Vini naturali in Sardegna. Alla ricerca di parole comuni per definire cosa sia naturale

di Jacopo Cossater

L’occasione per tornare a parlare di vini naturali viene da una recente manifestazione che si è tenuta vicino Cagliari – Vini naturali in Sardegna – e da un convegno che ha cercato di fare il punto della situazione alla presenza dei molti produttori, con successivo banco d’assaggio. Sulle locandine e sugli inviti campeggiava la famosa provocazione di veronelliana memoria, “il peggior vino contadino è migliore del miglior vino d’industria“, seguita da un breve manifesto dedicato ai vini naturali, oggi più che mai bisognosi di comunicare al mondo la propria identità: “il Vino Naturale è l’’essenza del terroir grazie al vignaiolo che lavora personalmente la propria terra con sapienza e grande sensibilità. La stessa sensibilità che gli permette di agire in simbiosi con la natura, capirla ed assecondarla e che gli permette di non usare in vigna fertilizzanti chimici, pesticidi, diserbanti, prodotti sistemici. In cantina il vignaiolo naturale non usa lieviti e ogni varietà di additivi aromatici, enzimi, batteri ed altri riempitivi e coadiuvanti tanto cari a chi, invece, ha smesso da tempo di produrre vino e produce solamente una bevanda alcolica a base d’’uva, derivato dell’’omologazione studiata a tavolino per conquistare i mercati“.

Introduce il convegno Gian Arturo Rota, lo storico collaboratore di Veronelli. Le sue parole fanno da ponte ideale tra ieri ed oggi, nel ricordare quanto già a partire dagli anni ottanta (e prima) il Maestro portasse avanti una battaglia contro l’omologazione, a favore di quella grande risorsa chiamata cultura contadina. Parola d’ordine: territorio. “L’agricoltura può essere solo biologica” suona come un’altra provocazione, ma sicuramente fa riflettere. Come le parole del successivo intervento, quelle di Giovanni Bietti. Forse l’unico che ad oggi, nel primo volume della collana dedicata ai Vini naturali d’Italia, ha provato a dare una definizione a questa particolare espressione, tanto attuale quanto abusata. Perché, insomma, mentre per biologico e biodinamico i confini sono chiari e definiti da una certificazione, per il termine naturale le cose si fanno più complicate. Ovviamente rimando al libro di Bietti per ogni approfondimento, ma riporto qui la primissima parte della sua introduzione, alla quale fanno seguito temi come l’artigianalità, la salute del vigneto, il rispetto dell’uva in cantina, la digeribilità del vino ed il suo valore gastronomico: “il termine naturale viene usato in due modi diversi: uno per così dire omnicomprensivo, esteso (tutti i vini da uve biologiche, biodinamiche o senza certificazione che comunque sono prodotti secondo una certa metodologia/filosofia), e uno più circoscritto, per esclusione (per definire produttori che non si sottopongono alla certificazione, si mantengono più liberi nell’interpretare la natura, ma non di meno rifiutano di usare prodotti industriali, chimici, e di applicare un’enologia eccessivamente interventista). Entrambe le definizioni sono piuttosto ampie e possono quindi comprendere molte tipologie di vini (…) la definizione di “vini naturali” è molto sfaccettata e vi rientrano di volta in volta, a seconda del punto di vista, anche elementi etici, pratici, ideologici“.

