4 parole necessarie per parlare di birra nell’anno 2011


Non c’è niente da fare, di fronte a un birrofighetto le cose sono due: o hai un piccolo dizionario di sopravvivenza o tempo 2 minuti e sei ignorantemente pronto per la prossima edizione del Grande Fratello. C’è che essere bombardati da termini incomprensibili non piace a nessuno e lo capisco. Ecco allora che qualche vocabolo di quelli topici può fare comodo per sentirsi meno soli e far capire che anche voi ne sapete, piuttosto che accampare scuse come una fantomatica pulizia dei denti per evitare il soggetto molesto. L’elenco è incompleto ma prevedere che escano termini nuovi prima di fine anno è una scommessa già vinta.

A come AiPiEi. Dispregiativo italianizzato dell’anglofono IPA (India Pale Ale) che indica tutte quelle birre fortemente luppolate di stampo american-danese che tanto piacciono ai giovani. Di colore tendente al verde (causa quantità immani di luppolo impiegate per produrle) e spesso dolci (perché i pischelli alla fine non sono veri duri) sono il must del momento, il “mai più senza” del birrofighetto universitario. Se vi sembrano tutte uguali e spesso monotone siete nel giusto, ma gli invasati non possono proprio capirvi.
Utilizzo: “Quante nuove AiPiEi hai degustato oggi?”

M come Mappazza. Mappazza indica una birra di beva difficile. Non è per nulla dispregiativo e identifica correttamente quelle birre di cui proprio non riesci a bere più di un dito non perché siano delle ciofeche ma perché sono così spesse da annodarsi nel gargarozzo e tapparlo irrimediabilmente. Il termine è nato probabilmente come descrittore della Chouffe Houblon (primo esempio di contaminazione tra tradizione belga e luppoli americani) e da lì in poi battezza molte birre che hanno in comune la strana caratteristica di essere tendenzialmente dolci e fortemente luppolate.
Utilizzo: “Buona questa XY ma è proprio una mappazza, non va giù neanche a spinta.”

P come Pigna. Pigna è un neologismo in erba dall’etimologia non ancora codificata. Probabilmente indica tutte quelle birre di alto tenore alcolico che, pur essendo ottime, tramortiscono il bevitore come uno scontro con un TGV lasciandolo inerme alla mercè di Gambrinus. Dicesi di quelle birre che il birrofighetto esperto tiene per fine serata mentre lo sbarbato trangugia anche all’ora del tè. Dal carattere deciso e complesso è una birra spesso speciale e di difficile reperibilità. Il prototipo di pigna è per me la Angel’s Share, birra americana da 11 gradi e più ripassata in botti di Burbon: divina ma soporifera (nel senso che ti mette a nanna…).
Utilizzo: rivolti a un noto publican “oh finalmente t’hanno svuotato il frigo delle pigne!”

R come Rater. Non sei cool se non rati, fattene una ragione. Se non scrivi le tue note su RateBeer (sito dove ogni appassionato può votare e recensire qualsiasi birra o locale), se non hai almeno una media di 10 rating al giorno, se non scrivi sempre e comunque un giudizio sei fuori posto. E se ne critichi i modi ti subisci il pippone del birrofighetto di turno sull’importanza cultural-evoluzionistica del rating come mezzo di comunicazione birraria ridotto ai minimi termini ma oltremodo incisivo e risolutivo. E non dirmi che non ti avevo avvisato.
Utilizzo: “Io preferisco Beeradvocate” (sito di rating concorrente). E la conversazione cade.





32 commenti a “4 parole necessarie per parlare di birra nell’anno 2011”

  1. SR SR commenta:

    appartenendo alla commissione tecnica di codifica dei neologismi descrittori della birra mi permetto di precisare il termine Pigna, spesso confuso con Mappazza (le due cose possono coesistere…). la Pigna spesso triangola fra alcolico, resinoso e tostato. dove la Mappazza è fatica, la Pigna è dolore

  2. rampollo rampollo commenta:

    Non avevo ancora letto l’articolo e sapevo gia’ che avresti parlato di pigne e mappazze…i leit motiv del momento…

  3. Niccolò Benvenuti commenta:

    Mi piace la birra, mi piace conocere birre e gustarle, mi piace parlarne con il mio “birraio” di fiducia…. e ringrazio il cielo di non aver mai sentito gli orripilanti termini descritti in questo articolo.

  4. Andrea Camaschella Andrea Camaschella commenta:

    Marco, ma un tempo IPA non era acronimo di “Io Prendo Altro”?!

  5. kenray kenray commenta:

    c’è anche il neologismo NBAS

  6. INDASTRIA INDASTRIA commenta:

    Centratissime le prime tre
    la distinzione tra “pigna” e “mappazza” è centratissime

    Come sempre sul discorso del rate si cade sulle solite (inutili. come il mio stesso commento=) ) storie.
    Io rato raramente (la ritengo una cosa inutile a meno che non si voglia segnalare una birra) ma pretendo il copyright su “preferisco beeradvocate” :°D

  7. Francesco Francesco commenta:

    Ma che posti frequenti oh???
    io amo bere birra ogni tanto e frequento quindi dei locali specifici per degustarne varie e di qualità, ma i termini mappazza, rati e AiPiEi non li ho mai sentiti!
    Il termine IPA è usato correttamente da tutti quelli che conosco io, poi è anche vero che il mondo è bello xchè è vario, ma se dovessi mai sentire AiPiEi da qualcuno gli scoppierei a ridere in faccia!!
    E’ anche vero però che oramai stiamo italianizzando molti termini anglosassoni, quante volte ci è capitato di leggere o anche scrivere “quoto”??? Quindi che passino pure rati e AiPiEi, l’importante è bere e mangiare di gusto e per piacere, non per moda e per strafogarsi/ubriacarsi e chissenefrega della terminologia anglo/italianizzata!

