A quando l’Italian Bottle Shock?
Alzi la mano chi, parlando di California, non pensa subito a sole, surf, ma anche cabernet, ecco. La California evoca il vino da quando, nel 1976, etichette californiane si affermarono in una degustazione comparata sugli avversari francesi.
Accadde durante una competizione parigina entrata nella leggenda, organizzata da Steven Spurrier (commerciante inglese di vino a Parigi, in seguito giornalista e fondatore dell’Academie du Vin), in cui chardonnay e cabernet californiani misero in riga i più blasonati e leggendari pari-categoria di Borgogna e Bordeaux. Cambiando la storia del vino definitivamente. Da allora nulla fu più come prima, e vini praticamente sconosciuti iniziarono a far sognare i consumatori di tutto il mondo. La California aveva poca storia viticola, solo un grande sogno. E Spurrier lo realizzò, stupendosi lui stesso. Questo racconta Bottle Shock, di cui auspichiamo presto la versione italiana.
I vigneti del mondo sono pieni di sogni infranti ma anche di sogni cui manca solo un passo per essere realizzati. E quelli italiani? Di tesori poco noti ne abbiamo anche noi, e a pensarci bene non sono nemmeno pochi. Ok, siamo quelli famosi per Barolo, Barbaresco, Brunello, Amarone, Chianti, quelli che hanno centinaia di vitigni autoctoni, spesso molto buoni, talvolta un po’ insipidi. Ma anche sugli internazionali possiamo dire la nostra. I Supertuscan non stanno vivendo il loro momento di gloria (ne aveva già parlato Mauro Erro qualche mese fa, ora a scriverlo è Kerin O’Keefe su The world of fine wine, ripresa poi da Eric Asimov sul New York Times, tradotto sul blog di Luciano Pignataro e poi discusso in una sua nota su Facebook) ma tra chardonnay, sauvignon blanc, cabernet sauvignon e merlot siamo proprio sicuri che l’Italia non valga ben più di quanto si sappia in giro? Di pesi massimi da chiamare in causa ce ne sarebbero e non pochi.
Sarà arrivato il momento di organizzare la “mitica degustazione del 2009″?
Dovessimo chiamare all’appello 5 “bordolesi/borgognoni de noantri” da mettere in competizione, a chi inviereste le convocazioni?









Il primo (ma anche unico) che mi viene in mente al momento é il Mormoreto di Frescobaldi… o i Super Tuscan sono esclusi visto che non stanno vivendo il loro momento di gloria?
Occhio che l’articolo di Kerin O’ Keefe è sul numero scorso, il 23, uscito a marzo.
a mio gusto personalissimo
Vino Nobile di Montepulciano La Braccesca
Capatosta Poggio Argentiera
Nero d’Avola Una Rosa
Luzzana Cherchi
Montepulciano d’abruzzo Caprai
Fermentatore, ne avesse beccato uno di merlot/cabernet de noantri.
Più quel Montepulciano d’Abruzzo abbinato a Caprai la squalifica a vita…(cartellino rosso, sin d’ora).
MI scuso per il lapsus fra Valentini e Caprai (cose che capitano nell’era del multitasking), non cercavo cabernet o merlot ma vini che potesse competere coi cugini anche senza scendere sullo stesso campo
dalla mia pagina FB:
Paleo 2001 Le Macchiole
Campo Re 2003
rosso dell’abbazia (serafini e vidotto)
gemola (vignalta)
alla master class a roma, alla cieca, il paleo ha beccato 84 punti….. occhio a suggerire le etichette in base al nome…. eheheh
p.s.
il paleo è cabernet franc (non sauvignon)
Uhm… Per lo stile bordolese, San Leonardo e Sassicaia hanno già partecipato a confronti alla cieca coi francesi e non rappresentano più una sorpresa: se il gioco è di proporre 5 outsider, temo di non avere un’adeguata esperienza di bevute.
Per i “borgognoni di noantri” contano anche i nerelli siciliani?
San Leonardo riassaggiato ultimamente, tra l’altro 2003, annata non facilissima, e trovato magnifico. Grande etichetta, per me.
..dopo l’annata 2001 non riesco più a prenderlo in considerazione
Con tutta la buona volontà mi sembra che i supertuscan si siano fatti conoscere abbastanza e che di premi ne abbiano vinti pure troppi per quello che valgono. Verificare oggi se tirano ancora? E come potrebbero in un mondo che segue sempre delle mode come fossimo eterni bambini incontentabili? E perché dovremmo fare una verifica su un terreno che non è assolutamente rappresentativo per noi? Il mondo vuole quantità, e grazie a questo ora troviamo finti lardi di Colonnata, finti speck dell’Alto Adige, finti vini. Dobbiamo competere su questo o cercare di fare dei vini che raccontino qualcosa e rappresentino la terra da cui nascono, e siano fatti nella quantità che un cru consente di offrire?