Ma come riconoscerli in enoteca, se non è possibile nemmeno riservare loro uno spazio dedicato? Oggi solo una piccola parte di mercato sa distinguere alcuni produttori come naturali grazie al nome che si sono fatti in questi anni, e riesce ad orientarsi di conseguenza. Una via secondo Bietti (ma lo scriveva solo pochi giorni fa anche Alessandro Dettori qui su Intravino) è quella degli ingredienti in etichetta. Una trasparenza che risolverebbe all’origine ogni problema di definizione o di certificazione. È infatti di recente introduzione il disciplinare europeo dedicato al vino biologico (qui il regolamento pubblicato sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, in pdf). Prima, solo per ricordarlo, era già possibile indicare la produzione di vino da uva da agricoltura biologica; la nuova norma costituisce sicuramente un grande passo avanti certificando, oltre alle pratiche agricole, anche quello che viene fatto in cantina. Tema questo, relativo al nuovo disciplinare, che durante il convegno è stato nominato più di una volta come esempio di una problematica – quella delle certificazioni – lontana dall’essere risolta. “Noi siamo molto oltre il biologico, questo a conti fatti questo è un disciplinare che non ci riguarda minimamente“: parole di Stefano Bellotti, produttore in Novi Ligure di Cascina degli Ulivi, e si riferiscono al fatto che sono comunque una quarantina gli additivi permessi. Un disciplinare costruito per le grandi cantine sociali o per l’industria, si è detto.

Sembra un problema senza via d’uscita, anche se l’impressione è che avere una certificazione per quanto larga di manica sia un (piccolo) passo in avanti. Se da una parte infatti tutti i produttori di vino naturale, con i rispettivi gruppi ed associazioni, riuscissero a trovare una totale sintonia su un’autocertificazione comune, come comunicarla in etichetta rimanendo nei limiti legislativi? Non è facile capire quale sia la strada da percorrere ed è un peccato, perché se c’è una cosa che mi ha colpito a Vini naturali in Sardegna è la grande apertura che ho trovato, da parte di tutti, per far conoscere e diffondere il proprio modo di lavorare. Ancora Bellotti: “la biodinamica? Funziona, è un’alternativa reale. Venite a trovarmi e sarò entusiasta di farvi vedere“. Nessuna alzata di scudi nei confronti di quello che viene definito come vino industriale, ma voglia di raccontare un modo di lavorare “altro”.

Senza una certificazione comune, almeno per adesso.

[Trasparenza per un mondo migliore: l’organizzazione di Vini naturali in Sardegna si è fatta carico di tutte le mie spese, tanto di viaggio quanto di alloggio a Cagliari. A loro un grande grazie.]

Jacopo Cossater

Comunicazione digitale ed e-commerce, è tutta una questione di vino, di birra e di trail running. Vive in Umbria, a Perugia, per motivi diversi ha un debole per NYC e per Stoccolma ma non potrebbe mai fare a meno dei ritmi dell'Italia Centrale. Su Intravino dal 2009.

29 Commenti

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maurizio gily

circa 5 anni fa - Link

"chi, invece, ha smesso da tempo di produrre vino e produce solamente una bevanda alcolica a base d’’uva, derivato dell’’omologazione studiata a tavolino per conquistare i mercati" mi pare un bell'esempio di atteggiamento laico, tollerante e rispettoso delle scelte altrui. Io ho stima e rispetto per i produttori di vini naturali, ma non accetto questa presunzione di verità assoluta che anima molti di loro (non tutti), per cui chi fa scelte diverse, nel rispetto della legge e del buon senso, debba passare per avvelenatore o per uno che ha smesso di fare vino. Io con queste persone non comincio nemmeno una discussione, quindi non invitatemi a incontri in cui questi signori declamano la loro Shari'a.

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Francesco G

circa 5 anni fa - Link

Sagge parole finalmente !!

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Pino Fuoco

circa 5 anni fa - Link

Non ho ben capito come lei riesce a passare da "produrre solamente una bevanda alcolica a base d’’uva, derivato dell’’omologazione studiata a tavolino per conquistare i mercati" ad "avvelenatore", ma sicuramente è colpa mia. Del resto nemmeno "Shari’a" è nel post. Dove sto sbagliando?

