Zeffiro Ciuffoletti racconta il vino al tempo dei Medici: scalchi e coppieri

Zeffiro Ciuffoletti racconta il vino al tempo dei Medici: scalchi e coppieri

di Andrea Gori

E’ tempo di Medici: la storica famiglia di banchieri fiorentini che furoreggia in TV con una fiction dal grandissimo successo (se l’avete persa la potete recuperare su PrimeVideo), ha dato alla Chiesa ben tre pontefici dagli alterni destini ma tutti accumunati dal fatto di aver vissuto anni importanti per il vino e la storia d’Italia. Durante una serata dedicata al Chianti Classico Clemente VII di Castelli del Grevepesa, la cantina sociale più grande di questa DOCG, Zeffiro Ciuffoletti (storico, membro dell’Accademia dei Georgofili e di altre istituzioni scientifiche), ha tenuto alcune lezioni sui papi e sul vino ai tempi di Leone X, al secolo Giovanni de’ Medici, pontefice dal 1513 al 1521, Clemente VII, al secolo Giulio de’ Medici pontefice dal 1523 al 1534 e Leone XI, al secolo Alessandro de’ Medici, pontefice dal 1605 fino alla morte avvenuta nel corso dello stesso anno, dopo pochissimi giorni di seduta sul seggio di Pietro.

Le riportiamo qui, in testo e video.

“Non vi parlerò per niente del Chianti Classico , no, no perché questa serata è dedicata al nome di un vino che è profetico, il nome di questo vino nato nel 1991 è Clemente VII.  

É un vino prodotto dalla cantina di Castelli del Grevepesa, ed è un vino prestigioso, un vino che si situa nella gamma alta della produzione della qualità dei vini italiani pur essendo prodotto da una cooperativa. Quando nacque, infatti, è qui come disse il frate che durante la settimana santa parlava del miracolo dei pani e dei pesci, il miracolo non stava nell’ aver moltiplicato i pani e pesci, ma nel fatto che lo mangiarono tutto allora un fedele si alzò e disse:” ma ‘un  creponno! è qui il miracolo” gli disse, ed è qui il miracolo, aver individuato e fatto un vino a un papa dei Medici. Papa che è poi il secondo della famiglia dei Medici e stasera scoprirete che i papi dei medici non sono due ma sono tre. Comunque questo papa, che è Clemente VII, era raffigurato in un ritratto alla pieve che è vicino proprio alla cantina. In questa pieve il curato in un luogo buio in una stanza buia riceve il cavaliere Gualtiero Alessandro Nunzi, fondatore della Grevepesa, che era andato per vedere  di fare un investimento di miglioria, restaurare un po’ questa pieve prestigiosa, bellissima, ma all’epoca abbandonata a se stessa.

Nella penombra scorgono un quadro e questo quadro era il ritratto di Clemente VII, la genialità del Cav. Nunzi la sapete è proverbiale, conosceva il marketing perché veniva da una bellissima esperienza col caffè, era passato al vino per passione e quando le cose si fanno per passione c’è il pallino proprio e immagina di poter dedicare un vino, chiede tutti i permessi, fa le cose per bene e nascerà questo vino che è il Clemente VII.

Chiaramente questo è  il vino nel cuore del Chianti, un chianti fiorentino ed è un vino fortissimo che rappresenta una buona  qualità del Chianti più vicino a Firenze, perché pensate che sta fra il Greve e il Pesa in sostanza quindi nel cuore del Chianti Classico.

Vicino si produce il Tignanello che però è un vino (precedente al Clemente VII) che segna una tappa di fuori uscita dai vini a denominazione di origine controllata perché sostanzialmente si viene a situare su quelli che gli americani chiameranno i supertuscan. Lo fa Giacomo Tachis (che è uno dei  dei più grandi enologi che io ho conosciuto) e che ebbe questa intuizione: di fare proprio lì però in quella stessa zona, quindi vedi nel vino ci vuole la terra, i vitigni, l’esposizione e poi la genialità di chi lo fa, come in tutte le cose. La materia prima è la terra, non c’è verso, le condizioni ambientali sono un’aggiunta, il vitigno è fondamentale o i vitigni sono fondamentali però se poi non c’è la genialità come il cuoco al ristorante, ci fanno sentire delle cose perché lui mette al 50-50% che è il 50% la materia prima e 50% l’elaborazione, mette quel tocco che poi distingue definitivamente un cibo da un altro così come  un vino da un altro. Pensare che il vino non sia un prodotto culturale è un grossissimo errore proprio per questo, perché alla fine c’è la mano di qualcuno insieme a tanto lavoro, c’è la mano di qualcuno che gli sa dare un carattere. E quando un vino assume un carattere questo vino poi va, e infatti Clemente VII ha assunto questo carattere.

