Vino poliglotta e poliglotti del vino agli esami di Pollenzo

Vino poliglotta e poliglotti del vino agli esami di Pollenzo

di Emanuele Giannone

Enoglossia: vino poliglotta, poliglotti del vino.

Io non so dire con certezza come si parli il vino. Tutt’al più ho un’idea: composita, caleidoscopica e ben confusa, indotta da calici e calchi in gran copia, i secondi generosamente offerti da osti d’eccezione e andatimi decisamente alla testa; e i primi scelti per lo più di testa (e di tasca) mia. Un oste d’eccezione fu Soldati, un altro Poupon (1), altri ancora, citando nomi alla rinfusa, Hans-Georg, Remington, Umberto, Thomas, Roman, Jurij e il fratello di un pianista dal braccio solo. L’ultimo in ordine cronologico a mescere calchi e calici è Nicola Perullo (2).

Da quattro anni la mia idea di come si parli il vino si compendia in un seminario (3) nel quale illustro come farsi idee composite, caleidoscopiche e ben confuse e su come le si possa rendere in segni, segnali, simboli, sistemi eccetera; per farla semplice, in un linguaggio. Anzi: in più d’uno. Da quattro anni gli studenti ascoltano, intervengono, bevono, scrivono, vestono all’occorrenza i panni di una dramatis, anzi, grammatis persona a scelta – l’analista sensoriale, il copywriter, l’influencer, il critico etc. – e soprattutto vengono invitati a disegnarsi i propri. Nell’edizione di quest’anno hanno saputo vestire anche i panni di quella che un poeta (4) definì “an art practised with the terribly plastic material of human language”. I risultati meritano d’essere condivisi. Per chi sarà interessato, temi e tecniche verranno dopo e non sono comunque dirimenti per capire i linguaggi; perché, come dicevano a Francoforte, “… se nessun’opera si lascia capire senza che sia capita la sua tecnica, quest’ultima si lascia capire altrettanto poco senza la comprensione dell’opera” (5).

Per l’esercizio n° 1:

  1.  1. Ghemme 2004 Collis Breclemae Antichi Vigneti di Cantalupo
  2.  2. Ghemme 2010 Collis Breclemae Antichi Vigneti di Cantalupo

Per l’esercizio n° 2:

  1.  3. Rosso di Montalcino 2013 Tenute Silvio Nardi
  2.  4. Brunello di Montalcino 2013 Tenute Silvio Nardi

Text papers from the workshop Polyglossia and the Dissemination of Words by the students of the Master in Wine Culture & Communication, Università degli Studi di Scienze Gastronomiche, Pollenzo.

Esercizio 1. Nel primo esercizio è stato proposto agli studenti di trattare almeno uno dei due vini didattici secondo inclinazione e stile propri, oppure interpretando quelli di una figura diversa (ad es. influencer, copywriter, giornalista, scrittore, utente di social media etc.); è seguita la discussione su quali funzioni linguistiche fossero attivate nella loro comunicazione e quale ne fosse il ricevente. Stante la composizione del gruppo per lingua madre, si è lasciata libertà di scrivere in inglese, italiano e tedesco con richiesta di tradurre a beneficio altrui in caso di scelta della seconda o della terza delle lingue citate.

  1.  a) Stefanie Zuccarello

Wine 1 (as wine journalist):

Den heutigen Wein, den ich Ihnen vorstellen möchte, ist ein sehr spannender Rotwein aus dem Norden Piemonts, welcher sich mit einer klaren mittleren rubinroten Farbe präsentiert. An der Nase bringt er Duftnoten von getrockneten Blumen und roten reifen Früchten wie Kirsche und roter Pflaume mit sich, aber auch Gewürze wie Vanille und Pfeffer machen sich bemerkbar. Am Gaumen begrüßen uns presente aber dennoch milde Tannine sowie eine leichte Säure. Ein mittlerer bis langer Abgang mit einer komplexen Struktur erfreut uns am Ende dieser Reise.

Wine 2 (as me):

A businessman, classy, somewhat arrogant, bossy, an executor, chic, with determination, reliable, superficial but still some kind of approachable for everyone. A bit of everything and nothing. But once alone in solitude, away from everyone, he reveals himself somehow simple in his being and actually only looking for some freedom.

  1.  b) Lukas Rütti

Wine 1:

This wine is like a warm hug from your grandma. Soft and velvety in your mouth it invites another sip. The bouquet is lovely and it is hard to get your nose away from it.