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Nelle Nuvole

circa 5 anni fa - Link

"Il peggior vino contadino è migliore del miglior vino d'industria". Questo slogan è ormai degnamente assiso nell'Olimpo delle frasi ad effetto. Insieme ad "Eureka!", "Eppur si muove!" e "Libera Chiesa in libero Stato." Poco importa che ci sia una leggera confusione riguardo a quello che è la cultura contadina e il vino industriale. Il mondo contadino vero è scomparso da decenni, quel che rimane è un'idea poetica, nostalgia di un modo di vivere in realtà faticoso e limitato. Seguo con interesse e piacere tanti giovani e semi-giovani che si sforzano di avere un rapporto sano con la Natura. Lavorano bene e spesso il risultato si vede nei loro vini. Detesto però questa ideologia del "o con me o contro di me". Del "il mio è vino e il tuo solo una bevanda alcolica a base d'uva", brutto puzzone d'industriale che non sei altro. Il vino è nato grazie all'uomo che si è servito sì della natura, ma l'ha piegata ai suo voleri. Più che interpretazione una vera e propria manipolazione. Ben venga la chiarezza riguardo a quel che beviamo, ma gli estremismi ciechi non aiutano, danneggiano e basta.

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Nic Marsél

circa 5 anni fa - Link

Anni fa, durante una conferenza sul km zero, sentii Veronelli affermare che il peggior PRODOTTO contadino è migliore del miglior PRODOTTO industriale. Io alzai la mano e chiesi se avessi dovuto preferire il latte di una qualsiasi cascina di Seveso nei pressi dell'icmesa a quello biologico proveniente da una zona indefinita della germania e distribuito dell'esselunga. Lui si incazzò di brutto e lasciò la sala dicendo che era stanco e doveva andare a dormire (erano più o meno le 8 di sera). Per me è necessariala una certificazione per la gestione del vigneto, così come un'etichetta che indichi processi e ingredienti/additivi utilizzati oltre ad una mirata analisi chimica.

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Pietro Stara

circa 5 anni fa - Link

Il senso delle parole di Veronelli: occorre leggerlo tutto! Dal mio blog vinoestoria: Veronelli e l’elogio del vino contadino.

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Alberto Rossi

circa 5 anni fa - Link

Sono molto d'accordo sulla questione degli ingredienti in etichetta, credo che l'informazione sia il punto di partenza minimo per una "cultura" del vino più diffusa, condivisa e, oserei dire, democratica. Poi ognuno fa le sue scelte, si associa con chi vuole, si chiama come vuole.

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Riccardo Francalancia Vivanti Siebzehner

circa 5 anni fa - Link

Inutile parlare di agricoltura naturale, sostenibile, bioquesto e bioquello quando si continua ad infliggere al suolo la principale causa di deperimento del suolo stesso: l'aratura. L'aratura manda al creatore tutti i processi biochimici di interazione simbiontica microorganismi-microelementi-sostanza organica-piante. Per ostacolare il decadimento nutrizionale del terreno provocato dall'aratura tocca agire chimicamente, con i concimi, e non importa che essi siano naturali come il letame o sintetici. E' il principio stesso che non ha logica. A parte quella di costringerti a continuare ad acquistarne, anno dopo anno, e a lavorare il terreno per in terrare, anno dopo anno. E poi a cambiare i mezzi che si usurano, anno dopo anno e così vita natural durante. Infine, poi, un controsenso della biodinamica (che per molti altri versi invece stimo) è, per esempio, che è inutile prevedere l'aratura e poi volerne curare le conseguenze col preparato 500: è come se il medico mi iniettasse un virus letale per poi somministrarmene (a pagamento) la cura. In ultimo: lasciamo perdere il disciplinare del "vino biologico" perchè è solo fuffa.

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Vittorio Merlo

circa 5 anni fa - Link

Perchè questo accanimento contro l'aratura? Ne è proprio sicuro che sia la causa di tutti i mali dell'agricoltura? E' così sicuro che danneggi in modo irreversibile l'equilibrio biologico del suolo? L'aratura permette ad esempio un arieggiamento del suolo, toccasana dopo 25/30 anni di vigneto, utile per i microrganismi del suolo. La questione è sempre una sola: le tecniche in generale non sono negative, basta saperle usare e non applicare ricette senza uno studio preliminare.