No basta: ancora un inutile confronto tra Francia e Italia. Perchè?
alla cieca penso forse solo Sassicaia e San Leonardo, se parliamo di bianchi (chardonnay) forse Gaia & Rey e il Batar di Querciabella
sui rossi la guerra si può fare se si lascino da parte i gran cru classè (inutile stare a girarci intorno stanno su un altro pianeta):
Base Cabernet Sauvignon
Bruno di Rocca Vecchie terre di Montefili, Grattamacco, Cabernet Riserva Miceli, Sassicaia, Solaia, Ornellaia, Guado al Tasso, Darmagi,
Base Merlot
Montiano, Masseto, Tenuta di Trinoro, Redigaffi, l’apparita, galatrona
Base Pinot Nero
Vignacorejo di Contrà Soarda (7 nella manifestazione best 100 pinot noir in the world…. RC di RC ottavo)
Bsse Syrah
Syrah 2007 – Tenuta Lenzini Societa Agricola Srl, Syrah collezione de Marchi – Isole e Olena, Scrio – le macchiole
quanto ai bianchi dobbiamo avere il coraggio di ammettere di non essere all’altezza di borgogna, loira et similia
orpola meno male che il Tenuta Lenzini Syrah l’hai citato tu, sennò io sembravo di parte…quindi ti quoto ma sul Syrah devo rilanciare per Stefano Alessandri, un Syrah da Cortona bioqualchecosa che farà parlare di sè
..levate da sotto le ditina…..la tastiera al gori….xfavore….!!!!!
ah già come blend bordolese ce n’è uno bono anche a radda…montequalcosa…
Non saprei se come preambolo o a completamento del suo pensiero, in altro articolo (Perchè il vino europeo ha più valore di quello americano) che ebbe molto riscontro sempre sulle pagine di L.Pignataro, Asimov sostenne anche che l’Italia ha il grande e irripetibile vantaggio della diversità, della molteplicità dei vitigni, o meglio della possibilità di diversificare l’offerta sul mercato.
Su questa peculiarità Asimov fondava la forza e l’originalità del vino italiano: un patrimonio da valorizzare e diffondere, in grado di sparigliare le carte del mercato.
Mi sembra quindi che se per lui, come per molti altri, i supertuscans mostrano il passo almeno come tipologia e concetto di vino, un confronto per analogia coi vini francesi nemmeno si dovrebbe porre, a vantaggio di una “diversa unicità” tutta italiana di vitigni, in senso biologico, ma anche e soprattutto di cultura della tradizione e appartenenza al territorio di chi il vino lo produce.
d’accordissimo ma resta sempre fondamentale per certi mercati dimostrare di poter produrre blend bordolesi di spessore, è così dal 1855 purtroppo…
Gentile Fabrizio, è facile convenire che la forza dell’Italia stia nella diversità. Asimov lo ha constato nel vino ma è così anche per gli oli, i formaggi e il linguaggio. Constato che, dopo anni di moda, ora si sia scatenata una “caccia all’internazionale”: autoctono è bello! E non solo di Supertuscans si parla. Faccio qualche nome, per intenderci, citando anche vini che non conosco direttamente ma che, negli anni, hanno riscosso grande successo nella stampa di settore, italiana e non.
Ero curioso di capire se fosse eretico immaginarli in degustazioni opportunamente studiate, a mò di Bottle Shock (da vedere!). Divisi per vitigno prevalente e denominati alla buona, giusto per capirsi:
cabernet sauvignon: San Leonardo, D’Alceo, Sassicaia, Ornellaia, Isole e Olena, Paleo, Solaia, Lupicaia, Le Stanze, Saffredi, Il Pareto, Fratta (Maculan), Lafoa (Colterenzio), Langhe Darmagi (Gaja), Garda cab. Le Zalte (Cascina La Pertica), Tasca d’Almerita
merlot: Redigaffi, Masseto, L’Apparita, Messorio, Galatrona, Nambrot, Montiano, Pàtrimo, COF merlot (Miani)
chardonnay: Cuvée Bois (Les Cretes), Cervaro della Sala, Cornell (Colterenzio), Grafin de la Tour, Gaia e Rey, TdF Cà del Bosco, Tasca d’Almerita, Planeta
sauvignon: Sanct Valentin, Ronco delle mele, Sauvignon de la Tour, Zuc di Volpe
Ne ho dimenticati tanti e mi piace pensare che altrove stia il meglio della nostra produzione più riconoscibile. Però, ad averne la possibilità, non sarebbe curioso pescare 10 vini tra questi e altri da tutto il mondo? Blind, ovviamente!
..beh, non si può negare che alcune produzioni italiane potrebbero mettersi in evidenza. Come non sottolineare i sauvignon di Hans Terzer?..a mio avviso in alcune annata assolutamente fuori scala! Eppoi, riguardo i Merlot, (sarà perchè ricordo “d’infanzia”) ma il ‘90 di Apparita è stato un colpo al cuore.. certo non pomeroliano però di una sua classicità toscana che fa pensare.
