di | mar 27 apr 2010 ore 12:56
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Corrado Dottori | I vini naturali e il vicolo cieco

Corrado Dottori è un vignaiolo di Cupramontana. La cura della terra lo gratifica più di pubblicazioni e studi economici “giovanili”. Produce alcuni tra i Verdicchio di maggior carattere. Del suo Terre Silvate 2007, qualcuno ha detto: “un piccolo Trebbiano di Valentini”. Altri dicono somigli a Carlo Cracco. Intravino ospita le sue interessanti riflessioni sul vino naturale.

Il vicolo cieco di Corrado Dottori

“Forse non tutti sanno che” sarebbe un inizio niente male. Sentite che bel titolo ha questa recente ricerca dell’Università di Sassari: “Individuazione di ceppi di Saccharomyces cerevisiae medio-basso produttori di etanolo” . Traduco in italiano lo scopo: isolare lieviti da vino che producano poco alcol. Curioso, no?Ricordo male io o fino a ieri l’altro la ricerca microbiologica faceva l’esatto contrario – cioé selezionare ceppi in grado di garantire una più elevata resa alcolica? Partiamo da qui per continuare la discussione iniziata con alcuni interessanti articoli di Intravino (questo e questo su tutti).

Leggendo tra le righe, la ricerca menzionata ci comunica qualcosa di importante. In ambito agronomico ed enologico si tende continuamente a sperimentare tecniche, tecnologie e prassi in grado di seguire il Mercato. Oggi il Mercato chiede vini più “leggeri”? Messaggio ricevuto, il “sistema-vino” si adegua. Come ieri si era adeguato ai vini-frutto. Purtroppo, ho la brutta sensazione che la discussione sui “vini naturali” stia prendendo la stessa piega. Oramai si parla apertamente di moda, le fiere ed i saloni alternativi riscuotono successo e i produttori di questa nicchia paiono risentire meno della crisi rispetto ai “convenzionali”. Si arriva ad ipotizzare un padiglione comune al prossimo Vinitaly.

Sarà mica che il percorso “naturale” sta finendo in un pericoloso vicolo cieco? Quando ci si relaziona al vino naturale adottando le medesime modalità con cui si era cavalcata l’onda modernista del vino-frutto, il rischio è serio e non possiamo negarlo.  Quando la bottiglia di vino naturale diventa merce esattamente come fu il Supertuscan costruito in laboratorio con vitigni pompati, la deriva commerciale e mediatica è dietro l’angolo. Sono solo cambiate le parole d’ordine: il vino non deve più essere morbido, opulento e fruttoso bensì “sano”, genericamente “eco-compatibile” e magari “misterioso” o comunque bioqualcosa. Concordo con Porthos quando parla di implosione dell’avanguardia naturale.

Fare vino seguendo le (presunte) richieste del mercato significa negare l’essenza del movimento “naturale”, che sintetizzo in 3 punti: critica radicale al modo con cui oggi l’umanità si relaziona alla natura, visione totalmente alternativa dell’agricoltura, lotta ai processi socio-economici dominanti. Oggi è impossibile parlare di “vino naturale” senza affrontare i nodi legati al sistema industriale di produzione, accumulazione e commercio ma soprattutto senza un approccio organico – che partendo dal vignaiolo arriva fino al consumatore, inteso come co-produttore (termine figlio della riflessione di Terra e Libertà/Critical Wine). È altrettanto necessario contestualizzare vino, cibo e agricoltura in orizzonti socio-culturali irriducibili ad una certa idea di Mercato. Valutare i “vini naturali” solo in base a caratteristiche sensoriali è limitante e ingeneroso nei confronti di chi da anni lavora ad un’idea integralmente diversa del vino e, oserei dire, della vita stessa.

Stiamo assistendo a un fenomeno enorme, cioé al totale sovvertimento del paradigma agronomico-enologico cui si era approdati negli anni ‘80/’90. Questo grazie agli studi di Claude e Lydia Bourguignon e di Jules Chauvet, grazie ai testi classici della biodinamica, antichi e moderni (Rudolf Steiner, Ehrenfried E. Pfeiffer, Alex Podolinsky, Nicholas Joly), e alle prassi dei pionieri del vino naturale (Lapierre, Overnoy, Breton, Binner, ecc). E il fermento è tutt’altro che terminato.