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Riccardo Francalancia Vivanti Siebzehner

circa 5 anni fa - Link

A meno che Alan Smith (microbiologo australiano che ha condotto studi sull'aratura e sulla microbiologia del suolo per tutti gli anni '70, pubblicando anche su "Nature") non sia stato una superpippa cosmica...sì, ne sono fermamente convinto. Altrimenti non avrei scritto ciò che ho scritto. E lei, come la maggior parte degli agricoltori, è così certo che il fantomatico arieggiamento del suolo sia così benefico ai processi biochimici che comportano l'entrata in soluzione dei microelementi, nonchè la lenta disgregazione della sostanza organica e la non mineralizzazione dell'azoto? L'arieggiamento sarebbe "utile ai microorganismi del suolo". E chi lo dice? Quali studi scientifici avvalorano questa tesi? Cosa succede alle reazioni biochimiche con l'arieggiamento portato dall'aratura? Ha mai pensato che in un terreno incolto il sottosuolo pullula di vita pur restando costantemente indisturbato ed in condizioni diametralmente opposte a quelle indotte dall'aratura (ovvero un esagerato arieggiamento nonchè uno smodato apporto di luce)? E' molto tempo che cerco di approfondire gli studi di Smith (e di altri che negli stessi periodi hanno condotto esperimenti analoghi), traducendoli dall'inglese e cercando di interpretarne la chimica, e più traduco e più mi convinco.

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Riccardo Francalancia Vivanti Siebzehner

circa 5 anni fa - Link

Comunque il mio non è affatto accanimento. Non sono mai stato un intransigente da paraocchi. Ho diversi amici agricoltori, per cui provo stima infinita, che arano. Alcuni arano in modo più pesante, altri in modo leggerissimo. Non mi sono mai sentito di condannarli per come gestiscono la loro terra. E non smetto certo di bere i loro magnifici vini perchè la mia concezione della gestione del suolo è diversa dalla loro. Io sto sviluppando una concezione in base ad una serie di ricerche scientifiche che sto approfondendo, studiando, traducendo...e, spero, capendo. ;-) Comunque un piccolo e banale esempio di cosa provoca l'aratura alle forme di vita della rizosfera è esplicato in modo chiaro ed indiscutibile nel documentario "Una fattoria per il futuro", reperibile in lingua originale (con sottotitoli) anche su Youtube. Tutta la parte dal min. 19:30 al min. 43:15 dovrebbe essere oggetto di studio nelle Università al posto di antiquate e dannose tecniche, diserbi, disinfestazioni, e via discorrendo.

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Francesco Maule

circa 5 anni fa - Link

ha ragione Riccardo!

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Riccardo Francalancia Vivanti Siebzehner

circa 5 anni fa - Link

Ti ringrazio, ma io non ho ragione. Casomai ha avuto ragione Alan Smith, i cui studi altro non sono se non la base scientifica su cui poi si è sviluppata la Permacultura e quella branca dell'agricoltura - principalmente orticola - chiamata Agricoltura Sinergica. ;-)

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Vittorio Merlo

circa 5 anni fa - Link

Forse non mi sono spiegato bene. E'ovvio che arature annuali comportano più danni che benefici, tipo perdita di sostanza organica, eccessiva perdita di umidità del suolo, quindi un calo della fertilità in generale. Però è bene sapere che prima di un reimpianto di un vigneto un'aratura è fondamentale per ridurre la compattezza del suolo, favorire un arieggiamento che porti ad una attività maggiore dei microrganismi per favorire la degradazione dei residui radicali e scongiurare la stanchezza del suolo. Senza un aratura in preimpianto le radici delle barbatelle avrebbero vita difficile e non riuscirebbero a svilupparsi in modo adeguato. Comunque nelle università se ne parla eccome dei problemi dell'aratura, soprattutto nelle colture erbacee come il mais. Non a caso negli ultimi anni si è diffusa la tecnica della semina su sodo che permette di evitare arature annuali. Come dicevo prima, il tutto sta nel usare le tecniche con intelligenza. Ciao