Quando e qualora qualcuno lo facesse, io arriverei anche a piedi
. Ecco però, che il panorama si allarga: non più vini intesi come “adeguamento” ad un gusto internazionale, spesso anche poco riuscito, ma vini che pur provenendo da vitigni internazionali, sicuramente rispecchiano culture e tradizioni delle diverse regioni, dei diversi territori. Questo per dire che è più importante la “cultura autoctona” che il “vitigno autoctono ad ogni costo”. Poi, in una battaglia blind coi cabernet sauvignon, ci vedrei bene anche una pattuglia di aglianico se per questo, ma forse è un altro discorso e non vorrei soffiare sul fuoco.
Cabernet Sauvignon ma anche Sirah di Isole e Olena
San Leonardo anche io!!
Ci metto anche il Montevetrano ( ulltimo assaggio quello del 2006)
Il Cabernet Sauvignon di Tasca ma non più eccezionale da qualche anno
Impressionata da assaggi di botte fatti al Castello di Solicchiata – e chi è ? ma dove? e che roba è ? EHHH NON POSSO PARLARE AL MOMENTO!!!
friuli!! friuli!!! collliiooooo!!
e finalmente per l´assaggio la tecnologia ci viene incontro
http://www.youtube.com/watch?v=CRL1SeTJ1rk
http://www.mensup.fr/usbwine/?act=insc&mp=USBWINE&o=92&p=61
Ma perché se non si parla di supertuscan si deve passare automaticamente al vitigno autoctono? Siamo sempre lì, le mode, come quelle dei “vini veri”.
La diversità è fondamentale, è quella che rende diversa un’epoca dall’altra, ma è bene che questa diversità abbia un senso, e che sia migliorativo, se no ne possiamo fare anche a meno.
Allora, oggi più che mai, il problema basilare è riconoscere l’importanza del connubio fra terreno, vitigno e uomo. Tre elementi necessari a fare la diversità, che è più della tipicità, perché contiene in sé anche un’evoluzione, necessaria a migliorarsi e, a volte, rinnovarsi.
Il terreno rimane l’elemento principe, quello che per primo determina le differenze sostanziali. Soffermarsi sul vitigno autoctono, se non si tiene conto del terreno che ha sotto, non serve a molto.
Se io arrivo in una bella zona storica, diciamo nell’Avellinese, decido di piantare del fiano, ma ho bisogno di cambiare il terreno, al momento non adatto alla coltivazione della vite, e ci vado a mettere terra proveniente da altre zone, hai voglia a parlare di vitigno autoctono!
Lo so, ho sforato l’argomento, ma quando penso alle mode mi vengono i nervi…
ottima riflessione roberto che mi fa venire in mente una lettera ricevuta dal produttore di una nota azienda chiantigiana che fa notare che è più autoctono un cabernet allevato bio da 30 anni in toscana che un sangiovese su collina sbancata concime chimico e terreno di riporto fresco fresco da Raucedo…
acume e buon senso che, come sempre, trasudano nei commenti di roberto giuliani.
d’accordo al mille per mille con una sottolineatura nel ruolo dell’uomo nel custodire con sapienza il terreno e il vino.
e allora il richiesto italian bottle shock potrebbe essere giocato proprio con quei vini nei quali ritroviamo quel connubio, a prescindere dal taglio bordolese o autoctono. chiaramente vale anche per i francesi. forse un po’ più difficile e soggettivo ma di certo più stimolante e ci comunque sarabbe da sbizzarrirsi.
Dato che li avete nominati quasi tutti…in prevalenza toscani e non …proviamo a sparigliare con un Rosso Gravner…se la memoria non m’inganna Merlot 90 Cabernet 10%?
L’ho bevuto 2 anni fà e non era sinceramente niente male.
@Michele
ma quel Montequalcosa quando lo fai assaggiare agli amici?
è il rujno, solo nelle annate migliori…… fa paura
Loredan Gasparini Capo di Stato
mi sa che oggi, il “Paris Judgement”, come lo chiamarono allora gli americani (c’e’ una pagina di wikipedia spassosissima sull’argomento, con le dichiarazioni fancesi del tipo “che schifo questi vini americani”, e poi erano francesi
) sarebbe poco ripetibile. Lo penso perche’ sono cambiati i contesti e anche i francesi sono piu’ propensi ad ammettere che vi sono altri posti dove si fa il vino “decente”.
Certo e’ che si vuole evitare le mode, si parla di connubio di territori, vitigni, uomo, e poi poco o nulla si fa per avviare un programma di ricerca organico – quanto lavoro utile per tanti ricercatori universitari non sempre focalizzati sugli argomenti giusti – di conoscenza e sperimentazione sul territorio italiano. Da dove devono arrivare queste conoscenze altrimenti, visto che pochissimi sono i territori dove esiste una storia consapevole e di qualita’ in Italia?