In questo contesto è stato meno appariscente, ma non meno rilevante, il cambio di approccio in termini di vendita e commercializzazione. Si ricorre sempre meno a grandi distribuzioni, grandi agenzie di rappresentanza e catene commerciali, ma sempre di più al rapporto diretto col co-produttore (attraverso vendita diretta, fiere, gruppi di acquisto) o con piccoli operatori specializzati, locali ed esteri. Diventano centrali un approccio differente al settore agricolo e l’interazione tra vignaiolo – artigiano/artista – e consumatore finale. Nella bottiglia di vino naturale, così come in un’opera d’arte, si cercano magia e piacere estetico, materiale ed intellettuale, dove il bello e il buono divengono fenomeno culturale e presidio etico. Altro che merce. Altro che banale e brutale bene di consumo. Altro che status symbol.

Se tutto ciò è vero – e può benissimo non esserlo – apparirà chiaro quanto sia delicata e complessa la questione dell’eventuale partecipazione del “movimento dei vini naturali” al Vinitaly. Personalmente, non sono nemmeno contrario per principio e non rinnego la mia passata partecipazione. Credo però che una scelta simile possa avere un senso solo in quanto gesto politico di rottura rispetto alle problematiche odierne in agricoltura: la sovrapproduzione, denominazioni di origine, certificazioni, burocrazia, uso sfrenato di chimica e tecnologia, standardizzazione del gusto e via dicendo. Dubito che allo stadio attuale il movimento naturale abbia la forza di proporsi compatto con un’identità forte e determinata. Dubito inoltre che il Sistema-vino – rappresentato dal Vinitaly – abbia davvero interesse ad accogliere dentro al “palazzo” il dissenso e l’alternativa. Temo, invece, che le sirene del marketing e dell’industria stiano già lavorando per concentrarsi su nuove forme e nuove apparenze, tralasciando ancora una volta la sostanza.

[foto di JKI]

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Info su Alessandro Morichetti

Tra i fondatori di Intravino, vende vino su Doyouwine.com. Marchigiano, vive a Barbaresco. Apprendista contadino per un anno e oste di sala per due, è laureato in Scienze della Comunicazione con tesi in sociologia della cultura dei ristoranti, sommelier AIS e scout.
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28 commenti a Corrado Dottori | I vini naturali e il vicolo cieco

  1. Il timore che fare vino naturale rischiasse di diventare moda mi accompagna fin da quando non ero ancora produttore, ma già avevo una certa sensibilità nei confronti di una gestione “naturale” del mondo agricolo, non necessariamente vincolata da disciplinari, mode o filosofie particolari.
    Però mi accorgo che a volte il primo limite alla diffusione di questa cultura siamo proprio noi “produttori naturali”, più attenti a sgomitare in cerca di visibilità piuttosto che a solidarizzare tra di noi per permettere una crescita comune di tutti noi e delle persone che si relazionano con il nostro mondo.
    Giovanni

  2. tutto giustissimo e sottoscrivibile.
    ma il discorso del vicolo cieco sottolineato da Dottori nel post di Sartore credo sia molto molto esagerato…

  3. Penso anch’io che non dobbiamo esagerare, che dobbiamo stare altrettanto attenti a questo terrore delle mode. Innanzitutto la moda è qualcosa di inevitabile, perlomeno in tutti i settori dove il denaro inizia a fluire. Così come è inebvitabile che all’interno di un’area che nasce con sani principi ci possono essere quelli che approfittano senza averne il background interiore.
    E allora?
    Al diavolo i vini naturali?
    Certamente no, il discorso è un altro. Quello di produrre vino e cibo il più possibile genuini deve diventare (e per molti già lo è) una filosofia di vita, perchè l’unica arma davvero rivoluzionaria contro un mondo sempre più sordo e cieco, che nel dio denaro vede l’unico fine, che giustifica qualsiasi porcheria si commetta.
    Ora, il vero problema non è la moda, ma l’enfatizzarla, favorendo quel fenomeno che tende ad appiattire e generalizzare le opinioni delle persone, fatto ben più pericoloso e controproducente, che provoca prima l’esaltazione e poi l’affossamento di una corrente, a prescindere se questa abbia in sé sani principi.
    Allora chi produce vini secondo una filosofia in cui crede, filosofia che inevitabilmente applica al proprio quotidiano, DEVE fregarsene della moda e stare semmai attento a non alimentarla.
    Il Vinitaly rappresenta, in questo senso, un rischio enorme, anche nella contraddizione che si verrebbe a creare al suo interno. Un conto è il singolo produttore che fa vino bio e lo presenta al Vinitaly, un conto è un’associazione di produttori che rappresenta un fenomeno culturale collettivo in un contesto dai principi completamente diversi.
    Chi contribuisce a creare mode e tendenze? Noi, quando enfatizziamo o addirittura mitizziamo chi in quel momento ci colpisce di più e, solo di conseguenza, il co-produttore, che viene stimolato dal tam-tam mediatico.
    Ricordiamoci che per l’industria c’è la pubblicità televisiva che ha questo ruolo, ma nel vino chi scrive conta almeno altrettanto (oggi non solo le guide ma anche il variegato mondo del web).
    E’ quindi compito nostro evitare esaltazioni a sproposito, ma guardare con obiettività a un fenomeno importante che al momento è ancora in fase elaborativa e confusa.
    La moda è inevitabile come lo è il suo esaurirsi, ma i vini di qualità restano, sempre.