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Riccardo Francalancia Vivanti Siebzehner

circa 5 anni fa - Link

Prima del reimpianto: sono d'accordissimo con te! E magari anche dopo l'espianto. Tutte le altre portano più danni che benefici perchè disgregano i micrositi anaerobici dove si instaura quella sorta di simbiosi tra microorganismi e radici, fondamentale per rendere assimilabili i microelementi dai peli radicali. Nelle Università sì, un po' di "minimum tillage" per colture cerealicole lo spiegano,è vero...abbinandoci però delle belle botte di diserbo per contenere le infestanti; sia diserbo quando le infestanti sono all'inizio della crescita, sia diserbo preventivo per bloccare lo sviluppo dei semi. Il che, a mio modo di intendere l'agricoltura, ha poco senso. Quello che emerge dalle ricerche cui ho accennato è che il terreno non andrebbe mai lasciato spoglio, ma costantemente coperto da inerbimento, controllato tagliando l'erba. E stop. E' sostanzialmente questo che fa la differenza nel mantenimento dei suddetti processi simbiontici. In parole povere il terreno andrebbe trattato come quello di un bosco.

luca ferraro

circa 5 anni fa - Link

Attenzione Vittorio, prima dell'impianto si può anche fare una rippatura del tereno, in quel modo si renderebbe soffice la terra senza l'aratura ;)

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Sir Panzy

circa 5 anni fa - Link

“…ha smesso da tempo di produrre vino e produce solamente una bevanda alcolica a base d’’uva, derivato dell’’omologazione studiata a tavolino per conquistare i mercati..“ I vostri cervelli sono molto più limitati dei vostri vini.

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Francesco Fabbretti

circa 5 anni fa - Link

Alcuni pensieri in ordibe sparso: 1 - Mi spiace ammetterlo ma il vino è vino, ovvero "una miscela idroalcolica prodotta dalle fermentazione di uve della specie vitis-vitis vinifera" 2 - Allo stato dell'arte attuale il vino sedicente naturale muove percentuali economiche risibili all'interno del comparto enologico. Essere pochi, tuttavia, non è un male "a prescindere": si fa meno fatica a mettersi d'accordo 3 - l'unica strada percorribile è quella suggerita più volte da Dettori e correttamente riportata nel post: controetichetta con cosa contiene il vino: lo riportano le acque minerali e c'è gente che soffre di calcoli (io) che beve acqua povera di calcio...non vedo perchè il vino dovrebbe essere esente da tale pratica (coloranti eterointrodotti si o no? chiarificanti? quali? stabilizzanti? quali? acidi tartraticascorbicitricoeccompagniabella si o no?... beh insomma ci siamo capiti)

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Francesco Fabbretti

circa 5 anni fa - Link

ovviamente le indicazioni dovrebbero essere stabilite con una classificazione comune per essere il più chiare possibile all'utente... un buono spunto potrebbero essere le contro etichette dei vini triple a (magari non del tutto esaustive ma schematicamente molto ben realizzate) http://www.intravino.com/primo-piano/la-retroetichetta-perfetta-ha-nome-e-cognome/ l'unico problema è che triple a è un marchio interamente commercializzato da un gruppo di distribuzione mentre ci vorrebbe un attore terzo che conduca analisi e le riporti in una retroetichetta simile a quella riportata

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splash

circa 5 anni fa - Link

D'accordissimo che serve una sorta di accordo/legislazione che stabilisca un po' cosa mettere nel retroetichetta e che valga, volenti o nolenti, per tutti. Purtroppo pero'ritengo che la modalita' piu' fattibile sia quella di associare delle sigle alle varie aggiunte/processi utilizzati, divise per tipologia e di indicare quelle. Per esempio lieviti=A123, osmosi inversa=F111, trucioli=F112.

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Zakk

circa 5 anni fa - Link

Premesso che simpatizzo molto per i naturali e i bio-qualcosa vorrei ricordare che uno dei simboli dell'enologia italiana viene fatto con lieviti selezionati: monfortino.

