Dagli anni ’60 ad oggi: appunti per una storia del Brunello e dei vini di Montalcino (seconda parte)

di Stefano Cinelli Colombini

La prima parte della narrazione di Stefano Cinelli Colombini si è interrotta nel bel mezzo di una scena madre: dopo i secoli d’oro, la nascita e l’ascesa del mito Brunello, arriva la caduta, negli anni Sessanta. Ora possiamo dirlo: l’abbiamo fatto apposta, ad interrompere il racconto proprio lì. Quindi non ci dilunghiamo oltre, mettetevi comodi, afferrate i popcorn, si alza il sipario: inizia la seconda parte. La puntata precedente sta qui. [F.S.]

Un territorio che era stato sempre ricco divenne in pochi anni uno dei Comuni più poveri della Toscana. Delle Fattorie che avevano fatto la storia del Brunello ne sopravvissero una manciata, più qualche decina delle neonate aziende a conduzione diretta. Quello è il periodo in cui nacque la stampa del vino in Italia, e chi arrivava qui in quel periodo poteva legittimamente pensare di essere finito in un deserto, era tutto abbandonato o in via di chiusura; fu per questo che molti si fecero un’idea del tutto inesatta del nostro vino, e da questo sono nate molte delle leggende del tutto false che ora passano per storia. La realtà è che il Brunello ed il Montalcino di oggi nascono da una grande storia, da un gruppo di famiglie e di aziende che l’hanno costruito con secoli di investimenti e studi, ma uno tsunami imprevedibile ha spazzato via quasi tutto; sotto le macerie restava ben vivo il prodotto e la cultura che lo aveva generato però buona parte della memoria e della storia era perduta, spazzata via con gli “agrari”.

Servirono dieci anni per riorganizzare il sistema produttivo, ma poi la ripresa fu rapida perché i fortunati ed i capaci che erano sopravvissuti si trovarono davanti un’opportunità unica; avevano un grande prodotto già perfettamente evoluto e tanto spazio per crescere. Vanno notate alcune caratteristiche positive di quel periodo. La prima fu l’integrazione tra produttori, società civile ed istituzioni; senza distinzione di partito, origine sociale e ideali molti si dettero da fare per il rilancio della comunità. Non c’erano più i viaggiatori verso Roma e così nel 1961, con l’intento dichiarato di sostenere il turismo ed il vino, la popolazione si inventò due “Sagre in costume medioevale” in cui si abbinava alla festa la vendita di prodotti e piatti tipici; mescolare cultura, folclore e gastronomia era una cosa mai vista, ed ebbe grande successo. I sindaci Raffaelli e Bindi si fecero “ambasciatori” del Brunello (suscitando approvazione, ma anche molte critiche) e incoraggiarono imprenditori di ogni luogo a venire a Montalcino; nel pieno dei conflitti sociali del sessantotto fecero realizzare senza problemi tutte le cantine, opifici e strutture che servivano, aiutando le imprese in ogni modo. Ma rispettando sempre qualità edilizia, regole e territorio. I viticoltori unirono gli sforzi di tutela e promozione sotto l’egida del Consorzio del Brunello, che è l’unico in Italia ad aver sempre rappresentato oltre il 90% del suo vino. A conferma di un successo ormai consolidato nel 1981 Biondi Santi e Fattoria dei Barbi furono incluse da Wine Spectator tra le 100 aziende più prestigiose del mondo del vino nella prima New York Wine Experience (fonte: archivio Wine Spectator). Negli anni ’70 ed ’80, quelli in cui si è creato il mercato ed il mito mondiale del Brunello, Montalcino è stato un esempio di collaborazione di un intero territorio.