  4. Caro Corrado, le tue riflessioni sono lucide e condivisibili in buona parte ma ci sono alcune note che vorrei portare alla discussione.

    Sono convinto che la società odierna, anche e soprattutto grazie alla straordinaria influenza positiva e trainante che ha la rete, sia sulla soglia di un radicale cambiamento. Cambiamento che io vedo in positivo e che coinvolge e coinvolgerà qualsiasi aspetto della vita umana. La condivisione renderà questo possibile e non le barricate (antitesi del concetto di rete).

    Ora, fermo questo presupposto, è indubbio che probabilmente ci sono cose che sono destino per tutti e in tutti gli àmbiti. Avremo migliori forme di governo, migliori politiche economiche e ambientali, migliori trasporti, miglior utilizzo dell’energia e, perché no, migliori vini. Io sono certamente ottimista ma è così e sarà così grazie alla nuova società che grazie alla rete si sta costituendo.

    In quest’ottica -- che, ben intenso, è quella di chi scrive -- non è possibile incastonare nelle strette maglie del concetto di “movimento”, obiettivi che sono positivi tout court, condivisibili ex se e, soprattutto, di tutti (non nel senso del possesso ma della condivisibilità). Proprio così come ritengo siano i vostri che a mia volta faccio miei.

    E’ questa la criticità massima del vostro agire secondo me. I movimenti sono momenti della storia utili probabilmente finché non esauriscono il loro compito. Non so se il vostro sia esaurito ma già il fatto di essere tacciati come moda è un segnale forte della crisi che attraversa il metodo, la strategia delle chiusure e dei separatismi, piuttosto che della condivisione e del confronto. Separatismi talvolta ipocriti, concedimi di dirtelo con estremo rispetto, quando si svolgono parallelamente ad eventi con i quali non si vuole condividere nulla ma dai quali si accetta però di trarre vantaggio (parlo di Vinitaly naturalmente).

    Nella vita ci vuole coerenza.

    I grandi industriali che lavorano male, per dirla in parole più semplici, non potranno che cambiare (in meglio) o soccombere. Non so dirti quanti anni ci vorranno ma è destino che ciò avvenga, è lo stesso motivo per il quale oggi non si fanno più capannoni in amianto e millanta altre cose.

    Un caro saluto e scusate per la tragica lunghezza.

    Fi

  5. Un po’ di tempo fa (un bel po’) ebbi a scrivere una butade: “…in questo momento in cui i vini naturali, biodinamici e biologici sono di gran moda, in cui sembra delinearsi una consistente fetta di consumatori contrari senza se e senza ma ad ogni manipolazione enologica, verranno prima o poi selezionati lieviti in grado di lasciare quell’ombra di pollaio, quell’idea appena accennata di spunto, enzimi capaci di riprodurre senzazioni un po’ amare? Insomma qualcuno starà già sperimentando un’enologia dell’imperfezione (naturalmente perfettamente riproducibile) capace di trasformare il tavernello nel vino del nonno?”

    Pare di sì :-)

    Luk

  6. Credo che questi dei vini naturali siano in bilico tra due opzioni: essere alternativi in toto o assumere una posizione più morbida? quale conviene di più? quale consente più visibilità e quindi più ritorno?
    Forse ce n’è anche una terza: ortodossia produttiva e flessibilità comunicativa.

    • avatar Niki Marsél

      Secondo me va considerato anche l’aspetto etico del lavoro. Va bene che oggi parliamo di piccole realtà a conduzione familiare, ma al centro ci deve essere, oltre al rispetto della natura, anche e soprattutto quello degli esseri umani che partecipano al processo di realizzazione di questa piccola grande magia. Ma credo che questo sia contemplato nel terzo punto del bellissimo intervento di Corrado Dottori dove cita la “lotta ai processi socio-economici dominanti”.