La relazione e il servizio del vino ai tempi dei papi tra “Scalchi” e “Coppieri”:

La relazione fra i papi e i vini, manco a dirlo, avevano i coppieri e avevano gli scalchi. Lo scalco era il capo della cucina, era suo compito disporre la tavola, guidare la cucina e, più che altro, porzionare le carni.

Lo Scalco era quello che tagliava all’italiana le carni per aria con un forchettone tridente e con un coltello affilato come fanno i giapponesi, mentre i francesi molto più rozzamente, ma efficacemente lo infilavano su un tagliere lo bloccavano il pezzo di carne lo tagliavano per così. Ora volete mettere il lusso di tagliarlo per aria?

I coppieri invece erano coloro che si occupavano di tutta la filiera del vino, quindi selezionavano i vini e li servivano a tavola e naturalmente si trattava di una funzione delicatissima perché due persone in genere sono accusate dell’avvelenamento dei papi o dei signori, il coppiere e il medico, o uno o l’altro. Papa Leone X muore lo stesso anno in cui scomunica Lutero. Io credo che fu Lutero con le maledizioni che gli mandò che lo fece secco, però ci fu un processo, furono arrestate 5 persone, fra queste 5 persone c’era il coppiere, ma questo coppiere era un coppiere più potente che innocente per cui fu assolto. Per cui la morte di Leone è catalogata come morte naturale… Aveva 46 anni, si dice che aveva fatto un sacco di stravizi, era un uomo, un papa a cui piaceva la vita, da giovane ne aveva fatte di tutti i colori, ma ne ha fatte anche a Roma e di cose grandiose perché se Roma in quel periodo diventa una grande città d’arte e di mecenatismo eccezionale lo deve a questi Medici che essendo banchieri di soldi se ne intendevano.

Si dice che fosse uno scialacquatore, lasciò molti debiti, spese molto del suo capitale e si dice anche che ricorse alle indulgenze per incrementare il patrimonio di Pietro, visto che aveva incominciato a costruire quel popò di roba che poi diventerà San Pietro, non so se mi spiego. Quindi i soldi servivano e i tedeschi non è che digerivano molto bene il fatto che le indulgenze drenassero tutti i capitali verso Roma e Lutero era incavolatissimo per questo, quindi la teologia e le dispute teologiche si mescolano sempre alle cose concrete e questa era una cosa concretissima.

Pensate che c’è una affinità fra le cose di sempre e le dispute teologiche. Lutero era un abilissimo predicatore, ma Leone X sceglie il miglior predicatore che aveva per mandarglielo contro. Questo si chiamava dottor Eck era un tedesco come lui e lo fronteggiava e lo ha fronteggiato per molto tempo e siccome il tema delicatissimo era il denaro voi lo sapete che il tema denaro è un tema ricorrente anche oggi. Questo Papa dice che è sterco del diavolo, però lo sterco del diavolo è cosa fondamentale per la Chiesa. Però non lo deve toccare e allora ha bisogno dei banchieri per toccarlo e chi sono i banchieri del messer lo Papa? Dalla fine del ‘200 in poi sono fiorentini, sono banchieri fiorentini sono i Peruzzi, sono i Bardi e poi saranno i Medici, “banchieri di messer lo Papa”. E un Papa famoso definirà i banchieri fiorentini il “quinto elemento dell’universo, senza di loro non ci sarebbe la vita”. Ha ragione perché loro trasformano la decima, che è la più grande tassa per continuità ed estensione mai al mondo creata, la decima riguarda tutto l’ecumene cristiano, manco gli arabi, i musulmani riuscirono a far una roba del genere perché i musulmani facevano pagare le tasse soltanto agli ebrei e ai cristianuzzi. 

Però avevano un problema, che non c’era continuità ed estensione, mentre nell’ecumene cristiano ovunque arrivava il cristianesimo c’era la decima. E quindi qualcuno doveva pur riscuoterla la decima, ma la riscuotono i banchieri. I primi sono i senesi, per esempio i Chigi; però i senesi, come voi sapete, non hanno nerbo e non hanno “palle”, non hanno la dimensione. No, dico “palle” perché lo stemma dei Medici sono le palle. Ma le palle cosa evocano? Una capacità, un raggio d’azione gigantesco, avevano 40-50 postazioni commerciali in tutto l’ecumene, dal Mediterraneo fino alla Francia, arrivavano fino ai punti della Germania prima che poi arrivassero i Fugger, i Medici e i banchieri fiorenti.

