bravo :-)

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Eleutherius Grootjans

circa 7 anni fa - Link

anche lei. per risparmiarle ulteriori figure da bilioso, le offro lezioni gratuite di figure retoriche.

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Nic Marsél

circa 7 anni fa - Link

La bile la vedo solo nella tua risposta. Provo a riformulare : dire che lokum e baklava sono cugini perchè entrambi di origine turca mi pare decisamente approssimativo... così va meglio?

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Eleutherius Grootjans

circa 7 anni fa - Link

molto meglio, grazie. E' stato di una chiarezza colagoga.

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Nic Marsél

circa 7 anni fa - Link

Grazie a te : ho imparato una parola nuova (mi è toccato andare sul vocabolario) :-)

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Eleutherius Grootjans

circa 7 anni fa - Link

pas de quoi ;-)

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Luigi Fracchia

circa 7 anni fa - Link

esatto, cos'è il lukum?

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michelangelo

circa 7 anni fa - Link

Michia che bravo Emanuele Giannone!

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she-wolf clapping Mr Big John

circa 7 anni fa - Link

Preferisco di gran lunga il lokum ed il masthia all'umami che mi sembra questa volta ci sia stato risparmiato. La parte più importante del post è senz'altro quella finale. La prosa di Giannone non è per tutti, ma per molti sì.

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Eleutherius Grootjans

circa 7 anni fa - Link

Lei mi confonde, Le son grato. Credevo che la parte più importante fosse il lokum, cugino spurio e povero del baklava: corollario della migliore umanità, ci riconcilia all'umami.

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she-wolf you know who

circa 7 anni fa - Link

Avrei dovuto chiamarla Big Jim. Nessuna gratitudine, continui così, le ci piace com'è.

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Giovanni Corazzol

circa 7 anni fa - Link

per me sì. si accettano iscrizioni al fun (sic) club. regards

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carolina

circa 7 anni fa - Link

te sei un mito :) sempre più convinta di questo io.

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Giulio

circa 7 anni fa - Link

Qualche nota su "L'Isolite"? Chiedo troppo?

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gionni1979

circa 7 anni fa - Link

L'insolite, che invece a me è toccato nei bicchieri neri, è stato forse uno dei migliori assaggi... Coniugava bene freschezza e mineralità. Bocca iper sapida e profumi molto cangianti... Da berne a secchi, ma per niente banale...

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Eleutherius Grootjans

circa 7 anni fa - Link

Bel vino. Colore fuorviante, dalla vena dorata ti aspetti certe cose. Ne arrivano altre. D'accordo con Gionni: freschezza e mineralità dopo il bluff in apertura con mela e pera mature, ma è solo un attimo. La frutta bianca si fa fresca, arrivano fiori e sale (una bella tensione e profondità minerale). Sottoscrivo il "berne a secchi" soprattutto per la succulenza che invita a ribere. Idem sulla non-banalità: ha una fase centrale piena e carnosa, però tutt'altro che rotonda o ridondante. Da un assaggio dell'anno scorso (annata precedente, se ricordo bene) mi resta un'idea della sua durata a bottiglia aperta. Non so quanto costi, so che lo importa in Italia Les Caves.

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Manilo

circa 7 anni fa - Link

Invidia, invidia, invidia: Bere con voi sicuramente c'era molto da imparare,poi la simpatia di qualche personaggio della cricca( non so chi l'ha detto)mi stò organizzando per arrivare hai vostri livelli, Emanuele fra le mie conoscenze lei mi manca.

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Eleutherius Grootjans

circa 7 anni fa - Link

Lieto, lietissimo. Ai miei livelli si arriva presto: sono alto all'incirca la metà di Davide Bonucci.

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Elena

circa 7 anni fa - Link

Grande, grandissimo Emanuele! Leggo i tuoi post sempre con immenso piacere ( quando ho iniziato a leggere questo ero un po' più giovane ...) scherzo ovviamente. Grazie per questi appunti così precisi e ricchi ora voglio provarli tutti anch'io!!!

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francesco

circa 7 anni fa - Link

Bravo Emanuele, gran bell'articolo: il tuo stile mi fa venire in mente quello di Arbasino. E alla malora le piatte note di degustazione, i descrittori del vino che si moltiplicano in mille elenchi, i giudizi di gusto che danno significato al conformismo.

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