Nel 1980 lo scenario è simile a quello attuale; i marchi importanti oggi sono quasi tutti presenti e nel piccolo mercato mondiale di quegli anni il Brunello è già ben noto. Anzi, in percentuale vendeva più di oggi. Sui numeri delle bottiglie merita fare una nota; esistono dati ufficiali, però per il periodo antecedente al 1980 sono notoriamente falsi. La situazione cambiò con la DOCG, perché venne imposto un sigillo numerato stampato dallo Stato (come le banconote). Nessuno si scandalizzi, in quegli anni l’Italia intera funzionava così; per avere un dato credibile bisogna moltiplicare il numero delle bottiglie vendute prima del 1984 per tre/quattro volte. Quelli sono stati anni di grandi innovazioni. Nel 1980 il Brunello è la prima DOCG d’Italia. Nel 1984 nasce il Rosso di Montalcino, la prima DOC di ricaduta; una grande innovazione di cui parleremo in seguito. Nello stesso periodo inizia una politica di promozione all’estero del Brunello che presto vedrà dozzine di eventi in ogni parte del mondo; un’accorta politica di “semina” che permetterà a tantissimi produttori di trovare referenti all’estero. Un’altra novità del’inizio degli anni ’80 fu l’arrivo di Villa Banfi, che per anni impostò i suoi investimenti in vigna ed in cantina su un modello di sviluppo totalmente diverso rispetto a tutti gli altri; secondo loro il futuro di Montalcino stava nel Moscadello e nei vitigni alloctoni, che tuttora rappresentano la larga maggioranza delle sue superfici vitate. Le opinioni sull’impatto di Villa Banfi sul territorio sono così discordanti che una analisi oggettiva è difficile, ma è certo che i suoi grandi investimenti promozionali e di marketing abbiano dato un tangibile contributo alla già grande notorietà del Brunello. Più o meno nello stesso periodo arrivarono un gruppo di altre grandi aziende vinicole di provenienza soprattutto chiantigiana.

Gli anni ’90 iniziarono all’insegna dello sviluppo delle quantità e del consolidamento dell’immagine del Brunello, ma si sono chiusi con un cambiamento totale della fisionomia produttiva del Comune. Nel 1992 Montalcino inventa le “anteprime vinicole” con il suo “Benvenuto Brunello”, per la prima volta in un unico contesto la stampa può degustare tutti i nuovi Brunello e Rosso di Montalcino; è un grande successo, poi copiato da tutti i vini italiani. Nel 1997 il Consorzio del Brunello vota l’aumento dei vigneti del Brunello, in pochi anni si passerà da 1.260 ettari a 2.100 raddoppiando anche il numero dei produttori. Gli equilibri saranno rivoluzionati, ma la percezione di questo mutamento richiederà anni ed in parte non è ancora avvenuta. Prima del 1997 le dieci più grandi aziende avevano oltre la metà dei vigneti, dopo l’espansione meno di un terzo. Più della metà dei marchi esistenti nel 2012 è nato in questo periodo, e lo ha fatto per lo più partendo da modeste possibilità di investimento e da poca esperienza pregressa. La ricerca di un nuovo equilibrio è stata complessa, anche perché ha coinciso con le crisi mondiali del 2001 e 2007 e con Brunellopoli nel 2008. All’inizio del 2012 la stabilità dei prezzi del Brunello sfuso e in bottiglia nuda, la sparizione delle eccedenze e la sostanziale corrispondenza tra giacenze e vendite pare indicare che si è trovato un nuovo equilibrio. Quali sono le caratteristiche del nuovo assetto? Nessuna azienda ha chiuso. I “nuovi nati” degli anni ’90 hanno acquisito esperienza, per ora più vitivinicola che commerciale. I commercianti (privi di vigne ma spesso dotati di cantina) sono divenuti parte integrante del sistema, acquistano l’invenduto di tutte le aziende che così fanno cassa senza ridurre i prezzi dei Brunello con la loro etichetta; in un certo senso hanno sostituito la funzione di drenaggio delle eccedenza svolta per decenni dal Rosso di Montalcino. Ogni anno si vendono da nove a dieci milioni di bottiglie di Brunello così ripartite: per un quarto da parte delle dieci più grandi aziende, per un terzo da parte dei commercianti (soprattutto destinate alla GDO centro europea e italiana) e per il quaranta per cento restante da duecento aziende medie e piccole. La tradizionale divisione delle vendite era un terzo in Italia, un terzo in USA ed un terzo nel resto del mondo, ed è rimasta più o meno invariata con un leggero aumento del resto del mondo. Il fatturato della ”azienda Montalcino” è cresciuto, ma una parte sostanziale degli utili si è spostata da chi produce a chi commercializza.