Wine 2 (advertisement):

This year is sooooo weird. With this new lockdown it is very hard to get your Christmas shopping done and then you cannot even see your family! At least I have already found what I am going to open on Christmas Eve. This Cantalupo Ghemme is amazing! There is quite some evolution with this forest floor and mushroom nose. But the fruit is still there. The herbal and floral character underline its elegance. Go get your bottle(s) and enjoy it with a good brasato al Barolo! #woulddrinkagain

  1.  c) Francesca Motta

Wines 1 & 2:

Hi Guys!

So, today we are in Piedmont, tasting this two very great Ghemme DOCG, vintage 2010 and 2004, from Antichi Vigneti Cantalupo. With a beautiful ruby red colour, the 2010 Ghemme appears as dynamic, smooth, seductive, charming and decisive, expressing the unique characteristics of this territory. Aromas range from fruity and floral to spicy and mineral, while at the palate it results well structured, with good acidity and with a bitter final.

With regard to the 2004 Ghemme, that was wonderful! A bright garnet red, with strong scents of liquorice, red fruits in alcohol and violet, less intrusive tannins than the previous one, persistent sapidity and high acidity.

We are talking about high-quality wines, with a good balance of complexity and power and with a good value for money. What else can I say? These warming glasses of wine were perfect in this cold and snowy day.

AIM: promote the wines (dominant).

AUDIENCE: my followers, who are supposed to be wine lover because my page talks about wine.

  1.  d) Carola Pregliasco

Wines 1 & 2:

Antichi vigneti di Cantalupo, 2010 e 2004.

Nella famiglia dei vigneti piemontesi, il Ghemme è forse il cugino un po’ meno considerato, quello che alle cene di famiglia si siede abbastanza lontano dai capitavola Nebbiolo e Dolcetto, ma non vuol dire che sia meno interessante. Di fronte a me ho due espressioni del suo carattere antico che, tuttavia, non fatica a trovare un posto nel presente.

L’antichi vigneti di Cantalupo del 2010 ha il profumo delle feste, della convivialità, di dolcetti appena sfornati al cioccolato, spezie dolci e more. Sprigiona piacevoli sensazioni di calore, come una pacca sulla spalla al termine di una giornata grigia.

Saranno le mie origini piemontesi a parlare, ma ogni sorso è un “ne” che riecheggia.

Nel secondo calice trovo l’antichi vigneti di Cantalupo del 2004. Una vitalità sorprendente!

Ritrovo, se pur evoluti, gli aromi del 2010 che già mi avevano conquistata. In questo calice c’è la forza e l’entusiasmo di un bambino che, di andare a dormire, proprio non vuole saperne.

Nota dell’autrice:

“Scrivo per chi si è da poco appassionato al mondo del vino.

Ho iniziato da poco a muovere i miei primi passi in questo contesto e forse, proprio per le barriere (in primis linguistiche) che naturalmente si ergono tra i wine saviours e i beginners, una recensione un po’ ingenua o comunque senza troppi tecnicismi può essere in grado di instillare una buona dose di curiosità.”

Esercizio 2. Il secondo esercizio ha seguito la traccia eliotiana delle tre voci della poesia. Si è quindi svolto in forma di lirica:

“Delle tre voci della poesia, la prima è quella del poeta che parla a se stesso o a nessuno, esprimendo direttamente i propri pensieri. Il suo primo obbligo è raggiungere la chiarezza assoluta per se stesso, spesso attraverso lo sforzo più doloroso e a costo di essere definito consapevolmente inintelligibile. La seconda voce è quella del poeta che si rivolge a un pubblico, piccolo o grande che sia, offrendo un messaggio, come nella poesia destinata a istruire o persuadere, o nella poesia scritta per divertire. La terza voce è quella del poeta quando crea un personaggio che parla in versi, come in un dramma poetico”. In calce a ciascun componimento in versi ho aggiunto in corsivo una nota personale.

  1.  a) Stefanie Zuccarello

Wine 3:

You try to hide, I’ll try to catch you.

I am close but still not close enough.

I got you – no, you escaped.

I try again – there I got you.

Flowers in my hand, purity, elegance, charming without a doubt but still lively and playful and still not sure to stay.

But you adapt, you evolve, you change

and you finally stay for a long time

by my side.

Esterno giorno campo medio. Rebecca Aronson incontra Hans Magnus Enzensberger, parlano e prendono appunti, una studentessa li trafuga per pubblicarli poco dopo a suo nome. Anni dopo, diverrà famosa con quelli scritti di suo pugno. 

