Vini buoni in via di estinzione: il Cà Bernesca di Torre Fornello

Vini buoni in via di estinzione: il Cà Bernesca di Torre Fornello

di Redazione

Che il cabernet sauvignon non sia (più) il vitigno del momento non ci piove. Che abbia subìto una pesante standardizzazione nonché un appiattimento su certi toni dolciastri e ammiccanti nemmeno. Da varietà in grado di mettere d’accordo tutti (tanto da essere piantato ovunque, e lo sappiamo molto bene) a oggetto di sorrisini e pregiudizi in fiere ed eventi del settore, specie quando proveniente da zone pregiudizialmente non vocate o quantomeno non salite agli onori della critica. Brutalmente: o Bolgheri o niente.

Tutto cominciò quando mi imbattei in una bottiglia anche se, quando la vidi nella carta del Pub (a proposito: DuPub in quel di Crema, ottima carne alla griglia con forniture dirette dalla conosciutissima macelleria Cazzamali di Romanengo – CR), non mi scaldò granché; vuoi per pregiudizi (si, sto tentando di guarire), vuoi perché i miei favori si son sempre rivolti verso altri vitigni. Decisi quindi di assecondare le preferenze della mia fidanzata (con gusti spiccatamente francesi, o per meglio dire toscano-bordolesi) e ordinammo questa strana bottiglia, invogliati dall’annata proposta – una 2006 – e dal prezzo particolarmente concorrenziale, meno di 30 euro: Cà Bernesca – Colli Piacentini DOC – Az. Agr. Torre Fornello.

Frenai curiosità, naso, papille gustative e – per i primi minuti – nonostante l’occhio di vago compatimento della mia compagna (“ma che aspetti ad assaggiarlo?”), girai e rigirai questo Cà Bernesca nel bicchiere cercando di scorgere un briciolo di trasparenza in questo liquido impenetrabile, rubino, carico e profondo. Bastò un solo approccio e mi accorsi subito di essere davanti a qualcosa di davvero inaspettato. Un naso intenso, potente, ampio, quasi balsamico, in cui oltre ai classici descrittori appartenenti al Cabernet (peperone, una leggera nota di vegetale), trovai anche terra, foglie bagnate, humus, tabacco e china, il tutto condito da una leggera nota di carruba: tanta roba.

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Nel frattempo arrivò la mia bella fiorentina, succulenta ed appena tolta dalla brace: era il segnale, potevo cominciare a bermi quel vino che, nel frattempo, aveva già demolito, con i suoi soli profumi, le mie certezze e le mie preclusioni. Avete presente il velluto? Ecco, quello, ed un alcool (13.5°) perfettamente integrato nella materia, un tannino levigato, una giusta dose di freschezza, sentori di marasca, caffè, liquirizia e rabarbaro; 12 anni, non sentirli e con il lusso di potersi permettere un ulteriore riposo in bottiglia – svuotata in men che non si dica.

Scattò immediatamente la voglia di correre ad accaparrarmi, prima ancora delle informazioni di rito, almeno una cassa di questo Cabernet. Tramite il sito aziendale non riuscii a reperire alcuna informazione e nemmeno Google fu d’aiuto: zero informazioni e/o link utili. L’unica strada praticabile fu andare in azienda a conoscere la realtà – ma soprattutto – a chiedere informazioni e a sincerarmi che quel vino esista (ancora). Incontrai il titolare dell’azienda, Enrico Sgorbati, il quale mi spiegò subito il motivo di quella assenza di informazioni: “il vino non è più prodotto, pur avendo mantenuto i vigneti”. La causa? Difficoltà nella vendita. Non ci potevo credere: un vino del genere (e a quel prezzo poi, in azienda vien via a poco meno di 18 euro) ha difficoltà nella vendita? Così pare: “Il mercato richiede vini del territorio e quelli fatti con vitigni internazionali non vengono nemmeno assaggiati”.