Quello che è stato fatto nei secoli ha contribuito al successo del Brunello, ed a questo va aggiunto un fattore classico; l’innovazione di prodotto. Le innovazioni di prodotto di Montalcino sono state solo due, ma enormi; sono i nostri vini Brunello e Rosso di Montalcino. In che senso il Brunello è stato un’innovazione di prodotto? Perché è stato il primo vino rosso italiano di alta qualità e alto prezzo venduto a milioni di bottiglie su tutti i mercati del mondo, perché è stato il primo vino “varietale” italiano ad essere accettato nel mondo dell’alta qualità (che prima era monopolio del gusto delle “cinque grandi” uve francesi) e perché è stato il vino per cui è stata messa a punto la “produzione di massa” del vino di fascia alta, nessuno aveva mai prodotto prima così tante bottiglie di vino di alto prezzo. Il Brunello ha creato un intero segmento del mercato mondiale del vino, un segmento che prima non esisteva. Il Rosso di Montalcino è stata un’idea geniale; ha permesso di vendere poco dopo la produzione le eventuali eccedenza del Brunello, dando così subito alle aziende la liquidità necessaria a coprire quasi tutte le spese. Il Brunello a quel punto era un “di più”, le aziende potevano prendersi tutto il tempo che volevano per venderlo al massimo prezzo. Questo meccanismo virtuoso ha generato due decenni di crescita continua dei prezzi. Poi purtroppo si è deciso di aggiungere 500 ettari di vigne a questa DOC, che in questo modo non ha avuto più bisogno di usare le eccedenze del Brunello; così un meccanismo utile non ha funzionato più. Altro fattore di sviluppo è stata una “fertilità imprenditoriale” senza pari; dal 1975 al 2000 sono nate da cinque a dieci nuove cantine all’anno dotate di tutto ciò che c’era di più moderno nel campo dell’enologia, e ogni nuova struttura spostava l’asticella della qualità un pochino più in alto. Quasi tutti i migliori enologi hanno lavorato qui, e anche questo ha innescato competizione ed interesse nei media. Non possiamo negare che la continua competizione per la qualità ha portato anche ad eccessi, che ci sono costati molto cari. Però la salute intrinseca del sistema è stata così forte da permetterci di usare la malattia per crescere; sono salite alla ribalta nuove aziende, altre si sono confermate nella qualità e alcune hanno subìto una battuta di arresto, ma Montalcino nel suo complesso è sempre e comunque ai vertici dell’enologia italiana. A riguardo della solidità del “sistema Brunello” vorrei far notare una nostra peculiarità, che lo rende solido ma poco comprensibile per chi è abituato a spiegazioni semplici; non ha mai avuto un’azienda leader di mercato, perché nessuno ha mai raggiunto stabilmente il dieci per cento del Brunello venduto. Solo Biondi Santi e Fattoria dei Barbi hanno superato questo limite in periodi diversi, ma più di trent’anni fa. Montalcino ed i suoi sangiovese sono il frutto del lavoro secolare di una collettività che è partita da alcune famiglie locali ed ha saputo arricchirsi accogliendo tanti nuovi contributi venuti da ogni parte del mondo. Montalcino ha certamente dei grandi protagonisti, ma ne ha così tanti e sempre nuovi che sono un coro. E un coro non muore mai.