  1.  b) Lukas Rütti

Wine 3:

Not yet, give it some time

A couple of full moons and I will be fine

Still a bit shy but playful I am

Swirl me around and give me some air

My secrets lie buried deep

Help them escape – put them on their feet

Still teasing you, it’s fun for me

Is it not time for some glee?

Will I fulfil my potential ever?

Not in this one – but whatever.

Qui è facile immaginare un miniatore di parole e note scrivere l’arrangiamento per un testo, lo si immagina sulle tracce di Richard Hawley o Father John Misty (Bob è già troppo agé, Mark più instradato verso i superalcolici). Ho dimenticato di chiedere a Lukas quale strumento preferisca suonare. Premio speciale della critica musicale al Not in this one – but whatever, finale a sorpresa.

  1.  c) Francesca Motta

Wine 4:

Mentre, sulle strade di Pollenzo, cade fitta la neve,

Prendo in mano il mio bicchiere

e lo faccio roteare in modo lieve.

Dal bel colore rosso rubino,

Questo Rosso di Montalcino

pare essere un buon vino.

Dal fruttato al floreale, dal minerale allo speziato,

Possiamo dire che il bouquet è approvato.

Consistente, morbido, dinamico e vellutato,

Al suo gusto, ormai, mi sono abituato.

L’aria che brulica di bianco prefigura nevicate di pascoliana e carducciana memoria, quand’ecco irrompere gli imbucati: Francesco Redi e un pugno di amici accademici mandano in vacca – per fortuna – la festa mesta. Nel finale, circa all’una e trentatré, Fred Buscaglione esce dal solito caffè e dalla Toscana riporta tutto e tutti al suo Piemonte.  

  1.  d) Carola Pregliasco

Wine 3:

Austerity is my second name

but guessing who I am is not the game

directly from the gentle hills of Tuscany I come

ready to show what or (why not?) who I can become.

You can think of me as a person

and that would always be my favourite version.

My beloved friends are spices and wood

but, I have to say, that berries and red fruits are the ones I like more than I should.

Ogni metafora, appena scritta, si dissolve come una bolla di sapone. Ma che importa? Mentre parlo di cielo, la mia stessa pagina diventa una cala di nuvole con mongolfiere. No, questo non l’ho scritto io ma Angelo Maria Ripellino (6) e penso che funzioni meglio di ogni possibile commento.

Temi e tecniche

La poliglossia è nel vino. La varietà di linguaggi corrisponde alla sua varietà articolata in più classi, ad es. la variabilità legata ai mutevoli andamenti climatici; l’identità che alla prima associa l’ancoraggio a un terroir e alle sue prerogative e si oppone all’identicità, che è stabilità predeterminata e riprodotta; la connotazione, cioè présence évidente e irréductible étrangeté (J.C. Pirotte) aperta al giudizio estetico e alla descrizione; le variazioni nell’espressione organolettica e nelle percezioni sensoriali; le variazioni lessicali, semantiche e stilistiche nel discorso e nella descrizione; il framework – meglio: il meshwork – o contesto relazionale determinato da ambiente, cultura, condizioni fisiche e psichiche etc.); i modelli produttivi e di consumo; la varietà ermeneutica e stilistica legata alla diversità di obiettivi dei diversi interpreti (ad es. docenti, giornalisti, critici, analisti sensoriali, sommelier, produttori, enologi, addetti media e PR, utenti dei social media etc.).

La lingua è un sistema di segni convenzionali – scritti, orali, gestuali etc. – per mezzo dei quali i membri di un gruppo sociale afferenti a una cultura di riferimento si esprimono e cooperano. Tra le regole di funzionamento del sistema linguistico, la pragmatica studia il rapporto tra i segni e i loro utenti, cioè l’uso dei primi da parte dei secondi e il contesto (spazio-temporale, sociale, culturale, intenzioni, convinzioni etc.) in cui esso ha luogo. L’uso è produzione di significato in coordinate spazio-temporali determinate, da parte di un individuo determinato nelle sue funzioni sociali, per destinatari determinati, durante attività determinate e in uno scenario sociale determinato. Ancora, l’uso riflette il contesto cognitivo dell’utente: che cosa sa “del mondo” e della situazione particolare, quali sono in questa i suoi obiettivi, i suoi assunti, che cosa intende condividervi. L’uso, in sintesi, dipende dal contesto relazionale e cognitivo.