Ok, il Gutturnio è il vino del territorio, Torre Fornello ne fa una versione superiore – il Sinsal – che conosco: ben fatto e vale i soldi spesi, molti altri produttori della zona lavorano piuttosto bene ma è giusto che il mercato punisca vini così per il solo (de)merito di essere fatti con il vitigno giusto (è pur sempre un bel bere) ma nel momento sbagliato? Non voglio rintuzzare la diatriba dell’autoctono si/autoctono no, non fanno per me le polemiche, tuttavia la riflessione la voglio porre: qual è il limite? Vorrei il parere dei più esperti, di quelli che hanno a che fare con l’acquirente (e ci sono colpe anche lì: possibile che si dia retta solo alle mode?) finale: enotecari, ristoratori, sommelier ecc. ecc. per capire e per porre anche una seconda domanda: Come mai? Solo io ho la sensazione che – a fronte di recuperi e valorizzazioni di connubi “vitigno autoctono – terroir”, di storie meritorie e sacrosante di riscatto di intere zone – si stia perdendo un altro patrimonio, sicuramente più moderno e recente, ma con altrettanti meriti? Son vini d’adozione, chiamiamoli anche meticci, ma in alcuni casi molto buoni.

Ai vostri commenti l’ardua risposta, nel frattempo e finché non finisce, procuratevi una bottiglia di Ca Bernesca e pensateci mentre la bevete (decantatelo per un’ora buona e filtratelo con una garza: ha dei bei residui tartarici).

In azienda sono in vendita esclusivamente vecchie annate (2003-2006-2007) e finché ce n’è…

Davide Bassani

12 Commenti

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Cristian Di cicco

circa 2 mesi fa - Link

buonasera, volevo confermare in effetti la casualità che a volte ci porta a scoprire vini meravigliosi che non conosce nessuno e che quando ci si appresta a ricercarli(ovviamente per riempire la propria cantina)si scopre che non vengono più prodotti o che in alcuni casi ne viene modificato l uvaggio per renderli più internazionali e più simili a quelli in commercio.. tutte queste piccole chicche stanno sparendo.. peccato.. davvero.. un saluto a tutti!

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Sisto

circa 2 mesi fa - Link

" e dal prezzo particolarmente concorrenziale, meno di 30 euro". È pazzesco leggere strafalcioni del genere su un sito specializzato sul vino. Dati IRI 2017, Italia dettaglio: 3,26 euro al litro per il totale del mercato e 2,97 euro se restringiamo il campo ai vini fermi. Diciamo che c'è un ricarico medio del 40% (sul retail) perché lì è horeca, ma siamo ancora lontani anni luce dal prezzo medio del vino in bottiglia, specie se si aggiunge il termine concorrenziale. Si fa tanta fatica a scrivere "rispetto ai prezzi delle bottiglie comprati dal 2% della popolazione che beve vino, cioè bottiglie dai 40 € in su..."?

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Cristian Di cicco

circa 2 mesi fa - Link

il prezzo lo fa il mercato,,cioè la richiesta, le bottiglie di una certa qualità è ovvio che hanno dei prezzi non accessibili a tutte le tasche.. in base alla fascia di prezzo si hanno certe aspettative.. sta al produttore essere onesto e decidere la sua fascia di mercato in base al proprio prodotto.. che poi si tratta come in questo caso di una bottiglia da 18 euro pagata 30 nel ristorante ci sta tutta... saluti

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marco

circa 2 mesi fa - Link

infatti nei ristoranti é pieno di bottiglie a 5 euro.... anche nelle trattorie il prezzo più basso delle bottiglie ormai è 20 euro....

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Fabrizio Gallanti

circa 2 mesi fa - Link

E se cambiassero l'etichetta? Sono tenuti a scrivere l'uvaggio?

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Cristian Di cicco

circa 2 mesi fa - Link

be' certo.. Non stiamo parlando di un vino della lidl..

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Fabrizio Gallanti

circa 2 mesi fa - Link

L'altra cosa è che si trovino un cliente estero, diretto. Qui in Canada ce ne sono parecchi (importatori dico), che potrebbero essere interessati. Se voleste mettermi in contatto, potrei poi girar loro i riferimenti (a Montreal). Sono solo un consumatore apassionato, lo farei solo per piacere.