  7. L’unico modo positivo è produrre naturalmente si, ma anche e sopratutto dare un’esempio di vita, senza farsi influenzare dalle tentazioni del successo o della moda. Così, senza riflettori, silenziosamente, all’opposto di quanto fa oggi il sistema con tutti i beni di consumo, il movimento può crescere senza incorrere in crisi e spaccature.
    Il Vinitaly in fondo rappresenta tutto quello che non dovrebbe essere nello spirito di un produttore naturale.

  8. avatar Riccardo Campinoti

    Cos’e’ la ” lotta ai processi socio-economici dominanti”?

  9. avatar nicola a.

    C’è ne fossero di Corrado Dettori,

  10. avatar francesca ciancio

    conobbi dettori -- ma lui di sicuro non si ricorderà -- 4 anni fa a un critical wine al Leoncavallo. lo intervistai per winenews.
    da qualche parte devo avere ancora la cassetta. se la trovo la ripropongo. 4 anni fa sembrava il mesolitico per certi discorsi…

  11. ..ma questo è Dottori.
    ..Dettori è sardo.

  12. avatar bacillus

    Insomma, qual’è il problema? Finire nell’oblio dell’omologazione? nella banalità del “déja-vu”? nel tritacarne del business?
    Eh, già, è sempre difficile farsi élite ed ancor più difficile restare élite. Soprattutto quando i termini distintivi implicano poco sforzo e scarsa virtù…
    Mi spiego. Questa storia dei vini naturali mi ha stupefatto fin dall’inizio. Cos’è un “vino naturale”? Un vino che si genera spontaneamente in natura? No di certo: il vino NON esiste in natura, non è mai esistito e mai esisterà perché è “frutto della vita e del lavoro dell’uomo” (tanto per evocare luoghi comuni, in questo caso, però, non banali). Ovvio, logico, incontestabile.
    La definizione di vino naturale, dunque, è “perfettamente” arbitraria e quindi aperta alle più ampie interpretazioni. C’è comunque una logica di fondo, questo è innegabile. Il vino naturale dovrebbe essere il risultato di un processo produttivo in cui la tecnica moderna è ridotta ai minimi termini e possibilmente bandita. Ma anche qui il problema è definire il significato di “tecnica” e di “moderno”… Dura, durissima…
    Portare in cantina l’uva con il trattore è compatibile con il concetto di “naturale”? L’uso dell’inox in cantina è compatibile? Far fare l’analisi del complessivo, della volatile, del malico in un moderno laboratorio di prova è compatibile?
    Non sappiamo se tutto ciò sia compatibile (non credo che esista una formalizzazione in questo senso). Di sicuro sappiamo che ogni dettaglio è fondamentale su quello che è il risultato finale. Adottare una tecnica perché la si ritiene compatibile con lo spirito del “naturale”… ma anche rifiutarla, perché la si ritiene incompatibile… sono scelte entrambi possibili in un contesto che lascia ampie libertà di interpretazione.

    Alla luce di tutto ciò il prodotto “vino” nel caso dei vini “naturali” passa nettamente in secondo piano. Anzi direi proprio che la sua “essenza”, quella fatta di una mirabile complessità di espressioni aromatiche ed armonie gustative, viene del tutto relegata ad infimo dettaglio. Ecco dunque che l’essenza del vino naturale diventa (cito testualmente) “critica radicale al modo con cui oggi l’umanità si relaziona alla natura, visione totalmente alternativa dell’agricoltura, lotta ai processi socio-economici dominanti.” Ecco, appunto: il vino dov’è? Ma ripeto, detto da uno che il vino lo “trinca” con piacere: dov’è?

    Per arrivare alla conclusione. Se in sostanza il vino naturale rappresenta solamente un “vino ideologico” da contrappore al “vino tecnologico” è inutile ogni lamentazione. Il vino che arbitrariamente di definisce “notevole” o “virtuoso” perché “naturale”, ma che ha la volatile “altina”, un carico di polifenoli da conceria di pellame, uno stato di ossidazione da marmellata maldestra è un prodotto facile, banale, tutt’altro che virtuoso e “prezioso”. Se questo implica un contenuto ideologico va bene, ma non si pensi che sia immune dalle più ampie speculazioni filosofiche (e quindi commerciali). Di vino naturale così se ne può fare a milioni di ettolitri: basta trovare una banale argomentazione inquadrata in quella logica. Facile.