Il vino multi-vario ammette lingue veicolari e formali, da usarsi per la comunicazione e le attività didattiche tra individui senza esserne lingua madre; ma la sua varietà è più efficacemente resa nella relazione e nella lingua madre, più esattamente nella sua accezione identitaria di lingua identificata da ciascuno quale propria; oppure negli idioletti, nella poliglossia, nella lingua naturale, cioè quella storicamente determinata e usata nella comunicazione tra individui che vogliono condividerla, caratterizzata da varietà espressiva e chiarezza come anche da sfumature e ambiguità.

Nel significato attribuitole da U. Eco, l’ambiguità è contravvenzione alle convenzioni. Le forme d’espressione convenzionali trasmettono significati convenzionali; significati convenzionali sono parti di una visione del mondo convenzionale. Nella loro naturale ambiguità, che resiste alle pretese di una lingua veritativa, univoca e obiettiva, “…Capire i linguaggi umani, imperfetti e capaci nello stesso tempo di realizzare quella suprema imperfezione che chiamiamo poesia, rappresenta l’unica conclusione di ogni ricerca della perfezione.”

La poesia sul vino conta migliaia di opere più o meno celebri. Qui non rileva citarle o approfondirne i requisiti, bensì evidenziarne l’ovvietà: è ovvio che qualsiasi argomento possa essere svolto in un discorso poetico, come può esserlo in altre modalità enunciative, in un discorso scientifico, o comune etc. Le molteplici testimonianze di quest’ovvietà, cioè della realtà dei linguaggi poetici del vino e del loro uso, spaziano nell’arco di tre millenni, coesistendo in tempi più recenti alle tendenze uniformanti delle lingue veicolari e formali dell’analisi sensoriale, della comunicazione, del web e social marketing. Posta – e felicemente postulata dal R. L. Stevenson del wine is bottled poetry – tale ovvietà, è in particolare la poesia moderna a fornirle argomenti naturali e attuali: il discorso/linguaggio poetico del vino è innovativo perché rispetto ad altri rescinde definitivamente il legame, classico e convenzionale, tra la parola e l’oggetto che denota: quello che chiamiamo vino non è l’oggetto, ne è la nostra rappresentazione. Ceci n’est pas une pipe. Tale rescissione è più netta in poesia che in altre forme di espressione, nelle quali la comunicazione assolve ai suoi obiettivi più pratici e immediati e la semplificazione – l’intrinseca insufficienza della rappresentazione nel descrivere la realtà – più necessaria. Seguendo R. Magritte, appena citato, le percezioni sensoriali e le parole collidono o cooperano; non coincidono mai. La poesia moderna, più nettamente di quella classica, rinuncia a comunicare messaggi univoci; è, nel senso sopra espresso, ambigua. Ed è moderna anche per l’uso di stili, linguaggi e poetiche anti-lirici oltre a quelli lirici.

La poesia secondo R. Frost è what gets lost in translation: “When in doubt, translate; whatever comes through is prose, the remainder is poetry.” Il secondo esercizio è stato svolto in forma di poesia nell’intento di conservare quanto più possibile dei significati e della varietà di linguaggi; la traccia è venuta da T.S. Eliot in due capisaldi della sua poetica: oltre già citata metafora delle tre voci della poesia, il correlativo oggettivo: “… L’unico modo per esprimere un’emozione in forma d’arte consiste nel trovare un correlativo oggettivo; in altre parole, una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi che costituiranno la formula di quella particolare emozione, cosicché, quando siano dati i fatti esterni, che devono concludersi in un’esperienza sensibile, l’emozione ne risulti immediatamente evocata.”

What gets lost in translation.

“L’ambiguità delle nostre lingue, la naturale imperfezione dei nostri idiomi, non rappresentano il morbo postbabelico dal quale l’umanità deve guarire, bensì la sola opportunità che Dio aveva dato ad Adamo, l’animale parlante. Capire i linguaggi umani, imperfetti e capaci nello stesso tempo di realizzare quella suprema imperfezione che chiamiamo poesia, rappresenta l’unica conclusione di ogni ricerca della perfezione” (U. Eco).

“…Language is well equipped for its principal task of delivering information and conveying sentiment. Rolling refinement and the addition of new words and expressions keep it alive and flexible to its purpose. The metaphor “living language” is apt – language must evolve to reflect the prevailing circumstances. However, change is only positive to the extent that it enhances the power of expression. Many recent trends have been changes in style and usage rather than in productive evolution, more designed to accommodate the requirements of instant communication than for expressive versatility” (Remington Norman).

