Vietti e il Barolo del triennio 2014-2015-2016

Vietti e il Barolo del triennio 2014-2015-2016

di Andrea Gori

Sembra quasi una scena ricreata ad arte, o il set di un film. Arrivare dopo un viaggio immersi nel bianco abbacinante della neve sulle vigne, la vista da La Morra, i lavoratori fuori dai filari a passeggiare per un atteso giorno di pausa. La calma irreale dei luoghi, il sonno delle viti. Poi bussare alla porta della cantina a Castiglione Falletto e trovare Luca Currado ed Elena intenti ad esaminare mappe, cartine e storie dei cru di Langa. C’è Alessandro Masnaghetti, con le bozze della sua ultima fatica, e ci sono tanti dettagli di un passato che detta legge sul presente di Langa, ma anche lo scenario attuale che ha visto salire e scendere valori e fama dei vigneti in maniera inaspettata. Storie di acquisizioni milionarie, dispetti familiari e grandi progetti, cru desueti se non proprio denigrati come Ravera che diventano il non plus ultra, altri che travalicano i loro confini, fino a spingersi in zone che di eccellenza da cru ne hanno poca (vedi i “casi” Bussia e Cannubi). Ascoltare sogni segreti e bagnati (di vino): come accaparrarsi gli ultimi lembi di Monvigliero, Vigna Rionda e Cerequio ancora incredibilmente disponibili, magari dati in affitto per dispetto a gente di fuori.

mappe

L’immagine che ti fai del Barolo è quella di un universo apparentemente immobile, ma che in realtà è un brulicare di trattative e attività in grado di spingere fama e prezzi di questo vino verso quotazioni importanti, e appannaggio di pochissime altre denominazioni al mondo. Anche se poi ti rendi conto che solo 1 milione dei 12 complessivi va oltre i 15 euro a bottiglia.

Anche visitare la cantina di Vietti è un percorso nella storia, via via che ti addentri nelle viscere di Castiglione Falletto perdendoti in cunicoli sotterranei che un tempo forse si collegavano al castello stesso. Luca Currado non si stanca di ripetere la storia di suo padre Alfredo e suo nonno Mario Vietti, che lavoravano nella ricca Canelli, e il moscato (Riccadonna, Gancia), ma che portavano avanti nel frattempo il sogno di dar voce ai cru del Barolo alla stregua di quelli borgognoni, quando era ancora un miraggio e una pratica considerata quantomeno sovversiva.

L’acquisto delle vigne era progredito in maniera molto lungimirante, di pari passo agli investimenti in cantina, con progetti su acciaio e legno sempre avanti rispetto alle pratiche del tempo. Come il primo pistone telescopico ad olio per le follature che, pensato per il nebbiolo, è servito poi a valorizzare in maniera straordinaria la barbera. O come il rotomaceratore che in realtà è stato presto abbandonato perché l’amore per le lunghe macerazioni di una volta è sempre stato totalizzante. Da Vietti il nebbiolo ha cure specifiche, e protocolli ben differenziati a seconda dei cru. Comunque le basi sono sempre le stesse: fermentazioni lunghe con macerazioni prolungate, ogni giorno vengono campionate mezze bottigliette con assaggi scadenti nei giorni, per avere una “time machine” utilissima per seguire il tannino e la sua evoluzione, e capire quando svinare. Dalla sezione acciaio si passa ai legni (Gamba, Francia, Austria usate fino a 10-12 passaggi). Un oceano di botti, suddivise in tantissime stanze perché nel tempo da Vietti c’è stata un’esplosione di vigne e sottozone (18 i cru in totale), tenute il più possibile separate per tutto il lungo invecchiamento. Un metodo costoso in termini di spazio e denaro, ma che permette di mappare in ogni modo possibile il gusto di un’annata con pochi uguali al mondo, e simile a quanto si può sperimentare in cantine come Krug in Champagne.