    • INDASTRIA INDASTRIA risponde:

      La pronucia corretta di IPA è proprio AiPiEi.

      Marco Pion si riferisce, credo, più all’abitudine di scriverlo così e pronunciarlo con tono ironico tra appassionati o al fatto che i “birrofihetti” (che ancora devo capire che sono. Troppe categorie diverse…) usano l’acronino per darsi un tono

      P.S.
      Commento precedente sputtanato dal copia+incolla

      • colonna colonna risponde:

        Ma infatti ultimamente non si capisce più nulla, l’altro giorno al pub uno mi chiede cosa era una birra che avevo sotto…Gli ho risposto “Più o meno una AIPIEI” (ora penso a Francesco di cui sopra che mi sbotta a ride in faccia e io che lo accompagno gentilmente a bere al locale di fronte), lui mi fa: “Ah, no, cercavo una IPA”
        Sono rimasto turbato, gliel’ho fatta assaggiare senza dirgli nulla, e lui “‘Azzo, bona…pare ‘na IPA”. “Bravo, so’ 6 bleuri, grazie” Ho concluso.

        Tanto abbiamo birrerie a Roma che chiamano le Dunkel “DAnkel” e siamo cresciuti con un negozio chiamato “Energie” che pronunciavamo “Energi”, ma so’ sottigliezze.
        Il massimo lo trovi quando un termine italianizzato nel vero senso del termine come “Bir&Fud” viene pronunciato “BairendFad”

        …MA CHE POSTI FREQUENTI TYRSER???

        • Marco Pion Marco Pion risponde:

          Manuele, sai bene che il mio locale preferito a Roma è quello che serve la TaipoPails e le Sciantillon e ha la lavagna con un sacco di pigne e un frigo con certe mappazze…:-)

          • Nelle Nuvole Nelle Nuvole risponde:

            Si può sapere come si chiama questo locale a Roma, così la prossima volta vedo di passarci?

            L’altro ieri ho assaggiato a Chicago una Ale sotto il marchio Stone. Niente a che vedere con lo stile IPA. Apparentemente da quelle parti esistono da tempo molti microbirrifici. Il mio pensiero é volato a te, prima di rituffarmi nel mondo vino.

          • Marco Pion Marco Pion risponde:

            Il malfamato locale romano da me citato è il “Ma che siete venuti a fà” (Macche per gli amici) in via Benedetta a Trastevere dietro le cui spine troviamo il Colonna (che leggi qui) e la sua truppa.

            Chicago è una città molto attiva birrariamente negli USA.
            Stone, birrificio californiano, fa prodotti interessanti ed è un produttore medio/grande di fama ma, a mio parere, un po’ più commerciale che “artigianale” (leggi: fa birre pulite che piacciono e non spaventano)
            Sono quelli dell’Arrogant Bastard Ale, seconodo me il miglior caso di marketing birrario del pianeta.

          • INDASTRIA INDASTRIA risponde:

            La ruination un po’ spaventa.
            Così come l’arrogant è una grande birra nonostante il marketing.

            Sul fatto che siano “pulite” sono assolutamente d’accordo. PEr me è un pregio, per alcuni un difetto.

        • Francesco Francesco risponde:

          ma guarda… io al macche sono venuto un sacco di volte come sono anche andato al bir e fud, e nessuno mi ha mai proposto una AiPiEi, ma sempre una IPA, chissà…. forse mi avranno visto in faccia che ero il tipo del locale a fianco…

          • colonna colonna risponde:

            Ma certo Francè, è ovvio che alle volte si dice IPA, ma è più corretto dire AIPIEI, suona strano quando non riusciamo a farci capire pronunciandola giustamente…

            Ma te lo immagini all’americano di turno dirlgi: “this is an IPA”??? Lui sì che riderebbe…

        • SR SR risponde:

          grande, hai innescato un discorso più surreale ancora della differenza fra pigne e mappazze: la differenza fra IPA e AIPIEI…

  8. Carlo Cleri commenta:

    Piccola precisazione: le India Pale Ale (IPA) hanno una origine molto più antica della recente interpretazione dei birrai americani. Erano le birre leggere e fortemente luppolate prodotte fin dal 1800 in Inghilterra e destinate principalmente al comsumo nella colonia britannica dell’India, dove la temperatura e l’umidità del luogo facevano prevalere il consumo di queste birre dissetanti e rinfrescanti.

  9. Giuseppe Giuseppe commenta:

    boh, sarà come dite voi, ma siamo sicuri che “birrorighetti” si stiano buttando sulle Ales? boh, magari è vero… io conoscevo diversi birrofili che millantavano di sapere tutto sulle birre tedesche, poi gli chiedevi se avessero mai assaggiato una Alt e facevano le facce strane bofonchiando “eh???”.
    Piccolo appunto: non ho ben capito se il wannabe saputello si basi sulla degustazione di birre in bottiglia (che non è reato), su birre in loco (ales provate in un pub vero, con spine vere), o sia solo un giochino del momento per fare il figo. E poi tornare a casa da “mammabirrabelga”

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