Note

  1.  (1) Vino al Vino è un thesaurus interdisciplinare, redatto in un linguaggio elevato ma accessibile. Tra gli innumerevoli “calchi” cito questo: “Tra i due estremi, il manufatto calcolabile e programmabile sia nei modi e nei tempi della lavorazione sia nella qualità del risultato finale, e l’opera d’arte, imprevedibile e misteriosa, il vino assomiglia, in ogni caso, più a questa che a quello. […] Il profumo, il sapore, l’incanto ultimo e individuale di un buon bicchiere di vino si identifica, in definitiva, con un quid che sfugge a qualsiasi analisi scientifica: allo stesso modo, appunto, che nessuna dimostrazione filologica potrà mai tradurre in formule o in ragionamenti la bellezza di un Tiziano o di un Leonardo; né la bellezza o la bontà di una persona umana.” Per simili ragioni sono debitore a Pierre Poupon: “In fatto di gusto, è impossibile pervenire a una precisione definitiva. Il degustatore che analizza un vino procede per approssimazione e si serve di un vocabolario singolarmente estraneo all’oggetto d’analisi. Di queste approssimazioni, a volte brillanti e figurate come un’improvvisazione poetica, il profano non conserva che il ricordo di una prova di destrezza verbale attorno a un bicchiere. Ma si tratta, in effetti, di un accerchiamento progressivo e sincero, volto ad avvicinare e cogliere l’inafferrabile verità.
  2.  (2) Nicola Perullo, essendo lui, beninteso, tutt’altro che cinico, è in allegoria un Diogene moderno dotato di più botti, non una sola, e soprattutto di tanti cartelli con la dicitura stiamo lavorando per voi. Tra i tanti motivi di riconoscenza per i suoi cantieri, aperti e chiusi, cito uno dei primi: “… mi soffermerò sulla relazione col vino come una via di accesso possibile e certamente non unica né privilegiata, una via per lasciare tracce di memoria e futuro, tracciandosi lungo i sentieri dell’esistenza. In definitiva, scriverò di cosa posso fare col vino quando lo incontro. […] Nella relazione, infatti, non vi è alcuna neutralità: noi conosciamo qualcosa del mondo, qualcosa di altro da noi con ciò stesso implicandoci. […] Per descrivere ciò che si osserva bisogna partecipare… “.
  3.  (3) Per il Master in Wine Culture and Communication dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche in Pollenzo, quest’anno per il corso Epistenology: Knowing the Self with Wine. Poco valore avrebbe il giudizio personale, legato alla breve parentesi di un seminario nell’ambito di un corso lungo e articolato; maggiore quello del dato fornito dall’Università sulla condizione occupazionale degli ex-alunni: a 12 mesi dalla conclusione dei corsi il 78,12% degli intervistati risulta impegnato in attività lavorative o di stage retribuiti. Per il Master in Wine Culture and Communication la percentuale sale all’82,4% (Fonte: sito istituzionale dell’UNISG. Per il rapporto completo vd. https://career.unisg.it/wp-content/uploads/2020/02/Report-2020-Condizione-occupazionale-laureati-2018-Tutti-i-corsi.pdf )
  4.  (4) Carl Sandburg.
  5.  (5) La frase è di Theodor W. Adorno.
  6.  (6) Nella raccolta intitolata Sinfonietta.

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

21 Commenti

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marcow

circa 1 settimana fa - Link

Leggendo qualche intervista o articolo di alcuni laureati dell' università di Pollenzo, ho avuto l'impressione che abbiano ricevuto una formazione che ha una precisa visione culturale e ideologica. Limitandomi ad alcuni particolari sbocchi professionali mi auguro che qualcuno di loro riesca a diventare un vero critico eno-gastronomico di cui si sente la mancanza in Italia. È più probabile, questa è la mia impressione, che vadano a gonfiare le fila dei comunicatori, di vario tipo, che affollano il panorama dei media italiani. __ “Solitamente i critici da noi parlano poco del libro o spettacolo o dipinto che dovrebbero recensire. Più che altro parlano di sé.” (Luciano Bianciardi) Non soltanto i CRITICI, ancora oggi, parlano di sé, come diceva Bianciardi, ma non parlano per i lettori, non sono al loro servizio. Servono altri soggetti.