    Ultima cosa. A parte la semplice domanda di Riccardo Campinoti che meriterebbe davvero risposta, ci sarebbe qualche interrogativo anche su questa frase:
    “Nella bottiglia di vino naturale, così come in un’opera d’arte, si cercano magia e piacere estetico, materiale ed intellettuale, dove il bello e il buono divengono fenomeno culturale e presidio etico”…
    Voglio dire… non è quello che da sempre, noi cultori di questo prodotto, cerchiamo nel vino? Ah, è vero, la differenza è nell’espressione “presidio etico”… chi produce vino naturale lo fa senza scopi di lucro, vero?
    Già.

    • avatar Niki Marsél

      frutto della vite … della vite …

      • avatar bacillus

        :-) Già… Ma il refuso non è poi così fuori luogo.

    • avatar Niki Marsél

      Il vicolo è sempre più cieco …

    • interessante la tua disamina. Aggiungerei anche un punto che mi perplime: tra i vini naturali, prodotti con animo rivoluzionario e in antagonismo con il sistema capitalistico che certamente sta depauperando l’agricoltura, l’ambiente e impoverendoci culturalmente tutti, ve ne sono diversi che vengono venduti sopra i 50, a volte anche 100 euro (prezzi dal produttore), e che vengono per lo piu’ consumati in quei templi del capitalismo che sono gli stellati michelin, da persone che probabilmente sono assai lontane da questo modo di intendere la realta’. Non c’e’ un po’ di contraddizione?

  13. Mi sembra che l’impostazione di Dottori sia molto filosofica. Il vino e le sue problematiche sono pretesto per rivedere, modificare, fissare delle priorità valoriali, per rimodulare il rapporto tra uomo e natura e quindi, di conseguenza, tra uomo e uomo, tentando di rifondare una società che non abbia come unico totem e motore di sviluppo l’economia. Credo che il suo sia un tentativo di tracciare una linea di continuità tra questi principi e la sua produzione vinicola: una ricerca di coerenza assoluta.

  14. avatar fabrizio pagliardi

    “”Valutare i “vini naturali” solo in base a caratteristiche sensoriali è limitante e ingeneroso nei confronti di chi da anni lavora ad un’idea integralmente diversa del vino e, oserei dire, della vita stessa.”"

    Questo per me è l’unico vicolo cieco. E’ il motivo per cui mi allontano dal mondo dei vini naturali sempre di più.
    Anche se non è del tutto vero, io compro, e comprerò sempre vini naturali che ritengo buoni come “Prodotto”, perchè questo sono. E sono moltissimi per altro.

    Per il resto Philip Kotler e Bernard Cova applaudirebbero a mani basse.
    sono fermamente convinto che corrado Dottori sia in buona fede ma chiunque faccia un prodotto e lo debba in qualche modo vendere fa marketing volontario o involontario che sia.

  15. Io credo che, un conto è il pensiero, le basi teoriche di un’iniziativa pratica; un conto la eventuale risposta del mercato.
    Già il solo fatto che si cerchi di dare realizzazione concreta ad un’idea (senza entrarci nel merito), penso sia degno di considerazione.
    Credo che nel caso in questione, la risposta del mercato (comunque sempre necessaria e mai sottovalutata..credo), non sia vissuta come priorità rispetto agli aspetti valoriali alla base del lavoro; o comunque i due momenti siano posti sullo stesso piano d’importanza, perchè tanto, l’uno alimenta l’altro.
    Credo che la stessa operazione debba fare il fruitore del bene: ma all’opposto. Cioè non vivere come prioritari nelle scelte, gli aspetti valoriali alla base del lavoro, rispetto al risultato dello stesso.

    • avatar Niki Marsél

      Molti produttori parlano da tempo di “prezzo sorgente”. Chi non lo fa ha evidentemente qualcosa da nascondere.