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Sisto

circa 2 mesi fa - Link

@Cristian Di cicco: ma io discuto la frase, senza alcuna precisazione, che 30 € è un prezzo concorrenziale per una bottiglia. Quello che conta sono i dati: è una frase, scritta così, fuori dal mondo che sembra essere stata scritta dal club delle giovani marmotte. Qualità (concetto su cui potremmo stare 2 giorni a parlarne), aspettative, etc, non facevano parte della mia critica. Il prosecco, vino dal prezzo medio di 3,50 €, è un vino di enorme qualità viste le vendite pazzesche! La qualità, nell'economia (cosa diversa dalla degustazione, la fa il mercato. I prezzi medi nel 2017 del vino in bottiglia sono quelli che ho richiamato io, punto. Per la stragrande maggioranza di quelli che bevono vino, financo al ristorante, 15 € è un prezzo da capogiro, per occasioni pazzesche, Quello che facciamo noi appassionati non fa statistica perché siamo in 2 gatti.

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Cristian Di cicco

circa 2 mesi fa - Link

su questo concordo.. noi enostrippati siamo sempre alla ricerca di emozioni in bottiglia e per trovarle di solito bisogna stare su una fascia di prezzo molto alta.. però il vino in bottiglia segue sempre molti canoni come prezzi più alti per la bottiglia stessa, il tappo ,l etichetta ecc.. ma soprattutto dati dalla quantità di bottiglie prodotte e dagli anni di invecchiamento di quel determinato vino che poi è ovvio che se rimane in cantina 5/6 anni all' uscita in commercio ha dei ricarichi normalissimi.. la qualità si paga.. sempre e cmq.. un prosecco non potrà mai essere buono come un Giulio Ferrari..............

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marco

circa 2 mesi fa - Link

non capisco la polemica, il post è su intravino, che è un sito di appassionati.

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Sisto

circa 2 mesi fa - Link

@ Marco: oh mamma mia! Ma sapete leggere? La "polemica" (in realtà è una doverosa correzione di uno svarione allucinante, indegno di un sito specializzato) è sulla frase "e dal prezzo particolarmente concorrenziale, meno di 30 euro". Frase semplicemente all'opposto dei dati oggettivi, come ho dimostrato. Andava semplicemente relativizzata, come ho spiegato, perché scritta così è banalmente il contrario della verità statistico-fattuale dei dati. È come dire che "la Audi Q5 ha prezzi concorrenziali" scritta da gente che guida la Lamborghini Aventador. Non mi sembra così complesso da comprendere. @ Cristian. In base al suo e mio gusto, il Giulio Ferrari, è meglio del Prosecco. Per il mercato, non è così visti i numeri. Andiamo insieme io e lei fuori da un centro commerciale, serviamo alla gente (gratis, come sondaggio) i 2 bicchieri, e poi vediamo l'esito. Guardi che i Lunelli (neo padroni di Bisol) lo sanno bene, mica vivono su Marte. Noi altri dobbiamo piantarla di fare affermazioni assolute, basate sui nostri consumi ricercati, che sono anni luce lontane dal mercato.

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Sisto

circa 2 mesi fa - Link

@ Marco "infatti nei ristoranti é pieno di bottiglie a 5 euro.... anche nelle trattorie il prezzo più basso delle bottiglie ormai è 20 euro....". Anche qui, l'amore per i dati mi costringe a rettificare. Diciamo che per ristorante lei intende horeca. Allora, le notizio che qui il vino che va per la maggiore è il "vino della casa" ovvero il vino sfuso, in brocca. Prezzo medio al commensale: 2,40 €/l, comprato dal ristoratore dal commerciante a circa 0,60 €/l. Fonte: indagine Mediobanca 2017, pubblicata su "numeri del vino". Con rapporti ricavi/costi in una settimana che distruggono i corrispondenti in bottiglia di un mese. Al secondo posto, quando si vuole strafare, bottiglia di Prosecco (ovviamente). Con pedanteria: horeca sono osterie, trattorie, pizzerie, paninoteche, ristoranti. L'esempio che lei fa (che riconosco essere reale) è da ristorante di fascia alta, che ovviamente non fa testo nei grandi numeri. Come sopra: la sfido a prendere 100 locali di tutte le fasce horeca (tutte, non solo quelle dove andiamo io e lei) e a fare un sondaggio. Poi vediamo quante bottiglie da 20 € vendono (rapportate alla massa di vino alla spina, chiaramente).

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