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Emanuele

circa 1 settimana fa - Link

Grazie per il commento. Mi approprierò di un passaggio per una citazione: per "visione culturale e ideologica" personale, io non sono affatto convinto della ripartizione funzionale tra lettore e critico, né dell'imperativo categorico dello scrivere per il lettore. Penso, al contrario, che il miglior servizio per il lettore non coincida col pensare e scrivere con l'unico obiettivo di parlare per (come, secondo il gusto di, secondo la moda che segue etc.) il lettore. E qui, per illustrare una visione cui converge la mia e per far prima, arriva la seconda citazione: "Certo, è un problema gravissimo per uno scrittore quello dei limiti dell'accoglienza da parte del pubblico; ma almeno questi limiti li sceglie lui stesso, e se gli accade di accettare che siano stretti, è precisamente perché scrivere non è stabilire un rapporto facile con una media di tutti i lettori possibili, è impegnarsi in un rapporto difficile col nostro stesso linguaggio: lo scrittore ha obblighi maggiori verso una parola che è la sua verità, che verso il critico di La Nation Française o di Le Monde" (R.B.). Vi è poi la questione importantissima della formazione. Anche qui, pur senza mettere in discussione la necessità di didattica e formazione specifiche, sono orientato a credere (ideologicamente?) con Nicola Perullo che il problema - il vizio congenito - risieda altrove: "Criticare non è recensire né valutare ma ricercare e riflettere". E ancora: " ... non si può fare arte solo con l'arte, musica solo con la musica, cinema solo con il cinema, e aggiungerei: non si può fare filosofia solo con la filosofia, né cucina solo con la cucina. Allo stesso modo e, anzi, a maggior ragione non si può fare critica enogastronomica solo con la gastronomia, il che vuol dire: un critico dovrebbe formarsi su altro pur dovendo anche conoscere tutto di quello su cui prova a riflettere." A questo proposito rimando volentieri ai suoi "Il gusto non è un senso ma un compito" (in particolare ai Capp. 3 e 6) e "Del giudicar veloce e vacuo".

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Maurizio

circa 1 settimana fa - Link

Infatti non ce ne sono che fanno quello all'esterno di slow food. Purtroppo quelle descritte sopra sono tutte considerazioni fini a sé stesse. Sono 20 anni e passa che si parla di rivoluzionare il linguaggio del vino e il risultato qual'è? Che la critica era molto superiore 20 anni fa, da ogni punto di vista, linguaggio incluso. Certo i motivi principali sono ben altri, ma tutte queste discussioni alla materia hanno portato sicuramente 0 contributi spendili.

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Maurizio

circa 1 settimana fa - Link

Spendibili.

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Emanuele

circa 1 settimana fa - Link

Sono d'accordo ma solo in parte. Provo a spiegarmi: dal riferimento a 20 anni fa penso di inferire le figure alle quali ti riferisci e non posso che concordare. Il punto è che, come pochi hanno potuto (o voluto, se parti interessate) rilevare, la cosiddetta critica eno-gastronomica italiana, già sparuta nel novero dei suoi migliori rappresentanti, si è via via allineata alla modalità (di scrittura, di formato etc.) giornalistica e a quella promozionale. Critica, giornalismo e ufficio stampa sono tre cose profondamente diverse. A parere mio modesto e di altri che alla modestia possono con merito abdicare, il critico non ha nulla a che fare con un bulimico-cognitivo enogastronomico (la storiella che chi più magna&beve, più ne sa e ha diritto esclusivo a pronunciarsi), con un brillante estensore di schede, resoconti di visite, recensioni e punteggi, o per finire con un campione di storytelling e image building. Il critico viene da una formazione più articolata e non settoriale. Non sono invece d'accordo sulla pretesa di rivoluzionare il linguaggio del vino: l'esigenza è piuttosto quella di "aprirlo", e questo è nei fatti e in corso d'opera. Potrei citare, tra più e meno noti, moltissimi scrittori-scriventi capaci e irripetibili, tutti diversi e convincenti per l'uso del linguaggio; e che ognuno abbia il suo, non è affatto un problema (qualcuno scrisse che il linguaggio è "l'istituzionalizzazione della soggettività", per me va benissimo così), La presenza attuale di valentissimi écrivains-écrivants è a sua volta la ragione per cui sono in disaccordo con il tuo giudizio (estetico): il linguaggio dei critici di un tempo era migliore rispetto a cosa? A quello dei critici di oggi? Ma oggi non ci sono critici. O era migliore nel senso che di vino e cibo in qualsiasi contesto - giornalisti, pubblicisti, saggisti, teoreti, produttori - si scriveva meglio? Non ne sarei affatto sicuro.

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hakluyt

circa 1 settimana fa - Link

Non c'è come leggere, qui e in giro, per rendersi conto che Bianciardi ha avuto l'occhio lungo più di cinquant'anni fa...