  16. La difficoltà dell’immagine è prevedibile e prevista da tutti i produttori “naturali”.Ora la “moda” li aiuta,ma la “moda” finirà e cosa resterà?! (mi sento molto cantante delle vibrazioni)ma il discorso è molto semplice ,chi ha sempre lavorato nel rispetto delle proprie idee senza chinarsi al marketing EVOLVENDO ( il proprio prodotto (senza edulcolarlo preventivamente) ne uscirà a mio parere grandiosamente vincente,almeno me lo auguro.Quel che è successo a Montalcino (Brunellopoli e co.) ed il successo dei vini naturali hanno portato alla luce prodotti (BRUNELLO D.O.C.G.) di vero e proprio “killer impact” :vini ottimi e naturali(garanzia post brunellopoli) in grado di esplodere letteralmente in un mercato che richiede garanzie e naturalità e con una qualità tale da mettere in serie difficoltà i cosiddetti “grandi” .Non mi stancherò mai di citare l’esempio dell’azienda “Campi di Fonterenza” ascesa anche alle gratificazioni d’importanti mezzi mediatici (vedi Decanter) che racchiude secondo me tutti i discorsi fatti: c vuole rispetto,integrità ma anche il giusto approccio al mercato legato al vino e non all’etichetta.Perchè si può essere bio-compatibili ed utilizzare acciaio e gestione delle temperature,che male c’è ?! Sogno le “grandi denominazioni” contaminate dalla voglia di rispetto per la natura ,che non usino pesticidi e prodotti chimici superflui ma che grazie ad una tecnologia “pulita” (macchinari alimentati a pannelli solari ad esempio) riuniscano la qualità alla naturalità con dei compromessi vincenti,esagero?! Intanto mi accontento dei temerari di successo che ti accolgono col sorriso in cantina…

  17. avatar Michele Braganti

    ahahahaahaha…!!!!!

  18. sono un produttore convinto di insistere sul vino naturale anche se commercialmente non viene evidenziata alcuna differenza di prezzo,parlo per lo sfuso.

  19. Pingback: Chi rovina il mondo del vino? | la terra e la passione

  20. avatar Paolo Bernardi

    Verissimo quello che dice Dottori. Oggi e’ di moda tutti sono naturali… mi ricordano la canzone degli Skiantos (sesso e carnazza) dove il protagonista canta “sono anch’io un gran poeta ho la camicia di seta!” … l’abito non fa il monaco. Ma oramai sono tutti naturali: poi li vedi vendemmiare la prima settimana di settembre, a macchina, -- al nord parlo -- ed uscirsene con vini naturali d’annata… boh… Magari sono io che non ci capisco niente. Pero’ mi da fastidio vedere i travestimenti.
    E ce ne sono tanti, troppi. Recentemente ho visto l’intervista di un imbottigliatore del nord oggi travestito da produttore del sud. Quando lo ho incontrato, dovevamo lavorare assieme (sono scappato dopo due mesi) ho visto i vini che faceva e come li faceva, si e no ci metteva l’uva.
    Mi rise in faccia quando parlai di biologico e dei miei esperimenti agronomici. Eravamo agli antipodi. Oggi e’ diventato un produttore di vini biologici con rese ad ettaro fantastiche ed e’ il prototipo del produttore che lavora la terra… mani lisce e con manicure e tipica macchina dell’agricoltore… una porsche… Avra’ cambiato opinione.
    Poi c’e’ quello che si dichiara produttore di vini DOCG ma della vigna che ha caspisci che vendemmia solo le carte e compera sfuso (la vigna e’ li con il mal dell’esca.. anno dopo anno -- ma mica estirpa e ripianta… nooo!).
    Poi ci sono quelli che fanno vini con il fondo per finta… (facendo imbestialire chi il vino con il fondo lo fanno sul serio).. prendono un po’ del fondo dei lieviti di fine cisterna… voila’… e avanti!
    “venghino siorri e siorre non siamo qui per vendere ma per regalare!!!” Certo che a un Dottori devono girare parecchio quando si trova catapultato e circondato da certi “colleghi” ed ha la mia totale solidarieta’.
    Non ce’e niente di male a non essere naturali (il che significa che non si e’ innaturali automaticamente…).
    Il produttore il vino lo deve fare con le pratiche di vigna e di cantina che vuole lui. E’ lui che rischia non noi e quello che fa va capito e rispettato. Le opinioni su cosa usare in vigna ed in cantina sono molto diverse anche tra scuole enologiche di grido. Fondamentale e’ non usare veleni per prendere delle scorciatoie. Sarebbe bello (ma utopico) dichiarare apertamente tutto quello che si e’ comperato e dovuto usare per la vigna e per fare il vino.
    Un’ultima cosa: e’ il bicchiere che parla poi al consumatore, ed essere un produttore naturale non puo’ o deve essere una scusa per il difetto. Intendiamoci il palato e l’olfatto sono personali: a me un po’ di “funkyness” piace, ma non e’ per tutti. Dico solo che tanto sono imbevibili certe confetture di legno tanto lo e’ l’aceto.

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