Alcuni dati sul sangiovese a Montalcino nel 2012. Il Comune ha 3.600 ettari di vigna, di cui sono di sangiovese i circa 2.100 iscritti a Brunello più i 550 iscritti a Rosso di Montalcino e circa 300 dei restanti. Dunque sono sangiovese 2.850 ettari, pari all’82% dei vigneti di Montalcino. È divertente un’ulteriore elaborazione del dato; se escludiamo i vigneti delle 5 aziende con più vitigni “non indigeni” la percentuale del sangiovese di tutte le 304 aziende rimanenti sale al 97% di media. Chi fa viticoltura a Montalcino crede nel sangiovese, e le vigne lo dimostrano. I rivendicatori delle nostre DO sono 309, di cui 235 iscritti al Consorzio; occorre però tenere conto che quei 235 rappresentano quasi tutto il Brunello imbottigliato. Dai dati del 2010 (gli ultimi disponibili) il più grande produttore di Brunello ha solo il 7% del mercato, seguito da un altro con il 6%, uno con il 4%, tre con il 3%, sette con il 2% e altri duecento altri con quote minori. Nel 2011 (dati parziali) abbiamo un diverso produttore che diviene il primo con una cifra di poco superiore ma si conferma l’usuale spezzettamento; come vedete a Montalcino non esistono leader di mercato, la produzione è, ed è sempre stata, estremamente frazionata.

Queste sono le premesse, ma da sole non spiegano cosa rende diverso Montalcino da ogni altra area vinicola d’Italia né spiegano un successo che supera i secoli, le crisi e gli scandali. Il prodotto eccezionale, la reputazione conquistata, la storia e la Toscana sono premesse indispensabili, ma le hanno anche altri per cui di per sé non sono sufficienti.

Io ho una teoria, soggettiva quanto volete ma basata su qualche secolo di esperienza familiare; Montalcino ha successo perché qui storia e cultura hanno fatto si che il prodotto prevalesse sul produttore. È questa la formula geniale che genera sviluppo. Come è accaduto? Le regole decise da noi hanno fatto si che si potesse usare un solo Comune, una sola uva e un’unica procedura di produzione; stanti così le cose, è la dinamica stessa del sistema che fa sì che il Brunello tenda a venir percepito come un’unico prodotto con più produttori. Questo non vuol dire che i marchi, la capacità e il terreno non contino, valgono eccome ma sono solo un valore aggiunto rispetto al peso preponderante del marchio Brunello. Che è di tutti. Questo porta a tre importanti conseguenze; primo, ogni nuovo venuto ha la possibilità di fruire della visibilità e vendibilità rese possibili dal marchio Brunello alla pari con me o Biondi Santi; secondo, il Brunello di Casanova di Neri che viene eletto il miglior vino dell’anno da Wine Spectator avvantaggia anche me, Poggione ed ogni altro produttore; terzo, dato che il nome Brunello è di un intero territorio l’interesse a promuoverlo coinvolge tutti i viticoltori ma anche ogni operatore economico locale, il Comune, lo Stato e perfino i semplici residenti. Tutto questo non potrebbe avvenire con Château Pétrus, Opus One o Tignanello, quelli sono modelli di sviluppo straordinari ma diversi, che avvantaggiano le ditte ma hanno ricadute molto limitate su territorio e confinanti. E di conseguenza mobilitano una quantità molto minore di interessi. Un’altra conseguenza del “sistema Montalcino” è che non esistono leader qualitativi immutabili, perché tutti sono posti nella condizione di competere e lo fanno. La competizione da visibilità e mercato ai nuovi che sono bravi e, talvolta, affossa i consolidati che si addormentano sugli allori. Un sistema così concepito é enormemente robusto e dinamico perché tanti e sempre nuovi portano lustro e successi, e i vantaggi vanno a tutti. E va anche considerato che i venti o trenta che ottengono punteggi cattivi nelle guide o nei giornali spariscono di fronte allo sfavillio del gruppone di cento e più che ottengono premi. E ogni guida o giornale del mondo ripete questo rito, anno dopo anno. Non a caso il sistema ha rischiato di andare in crisi solo quando si é cercato di introdurre in modo “strisciante” il taglio, che avrebbe automaticamente aumentato le differenze tra i produttori e portato ad un diverso modello, basato sui singoli marchi affermati e non su una collettività di produttori che condivide un marchio comune. Montalcino è talmente unico e diverso da tutti gli altri che sembra difficile da capire, ma basta accettare le sue peculiarità per decrittarlo facilmente. In questo contesto diventano ovvi anche i meriti veri e il ruolo di famiglie come i Biondi Santi, i Costanti, i Franceschi, i Padelletti, la mia e qualche altra presente da tanto tempo; noi siamo quelli che hanno saputo essere forze propulsive ed esempi del Brunello nei secoli, ma senza mai pretendere di averne il monopolio.