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marcow

circa 1 settimana fa - Link

Sono contento che Emanuele G. abbia dato una così bella e articolata risposta al mio commento. Perché avevo paura che potesse essere frainteso: anche se, come i lettori assidui sanno, sono concetti che "ripeto" spesso su questo magnifico blog. Ho grande stima del prof. Perullo, che, voglio ricordarlo, nomino in molti dibattiti. E Perullo insegna a Pollenzo. Come anche altri docenti che hanno scritto anche su Intravino. Vorrei che fosse chiaro che la mia critica non coinvolge tutto e tutti. __ Mi sono piaciuti anche i due commenti di Maurizio e Hakluyt che seguo sempre con simpatia. Le parole di Hakluyt su Luciano Bianciardi spero che stimolino chi non lo conosce almeno a dare un'occhiata, sul web, a qualche buon articolo che descrive uno dei più grandi scrittori del miracolo economico italiano, poco conosciuto. __ Saluti a tutti.

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Invernomuto

circa 1 settimana fa - Link

Per citare lo zio Frank, e per cercare di farvi capire quanto sia tutto quanto scritto sopra un enorme esercizio di stile (oltre che un pelo masturbatorio) si potrebbe riassumere con un bel "Writing about wine is like dancing architecture". La cosa che più mi spaventa non è tanto il fatto che esista un corso di questo tipo, ma che la gente paghi fior di soldi per frequentarlo. E non voglio dire che non sia intellettualmente stimolante o di basso livello, anzi tutt'altro, visto che Pollenzo offre una qualità altissima in Italia. Il problema è alla radice. Cioè stiamo trasformando un settore un tempo divertente in una congrega di invasati, o di poeti-wannabe (cioè no vi prego, non c'è niente di più dannoso di trasformare discorsi sul vino in romanticismo e poesia). Visto che scrivo da quasi venti anni di musica, e quindi sono anche io parte del problema , noto la stessa dinamica avvenuta anni fa quando la critica musicale si è spostata su una scrittura pretenziosa e autocelebrativa. PS: Father John Misty è l'esempio cristallino dei tempi magri in cui viviamo, un cantautore medio che riviste del settore e webzine hanno pompato in maniera assurda rispetto ai meriti. Cioè ricordiamoci sempre che pochi anni fa c'era un certo Elliot Smith, e direi possa bastare. Scusate lo sfogo e l'off topic finale

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Emanuele

circa 1 settimana fa - Link

Che di sfogo si tratti, è evidente. In quanto tale, è ovviamente scusato e senza alcun bisogno di entrare nel merito.

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Maurizio

circa 1 settimana fa - Link

Condivido pienamente tanto lo sfogo quanto quello che lo precede.

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Emanuele

circa 1 settimana fa - Link

PS off topic. Adoro Elliot Smith ma non potrei eleggerlo a termine di paragone per un testo d'ispirazione "aprica" come quello riportato. Dopodiché, premesso che mi guardo bene dal giudicare corrivamente o sindacare i gusti personali, è appunto di gusti che parliamo. Secondo i miei, FJM è artista da tempi magri e pompato rispetto ai meriti solo per chi ascolta trascurando i testi. Non è tra i miei campioni, ma comunque sopra la media del medio cantautore.

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marcow

circa 1 settimana fa - Link

Tolte alcune frasi che non condivido, il commento di Invernomuto contiene degli spunti interessanti. Sulla POMPATURA MEDIATICA di... PRODOTTI (l'elenco è lungo) e PERSONAGGI (l'elenco è lungo) dovremmo discutere più spesso perché è uno dei mali che affligge l'epoca contemporanea. Formare delle menti ben fatte che sappiano riconoscere la --pompatura mediatica--dovrebbe essere uno degli obiettivi principali del percorso scolastico.

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Emanuele

circa 1 settimana fa - Link

Concordo. E a tale proposito richiamo nuovamente uno dei lavori di N. Perullo già citati, in particolare "Del giudicar veloce e vacuo".

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marcow

circa 1 settimana fa - Link

Detto con altre parole. A Pollenzo FORMANO 1 dei POMPATORI MEDIATICI... o degli 2 ESPERTI che smascherano i pompatori mediatici a favore dei consumatori, dei clienti, dei semplici cittadici non esperti ecc...?

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Maurizio

circa 1 settimana fa - Link

Non mi pare il tema di discussione sia l'eccellenza dell'ateneo, che è certo un vanto tutto italiano. Tutte le critiche mosse riguardavano esclusivamente il tema del post.

