Vino rosso e fulmini d’agosto

Vino rosso e fulmini d’agosto

di Emanuele Giannone

Questi anni sono veloci e ubiquitari. Accelerazione e perdita della distanza sono il marchio della nostra epoca. Il tempo che occorre per approssimarsi a qualcosa è vissuto come perduto (cit.), la lontananza come un ostacolo da rimuovere.

Bevo e scrivo perché bere e scrivere rallentano fino al fermoimmagine.

Oggi è estate come e dove lo fu già nel 1980. Allora la playlist era un oggetto materiale, finito e ingombrante, conteso a colpi di cento lire da bagnanti puberi e impuberi. Noi si andava a estivare in un attico minuscolo dalla terrazza enorme, alla sera si usciva a riveder le stelle e le feste in spiaggia ai bagni là sotto, che esistono ancora oggi ma fanno solo pasito bailante e tanta bella animazione. Quell’io non esiste più che nel fermoimmagine. Ho barattato le sere più auguste con cubature meno anguste arretrando un poco verso l’interno, da un lungomare intitolato – oh! – alle Sirene a un viale intitolato – ahi! – all’albero di pesco, su per il rettifilo canonico dei più proletari lidi, quello che dal mare fila retto allo scalo.

Una sera d’estate del 1980 il nipote dell’organetto di Barberia smise di gracchiare tormentoni e liquefece lo scirocco in un fiume di corde e casse in piena, tutto quello che ne uscì finì dritto dove si fissa quel che eccede ogni tempo e spiegazione. Quella sera d’estate fu Master Blaster, Another One Bites the Dust e via fino a Tunnel of Love che fu un colpo di fulmine. Da allora, da quell’io ragazzino incollato al parapetto, bocca e orecchie spalancate nell’incanto dei grandi, delle loro luci e musiche nella sera di festa, ho amato quel brano. Gli altri di quel gruppo si sono smorzati in altri e più placidi fiumi. Almeno fino all’altro ieri.

Una sera d’estate del 2019 accade quasi per caso di aprire una parentesi romana nel solito estivare litoraneo per vedere un amico, cenare, riporre fiducia negli orari del trasporto pubblico per le coincidenze attraverso tre Municipi, fiducia ovviamente malriposta, quindi camminare, camminare con ritrovata fiducia perché nella requie della sera estiva la Città sembra quella Eterna, sembra silenziare l’oggi e il suo sottofondo di miasmi e velleità, fallimenti e intrighi, il requiem aeternam che irraggia questi agonici anni di Roma.

Una piazza vuota, un taxi. Parte la corsa dell’estate. Riepilogo per fermoimmagine delle puntate precedenti: 1980… 1981… 1982… L’aria ha come una suggestione ma la avverto appena, in realtà non è nell’aria ma nella radio e quando vi pongo l’attenzione è un colpo. Quello. Il colpo di fulmine.

Bevo e scrivo come tanti. C’è chi cerca facilità di comunicazione e immediatezza del rapporto con la lingua parlata (aggiornamento: twittata). C’è chi sente la necessità di uno spazio proprio e straniato (cit.). C’è chi le alterna. Chi sa perché scegliamo un vino per tema o compagno? Perché scriviamo di lui, o insieme a lui?

Io lo so. Non so spiegarlo. Ma lo so.

Carema 2007 Cantina Produttori “Nebbiolo di Carema”
È noto come gli sforzi poetici nel cercare la rima tra “pinot nero” e “nebbiolo” producano buffe nebbioline di densità variabile tra il ridicolo e il disastroso. Poi, però, arrivano quei vini che… No, non puoi dirlo; e allora, semmai, provi la via, solo apparentemente più pervia, delle corrispondenze. No, non farlo, neanche questo. E allora, pace. Aereo, ampio e unitario per ricchezza e fusione dei richiami all’olfatto: lavanda, china, ardesia, ribes, ruggine, felce, arancia amara. Esordio in leggerezza al gusto, compattezza cristallina nello sviluppo e grande definizione aromatica. Eminentemente sapido, espressivo ma tout droit e di precisione essenziale. Finale lungo, fresco, morbido e traente. Essenziale riprovarlo.

Rosso di Montalcino 2010 Mastrojanni
Naso fine e giovanile di rosa, anguria e lampone freschi stagliati su uno sfondo composito con menta, alloro, muschio, cuoio e camino. Più che i richiami, è il ricamo fitto e delicatissimo che intriga. Una bocca di pulizia esemplare ed energia diffusa, dosata, dal tocco vivace e di grande persistenza. Spigliato in progressione e coinvolgente, nitido nei ricordi di frutta ed erbe fini, con un bellissimo finale arricchito dai toni più scuri del caffè e della liquirizia. Non sente gli anni, né guarda da semplice gregario al coevo e splendido successore.

Brunello di Montalcino 2010 Poggio di Sotto
La sovversione dell’ordine, compresa la sua declinazione nella convenzionale, trita tiritera della splendida annata: perché questo è Ding an sich, un discorso a sé, poco importa quanto magna o parva l’annata. Non che questo vino abbia il disordine per scopo o tratto distintivo, tutt’altro. Tuttavia, se ordine indica regola e conformità, qui siamo proprio agli antipodi. C’era una volta un’opera impossibile da leggere a meno di accettare il gioco del lector in fabula, partecipante e interprete, dall’autore coinvolto nel gioco a strattoni e allusioni.

Per quell’opera che dall’A.D. 1939 lascia noi, seri o faceti lettori odierni di cose fighe e post-qualcosa, basiti per manifesta inferiorità, l’ordine e il caos significano nulla, perché lei si scrolla di dosso la polvere delle definizioni e, sopra chaos e kosmos, vola dritta al chaosmos. Se state al gioco, nella vicenda di un vino che potreste chiamare Brunello oppure, che so, Earwicker, scoprirete anche più di quello che il suo autore intendeva infondervi. E mai significati e corrispondenze ripetuti. A me a un certo momento diceva arancia sanguinella, pepe rosa e tabacco a piene mani insieme a origano, radici, metallo fuso, cumino, paprika e amarena, tutto in grandioso assieme. Ma era quel momento e dopo chissà dove sarebbe andato a parare.

Gustarlo è stato facilissimo, spiegarlo sarebbe un lavoro per migliori traduttori, migliori fabbri. Come spiegare perché un vino è proteiforme, epifanico, suggestivo, polisemico? Come si traduce Anna Livia Plurabelle? L’autore, che ci aveva fatto dannare e divertire coi correlativi oggettivi, si aspetterebbe qui un passaggio al livello superiore. Pensate che affidò la traduzione nientemeno che a Samuel Beckett e poi la fece rivedere da scrittori di quattro nazioni diverse. Beckett, ho detto: e chi c***o sono io mai per provarci? No. Sto zitto, mi siedo e bevo, bofonchio un po’, bevo e sto zitto di nuovo.

Buona estate.

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

1 Commento

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Ale

circa 2 mesi fa - Link

Sinceramente ho capito ben poco.

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