28 Commenti

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esperio

circa 6 anni fa - Link

Egregio Cinelli Colombini, belli i riferimenti storici, interessanti le analisi socio-economiche, condividibile la tirata di stringhe della conclusione, pero, quando ha dato fuoco, all'improvviso, alla Santa Barbara dei numeri e percentuali, l'esplosione mi ha quasi fatto mancare i sensi. Tutto a posto comunque. Bella lettura.

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Stefano Cinelli Colombini

circa 6 anni fa - Link

Conoscete la verità, e la verità vi renderà liberi (Giovanni, 8, 32).

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Hamlet

circa 6 anni fa - Link

articoli molto interessanti ma una domanda è obbligatoria (non tutti lo sanno), prima dell'apertura dell'autos del sole, chi viaggava da Milano a Roma, che strade faceva? Mica tutti passavano per Montalcino, no?

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Francesco Bonfio

circa 6 anni fa - Link

milano/bologna con la via emilia bologna firenze passo della futa firenze roma strada statale n° 2 cassia la cassia entra tuttora nel territorio del comune di Montalcino all'altezza della frazione di Torrenieri, circa 8 km dopo Buonconvento

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Stefano Cinelli Colombini

circa 6 anni fa - Link

Giusto caro Francesco, e va aggiunto che quella che passava da Montalcino mica era solo la strada che congiungeva Roma con Milano. Era niente meno che la strada più importante e trafficata del mondo. Per millenni si é detto che tutte le strade portano a Roma, e almeno fino al 1700 è stato assolutamente vero perché di qui passavano tutti, poveri, ricchi, papi e imperatori. Milioni e milioni di viandanti, e tutti andavano nutriti e abbeverati; altro che Autogrill, questo era il sogno di ogni oste!

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Paolo

circa 6 anni fa - Link

Alla osservazione di Hamlet, vorrei agiungere un dettaglio per dare, se possibile maggior senso a quanto risposto in particolare da Cinelli Colombini [grazie, grazie, grazie, all'ennesima ptotenza, lo diamo per scontato, vero?] non era solo "tutti passvano da li'". Ma anche, non irrilevante "il tempo", o velocita', se vuoi. Perche' un conto e' percorrere una strada in auto, o peggio l'autostrada: esiste solo la partenza e l'arrivo. hai presente la partenza per le vacanze al mare? Altra cosa erano i mezzi, la velocita', e quindi i tempi "del viaggio", diciamo fino alla costruzione della A1. altro mondo, altra vita, davvero. Li puoi capire solo in un altro modo: facendo la Cassia e le provinciali delle Crete in moto (piano), o meglio ancora in bicicletta. Allora si che capisci come e perche' Montalcino poteva essere da un lato l'imbuto del mondo, sulla via francigena, dall'altro il sogno di ogni oste :) Al confronto l'autogrill e' poco piu' di un attrversamento pedonale in centro citta': scendi, prendi e fuggi. Se giri con quell'altro tempo, quell'altro ritmo, allora la sosta per rifocillarsi non e' il camogli, quella per bere non e' la lattina di bevanda gassata. e qualche damigiana di vin, a quel punto, ti viene voglia di caricarla sul tuo mezzo :) Pensa che lo vedo percorrendo dalle mie parti la Via Emilia, che pure e' diritta come uno stecco capannoni che sorgono, e contemporaneamente le vecchie trattorie, e persino scuole, lungo la strada, dismesse, chiuse, in via di crollo. Paolo

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Stefano Cinelli Colombini

circa 6 anni fa - Link

Commento correttissimo, fino a due secoli fa l'uomo si è mosso alla velocità delle sue gambe. O al più del cavallo, con tutte le conseguenze del caso. Ma purtroppo la contestualizzazione va perduta in un concentrato di quattro pagine, e per necessità di sintesi si deve ricorrere a paragoni un po' impropri (ma che rendono l'idea) come quello dell'autogrill. Se e quando riuscirò a trovare il tempo coordinerò un lavoro di ricerca fatto come si deve.