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Marco Tebaldi, Freewine founder

circa 5 anni fa - Link

Ringrazio Dio ogni volta che Gily scrive un commento, incoraggiando altri dotati di conoscenza e buon senso a fare altrettanto. Premetto che considero di fondamentale importanza di dichiarare in etichetta ogni allergene, anche quantificandone l'entità, a tutela della salute di ogni saggio bevitore. Trovo invece che l'invocazione della dichiarazione delle tecnologie utilizzate, ancorché tutt'altro che nocive e spesso alleate della valorizzazione di vitigni, stili e territori (avete presente il concetto di biodiversità?) altro non sia che un misero tentativo di far leva demagogicamente sull'influenzabilita emotiva del consumatore medio. Così da far scegliere anche vini scadenti (e talvolta nemmeno salubri!), all'insegna della suggestione "naturale". Come il partito politico che invoca elezioni immediate quando l'avversario è oggetto di bersaglio mediatico. Mai che si senta questi talebani dell'enologia, descrivere in modo oggettivo le qualità organolettiche dei loro vini, anzichè il cosa non ci hanno messo e senza denigrare il lavoro altrui! Anche basta!

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Marino

circa 5 anni fa - Link

Questi talebani dell'enologia non li conosco, anzi fuori i nomi!!

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lello

circa 5 anni fa - Link

credo fermamente che negli ultimi anni moplti produttori hanno inserito nei loro vini aromatizzanti chimici,qualcuno mi sa dire se sono proibiti dalla legge? grazie

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Jacopo Cossater

circa 5 anni fa - Link

No lello. Se da una parte è vero che sono molti gli elementi che si possono aggiungere tanto al mosto quanto al vino è anche vero che sono ampiamente permessi dalle leggi in vigore.