A metterglielo nel sedere furono soltanto gli inglesi, come vi ricordate con i prestiti famosi che a metà del 300 portarono al fallimento dei Bardi, dei Peruzzi e davanti al quale tutti dissero Firenze è fottuta. E invece Firenze ha sette vite, rinasce sempre, rinasce sempre…

E quindi, quando morì Leone X, fu fatto il processo a questo coppiere e altri 4 che avevano partecipato. Ma questo non era il primo attentato alla morte di lui, 4 anni prima fu fatto un complotto per far fuori il Papa dei Medici, perché il Papa dei Medici, Leone X, aveva fatto un’operazione gigantesca per diventare Papa. Quale operazione? La rottamazione come Renzi! Scoprì che i cardinali vecchi aspiravano tutti a diventare Papi e se la facevano l’uno con l’altro.

Quando scoprì questo fatto coalizzò quelli più giovani con 30 voti si fece eleggere Papa, perché quegli altri aspiravano tutti a diventare Papa quindi avevano fatto le loro congreghe si votavano l’uno con l’altro e non usciva a venire fuori col Papa. Lui coalizza quelli più giovani e si fa eleggere Papa poi, per ricompensarli.

Vi dico la perla finale: lui era diventato cardinale che manco lo sapeva. Suo babbo, Lorenzo il Magnifico, l’aveva ha fatto diventare cardinale a un’età inferiore a quella imprevista, a 16 anni. Lui a 13 era già cardinale, ma siccome non sapevano quanti anni aveva poiché la registrazione era avvenuta male, questo è cardinale fin da bambino! Vi dico questa per chiudere questa seconda pillola perché è molto interessante: è stato preso come un Papa, un grosso Papa, grossissimo Papa, incapperà nello scisma protestante e purtroppo è il destino di tutti e due i Medici, degli scismi, ma è stato grande per il semplice fatto che, diciamo, ha risolto un problema grossissimo quello dell’interesse sul denaro, cioè il denaro non è lo sterco. Essendo figlio di un banchiere, di una famiglia di banchieri, come poteva pensare che il denaro fosse sterco? Però lo maneggiavano gli ebrei e l’interesse e l’usura degli Ebrei era molto alto, ma a maneggiarlo erano anche i francescani signori perché sì, i più grandi maneggiatori di denaro erano i miti e poveri francescani perché avevano creato i monti di Pietà che si erano diffusi in tutta l’Italia centrale e in Toscana, in modo particolare. Che cosa facevano i monti di Pietà? Niente, sono gli incipit della banca: chi è in difficoltà porta un gioiello, una cosa e gli viene dato della moneta spendibile. Ma qual era l’inconveniente? Che se non c’era un frutto, un usufrutto, quei monti di Pietà si inaridivano e si spegnevano.

Sicché si incominciò a discutere se era lecito introdurre un tasso equo del 3 o del 5%. Tutta la discussione teologica sul 3 o 5%  fu risolta da Leone che disse: “Ci vuole un giusto interesse. Non può essere quello degli ebrei, non può essere niente, deve essere un giusto interesse “ .

Naturalmente la faccenda del denaro era così complessa nel mondo cristiano come sapete che fu la causa della ribellione dei tedeschi e della ribellione di Lutero che, appunto, contro l’indulgenza si scagliava perché il Paradiso non si può conquistare col denaro. E la cosa come voi sapete non ha senso, no? Ma allora come si conquista il paradiso? È sotto il segno di Dio. È un mistero. E allora come si fa a sapere se siamo nella retta via? Se hai successo nella vita, dirà Lutero, se funziona bene, diranno i Calvinisti, e tu fai i soldi perché sei banchiere, quello è il segno che Dio è con te.

 

Andrea Gori

Quarta generazione della famiglia Gori – ristoratori in Firenze dal 1901 – è il primo a occuparsi seriamente di vino. Biologo, ricercatore e genetista, inizia gli studi da sommelier nel 2004. Gli serviranno 4 anni per diventare vice campione europeo. In pubblico nega, ma crede nella supremazia della Toscana sulle altre regioni del vino, pur avendo un debole per Borgogna e Champagne. Per tutti è “il sommelier informatico”.

1 Commento

avatar

Alvaro pavan

circa 7 mesi fa - Link

Il vino è soprattutto un prodotto culturale: e per questo arrivo a pensarlo come un vero e proprio stato della mente.

Rispondi

Commenta

Rispondi a Alvaro pavan or Cancella Risposta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.