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Paolo

circa 6 anni fa - Link

Perdonami se appaio impertinente: "Se e quando riuscirò a trovare il tempo coordinerò un lavoro di ricerca fatto come si deve." Ehm, cough cough... serve gente del mestiere? Paolo

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Stefano Cinelli Colombini

circa 6 anni fa - Link

Parliamone, mi puoi mandare un curriculum?

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Paolo

circa 6 anni fa - Link

ti ringrazio per l'interessamento, ma nons aprei come fare: qui giustamente ci sono le ns. firme intanto, se puo' servire, ti segnalo il quadro cui faccio riferimento: http://www.foodlab.unipr.it/files/manifesto.pdf e' un gruppo tematico, con forte presenza di validissimi storici dell'economia. io, se vuoi, sono il cialtrone del gruppo, in quanto sono un economista puro, anche se in passato mi sono occupato di economia dei servizi e di economia del turismo. Ora mi occuperei di sviluppo sostenibile ed econmia ambientale :) Se lo ritieni utile, trovi dal sito qual e' l'universita' di riferimento, e il gruppo di economisti che lo compongono. A bien tot Paolo

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Stefano Cinelli Colombini

circa 6 anni fa - Link

Va bene, un profilo economico/storico fatto da veri professionisti del settore é un qualcosa di cui c'é assoluta carenza nel mondo del vino per cui questo é un approccio molto, ma molto interessante. Perché non ci vediamo, per esempio, al Vinitaly e ne parliamo? Io sono al Padiglione Toscana, sono un poco incasinato con gli appuntamenti ma un angolino libero lo trovo.

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Paolo

circa 6 anni fa - Link

Ho scritto mail alla casella info@fattoriadei..., vi dovresti trovare qualche dato in piu'. Intanto faccio la posta ai colleghi storici, per sentire se sono ingolositi dall'idea. Gli giro le due puntate, e ti aggiorno sui riscontir che ho avuto Paolo

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Montosoli

circa 6 anni fa - Link

Domanda; Se il Consorzio del Brunello e stato uno dei primi.....come mai non hanno mai pensato di costruire un bell edificio con grandi sale di degustazione, banca del Brunello, piccolo museo etc. ?

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gianpaolo paglia

circa 6 anni fa - Link

Bella storia, educativa per chi sta nel mondo del vino, anche al di fuori di Montalcino. La storia non si reinventa e non si trasferisce, pero' vi sono in questo racconto elementi utili che uno si potrebbe portare a casa per spiegare il successo di una denominazione, e per imparare, e se del caso copiare. Uno tra tutti, verrebbe da dire "keep it simple": una varieta' di uva tradizionale, un comune, una zona relativamente ristretta, parametri di qualita' nel disciplinare, promozione semplice - non c'e' bisogno di reinventare la ruota - ma ripetuta anno dopo anno e dopo anno. Qualche nome importante che fa da trait d'union tra la tradizione, la memoria storica e la qualita'. Verrebbe da metterla a paragone con la neonata DOC Maremma, qualcosa come 29 tipologie di vino ammesse in un areale vastissimo. Ma ripeto, anche su denominazioni un filino piu' serie, come il Morellino, qualcosa da imparare c'e'. Ammesso che la gente lo voglia, il che pare essere sempre l'ostacolo piu' insormontabile.

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enrico togni viticoltore di montagna

circa 6 anni fa - Link

Pienamente d'accordo, proprio ieri sera in riunione del consorzio ho citato questo post. se vuoi affermare la denominazione hai bisogno di un'identità comune, e quando lavori su di un areale molto esteso l'unico modo per ottenerla e utilizzare una sola uva e confrontarsi con quella, vedere ad esempio la valtellina! come dici tu c'è sempre da imparare, poi bisogna averne anche la voglia.