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Emanuele

circa 1 settimana fa - Link

Grazie Marcow, anche questo è un tema interessante. A titolo personale avrei una sola risposta e parziale da fornire: a parte la curiosa, possibile interscambiabilità dei ruoli 1 e 2 da te ipotizzati - chi meglio di un "pompatore" potrebbe fare debunking del "pompaggio"? - sono rimasto in contatto con alcuni dei diplomati delle edizioni precedenti e ho notizie riportate su altri. Posto, quindi, che il campione è alquanto ristretto e di bontà/estrazione affatto parziali, posso dire che gli sbocchi sono stati i più diversi e in nessun caso ascrivibili alla categoria dei pompaggi. Una risposta più affidabile potrebbe invero venirti dai dati sui settori d'occupazione dei diplomati. Sono pubblicati sul sito dell'UNISG e puoi accedervi anche attraverso il link alla mia nota 3.

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Vinogodi

circa 1 settimana fa - Link

...cosa avete contro i " pompatori"? ...

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Sisto

circa 1 settimana fa - Link

"Io non so dire con certezza come si parli il vino": così l'incipit. Quest'affermazione e il resto dell'articolo mi ha fatto venire in mente un fatterello, realmente avvenuto (2015 e 2016). Nell'ambito di una certa mia attività, chiedo ad un "critico di vino" (di quelli che frequentano scuole o congregazioni simili a quelle citate) di parlare di vino ai genitori di 2 gruppi di bambini dell'asilo del paese. Un'oretta circa (ivi compreso assaggio). Come è giusto che sia ho chiesto ai detti genitori di compilare 2 questionari di gradimento: uno sull'organizzazione, l'altro sul relatore. Risultato medio dei giudizi sul relatore: tra mediocre e scarso. I commenti erano "incomprensibile", "barboso", "non ci ho capito nulla", "parlava difficile", "ma io pensavo dovesse parlare di vino", e altri del genere. Ho inviata la relazione al dotto il quale mi ha risposto "mai più: era gente che beve Tavernello o al più il prosecco con la pizzetta". Ho risposto al sapiente erudito "eh certo: come il 90% circa della popolazione che beve vino: e quindi?" L'anno dopo ho deciso di farlo io (che non ho seguito queste "scuole"): a parte il giudizio medio (sufficiente/discreto, forse 1 o 2 "buono"), i commenti sono stati del tipo "ah, non sapevo che lo spumante non fosse fatto con l'acqua gassata..., mi è stato utile" e commenti simili. Morale: va tutto bene ma se uno scrive o parla di vino (comunica con altre persone) dovrebbe prima di tutto chiedersi da chi intenda farsi comprendere e perché.

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Emanuele

circa 1 settimana fa - Link

Il fatterello è gustosissimo, grazie Sisto. La morale mi trova d'accordo con alcuni distinguo: istituzioni, scuole e congregazioni servono tanto meno, quanto più assumono e propugnano UN metodo, UN lessico e UN'estetica. Servono invece molto, quando assicurano le competenze e le capacità necessarie a praticare più metodi, più lessici, più varietà espressive a seconda dei contesti. Un acclamato connoisseur e il suo linguaggio da acclamato connoisseur finiranno meritatamente per tediare a morte o innervosire un pubblico di non appassionati, risulteranno astrusi e snob (o magari affascinanti e ammirevoli) per uno di neofiti, saranno infine né più, né meno di quel che un pubblico di veri o presunti connoisseurs si aspetta. Da ciascun buon sacerdote, per ciascuna comunità, la giusta omelia. Detto questo, per riferire ora il mio fatterello, a Pollenzo non si insufflano fluff e thin air reboanti in teste cornee e vacue. Per la mia esperienza, anzi, le teste arrivano piene ed elastiche. Esigono, dialogano, discutono e deo gratias parlano e scrivono ognuna a modo proprio, ogni testa un idioletto, pronte a usare il linguaggio più proprio nel giusto contesto.

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Sisto

circa 6 giorni fa - Link

Sono contento di quel che lei dice, lo sento mio. Se le interessa, da quella volta, io mi offro sempre o mi costringo a parlare in pubblico di vino a gente che la bottiglia da 5 € è di quella dell'occasione di alto livello. Fa bene, fa volare bassi e, invero, fa ridere ancora di più quando si è dall'altra parte e si sente il fenomeno che parla (cioè recita) dei vini da 300 € in su...(sono stato ingeneroso: 8 volte su 10).

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