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la terra trema

circa 5 anni fa - Link

LA TEERA TREMA Sulla natura delle cose Gentile produttrice/produttore. Con rinnovato piacere vogliamo informarti che la 6a edizione de La Terra Trema si terrà a Milano da venerdì 23 a domenica 25 Novembre 2012 al Leoncavallo s.p.a. Da parecchi anni il progetto de La Terra Trema porta nel cuore di Milano le mille storie di agricolture partigiane e ribelli; le molteplici storie di rivolta di chi abita territori assediati da cemento, capannoni, infrastrutture devastanti calate dall’alto.
Da parecchi anni questo progetto riunisce nel cuore di Milano le mille elaborazioni, condivise e partecipate, delle politiche che, ai suddetti territori, guardano, perché lì nasceranno comunità nuove, consapevoli, aperte. Ci sta a cuore, per questo, di precisare un punto: La Terra Trema è una manifestazione dedicata all’agricoltura di qualità, quella che in Italia quotidianamente si batte per tutelare suolo, socialità e cultura. Prima di una condivisione sostanziale o programmatica su definizioni ideali a proposito di vini naturali; certificazioni bio, biodinamiche, integrate; marchi di qualità e tutela, prima di questo La Terra Trema chiede e auspica una convinta condivisione sulle pratiche di resistenza attiva.
 In special modo adesso. Agricoltori, vignaioli, spazi occupati, pratiche di resistenza territoriali: in questo meraviglioso e folle incontro è racchiusa la forza, la necessità de La Terra Trema stessa. La Terra Trema era a Genova nel 2001, in Val Susa nel Luglio dello scorso anno e oggi è al fianco delle decine di imputati in processi a quegli eventi legati, processi che cercano maledetti verdetti politici, per azzoppare movimenti attivi, dinamici, fortemente radicati, meravigliosamente vivi; La Terra Trema è accanto ai migranti di Rosarno e di tutta Italia che nell’agricoltura trovano lavoro ma soprattutto sfruttamento, vessazioni; La Terra Trema è accanto alle comunità come quella di Pescomaggiore, che nell’autogestione del proprio vissuto sta ricostruendo la propria storia, buttata giù dal terremoto e affossata in maniera criminale da giochi di potere, traffici oscuri, abbandono dello Stato; La Terra Trema è contro la beatificazione di un’EXPO2015 modestamente votata a nutrire il pianeta, ma che fino ad oggi ha visto solo cementificare ettari su ettari di campagna, distruggere le socialità e i vissuti dei quartieri, ha visto lavoratori sottopagati, raramente salvaguardati da contratti e diritti ha visto solo proclami messianici che ben suonano di slow e solidale; La Terra Trema è antifascista; chiede il libero soggiorno per tutti i migranti che attraversano questa nazione bastarda; è contro gli sgomberi di ognuna di quelle esperienze di riqualificazione di spazi abbandonati e dismessi, perché nell’incuria e nella desolazioni si crogiola il gioco delle speculazioni siano queste pubbliche o private. Questa è la natura del nostro progetto, questo è La Terra Trema, che nasce da un piccolo spazio occupato ad Abbiategrasso da oltre 10 anni e che per fare La Terra Trema se ne va a Milano in un spazio grande, grandissimo, occupato anch’esso, con 40 anni di storia e di lotta alle spalle. Questa è la natura, crediamo, di Gino Veronelli, grande enogastronomo, sapienza enorme, sapere finissimo ma pure uomo animato da un preciso ed acceso pensiero politico, eretico, ribelle, illuminato. Per render omaggio alla natura di Gino, per render conto alla nostra, dedichiamo questa edizione 2012 de La Terra Trema, al viaggio, ad uno in particolare, che portò Gino Veronelli all’Isola di Santo Stefano di Ventotene, carcere e cimitero per la vita e per la morte di tanti ergastolani. Su una di queste tombe Gino scrisse pagine bellissime, dense, vischiose di vita; sulla tomba di un uomo libero malgrado tutto, Gaetano Bresci, Gino lasciò a noi tutti il suo testamento. Il 23 Giugno 2012 siamo partiti verso l’isola di S. Stefano per ritornare sulla mappa delle tombe degli ergastolani lì sepolti, una mappa composta con minuzia da Gino, ci siamo andati per dare un nome a quelle tombe, per immaginare e chiedere un orizzonte liberato dalle carceri. A Gino sarebbe piaciuto. Partiremo ancora, da qui, da quel viaggio, per trarne l’insegnamento più profondo, per compierne altri 100. Stassentire. Queste le intenzioni nostre. Questo il nostro esser naturali. Continuiamo per questo a costruire ogni anno La Terra Trema basandoci sulle nostre forze, per questo ci lavoriamo in autogestione, senza sponsor, senza patrocini e sovvenzioni. Nel augurarvi buon lavoro in questi mesi cruciali, per voi e per noi, ci auguriamo di vederci ancora insieme a La Terra Trema 2012, per scuotere una metropoli, per riportare a Milano quanto di meglio offre l’agricoltura di qualità e la prodigiosa viticoltura nazionale. Un saluto di cuore La Terra Trema Folletto 25603 (Abbiategrasso, Mi) Leoncavallo s.p.a. (Milano) “I ragazzi – per me lo sono – del Leoncavallo ospitano (e qui la parola ha un valore totale dacché non è mossa dal minimo interesse privato) i vignaioli, ripeto, migliori e più conosciuti, e quelli, anche migliori, ma non ancora conosciuti. Ciascuno di loro – e in primis va da sé, i miei lettori ed amici – sono invitati a partecipare. Sarà una fiera del tutto nuova; vi si assaggeranno i vini di ogni parte d’Italia. Festeggeremo la vita”. (Gino Veronelli, in occasione della prima edizione di tl/cw al Leoncavallo, dicembre 2003)

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Marco Tebaldi, Freewine founder

circa 5 anni fa - Link

@Lello: io opero nel settore delle forniture alle cantine da 25 anni e non ho mai visto usare aromi aggiunti. Non per questo escludo che qualcuno lo faccia, anche se è altamente proibito, vista la ampia diffusione degli stessi in tutto il settore alimentare. Solo trucioli di legno tostato ed alcuni Tannini estratti dai precedenti sono coadiuvanti ammessi con valore aromático, ma tutt'altro Che chimici, Tutt'altro che nocivi...

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