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corrado dottori

circa 6 anni fa - Link

Denominazioni piccole (comunali?), pochi vitigni tradizionali (uno/due), parametri di qualità nel disciplinare... Condivido al 100%. Ma allora traiamone le conseguenze: le DOC/DOP oggi sono semplicemente defunte.

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gianpaolo paglia

circa 6 anni fa - Link

Diciamo che la piccola politica ha fatto di tutto per ammazzarle, quelle che sopravvivono, o persino prosperano, lo fanno a dispetto del contesto. Come quasi tutto in questo sciagurato paese.

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corrado dottori

circa 6 anni fa - Link

I miei complimenti più sinceri a Stefano Cinelli Colombini per questi pezzi di storia viticola e di economia enoica. Grazie.

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Luca Cravanzola

circa 6 anni fa - Link

Mi accodo ai complimenti! Bravo SCC, oggi noi tutti sappiamo qualcosa in più su Montalcino. P.s: mai pensato alla carica di presidente del consorzio?

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Stefano Cinelli Colombini

circa 6 anni fa - Link

Quando andavo all'asilo volevo fare l'astronauta, ora non si vola più e non ho ancora aggiornato i programmi.

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Alessandro Bandini

circa 6 anni fa - Link

Innanzitutto mi accodo ai complimenti a Stefano per la piacevolezza degli scritti e per la passione che li pervade. Avrei solo una curiosità, ho visto che hai completamente omesso la gelata dell'85 tra gli eventi fondamentali di questa storia, non credi che abbia avuto un ruolo importante?

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Stefano Cinelli Colombini

circa 6 anni fa - Link

No, direi di no. Per esempio nel caso della nostra azienda l'unica vigna seriamente danneggiata fu quella del Molino della Suga, tre ettari (su 70) accanto al fiume che fu seccata sopra i venti centimetri della neve. Accadde solo perché c'era l'umidita del fiume (cosa rara a Montalcino) e comunque dopo due anni i ributti portati al filo erano rientrati in piena produzione. Molto più grave fu il problema della fillossera negli anni '20 e '30, e quello dei vigneti distrutti dalla guerra.

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Alessandro Bandini

circa 6 anni fa - Link

Sono stato un pó vago, non ne parlavo come di un danno, ma come di un'opportunità. Mi hanno sempre raccontato che la gelata aveva colpito soprattutto gli olivi e che gli aiuti statali erogati per questa calamità erano stati invece investiti nella viticoltura, con ottimi risultati. Magari é una leggenda.

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Stefano Cinelli Colombini

circa 6 anni fa - Link

Fino agli anni '90 quasi tutti gli investimenti in agricoltura di coltivatori diretti, cooperative e imprenditori agrari (non società) erano finanziati con la vecchia L.64, che qui dava dal trenta al cinquanta per cento a fondo perduto. Altrove di piú. L'acquisto della terra, l'insediamento e gli investimenti dei primi anni dei coltivatori diretti erano finanziati con mutui lunghissimi all'1% fisso dalla Cassa per la piccola proprietà contadina. Si applicava la dir. CEE 688 che, in caso di tre calamità naturali nell'arco di cinque anni, bloccava il pagamento di mutui e prestiti per tre anni e poi raggruppava tutto il debito esistente in un mutuo lunghissimo a tasso basso. Magari l'avessimo oggi! Le campagne italiane avevano appena vissuto l'esodo dei due terzi e più dei loro abitanti, senza quelle geniali misure (che non generarono né furti né sprechi) oggi non avremmo un solo sacco di grano prodotto in Italia. Gli aiuti per la gelata furono solo un capitolo minore in un contesto pro sviluppo e pro territorio.

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vinogodi

circa 6 anni fa - Link

...molto, molto bello: era da tempo che non rimanevo rapito da uno scritto... grazie...

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Marco Grazioli

circa 5 anni fa - Link

Bellissimo articolo!

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grazia

circa 5 anni fa - Link

Buongiorno vorrei sapere qnd inizia la sagra !

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