Non c’è stile o metodo Vietti che va bene per tutto. Bussia va cucinato diverso da Novello o La Morra. A volte malolattica in botte grande fino a primavera, in altri malolattica in barrique (fino a 12 anni), dove la sinergia tra feccia e vino è straordinaria. Luca racconta di lavorare con bassissima solforosa dal 1992, anche per via di una intolleranza con la SO2, ma soprattutto di insistere sull’uso del “sur lie” introdotto e sperimentato a partire dal cru Ravera dal 2000. L’illuminazione, racconta, fu una straordinaria tre litri di Monprivato 1970 derivata da una botte lasciata anni senza travasi, e con le fecce al suo interno dopo la malolattica. Un uso accorto e paziente delle riduzioni “culla e sviluppa l’aroma in maniera particolare” portando i travasi allo stretto necessario. La feccia e i lieviti aiutano e proteggono il terroir e l’originalità dei vini stessi.

cantina

Al termine del giro in cantina, quasi tiepida rispetto all’esterno in effetti, giungiamo agli assaggi di 2015 e 2016, due annate incredibilmente diverse, con una grandiosità di frutto ed estratto per la 2015 e una definizione superlativa della differenza tra i cru per la 2016, che promette di bissare lo straordinario successo della 2010 e magari portare ancora più in su l’asticella della Langa. Intendiamoci, anche la 2015 promette benissimo e raccoglierà successo e gloria, ma se volete vini che faranno la storia la 2016 vi aspetta al varco.

Noi siamo stati particolarmente rapiti per la 2016 dal pepe di Lazzaretto, dall’annichilente, inebriante viola di Brunate e dall’esplosione quasi tropicale del Ravera. Mentre per la 2015 Rocche e di nuovo Brunate aprivano orizzonti di gusto di piacere notevolissimo. Ma l’annata fuori adesso e su cui ci concentriamo è ovviamente la 2014, un’annata d’antan come la definisce Luca, non certo una grande annata storica ma annata in cui vale la pena esprimerla (e non solo perché la di vende comunque…). Il Barolo oggi, sottolinea Luca, è “come la ristorazione in posto turistico, non c’è incentivo vero alla qualità”.

La 2014 è una di quelle annate che ti riportano sulla terra, tre o quattro grandinate, se avevi vigne solo a la Morra era dura. Annata fresca, fredda e piovosa, problemi agronomici, chi faceva biologico e biodinamica per moda e non con attenzione è andato in crisi: uno spartiacque vero. In casa Vietti la produzione è andata sotto di un 30% e non tutti i cru sono stati prodotti. Brunate ridotta molto male, 65% di danno: quello che era rimasto era buono ma non da Brunate. L’annata è stata fresca ma nessuno era preparato per una stagione simile: acidità alta, tagliente, ph bassi come una volta, col quadro acido simile agli anni ’70. Per gli amanti delle statistiche tutti vini sui 6 di acidità totale, simile alla barbera, contro 5,5-5,75 dei nebbioli 2015 e 2016. Acido tartarico incredibile a dare vini classici e da collezione, severi da giovani ma da vecchi molto probabilmente entusiasmanti. Tutti i vini sono stati imbottigliati a Luglio 2017.

 

2014 Castiglione è il classico assemblaggio portabandiera, che quest’anno eccezionalmente comprende tutto Villero poi uve da Ravera, Brunate, Bricco del Fiasco, Scarrone, Bricco Boschis, Bussia, Mosconi, Le Coste, Fossati (zona con molta acqua sotto) da Barolo e altri. Vino intenso e squillante, viole e incenso, fragole e frutta rossa fresca, tabacco e pepe. Bocca succosa e piacevole, fresca e scattante, agile e lieve, tannino croccante e profumato, finale lungo, agrumato e con tanta sapidità, fine e succoso. 92

2014 Rocche di Castiglione da vigneti a strapiombo difficili da lavorare, percentuale di marne di Sant’Agata, tufo blu tipico di Castiglione dalle Rocche fino a Scarrone, macerazione molto lunga ed enigmatica, forse si va oltre spesso. Ha frutto esotico e dolce classico, pesca e menta, more e mirtillo. Bocca agile, frenetica e intensa, scossa elettrica di tannino, pepe, anice e tabacco, finale lungo e saporito con riserva di energia e calore da affinare. 94+

2014 Ravera è la vigna rivelazione delle ultime vendemmie, e anche nel 2014 quella che stupito di più in questa annata: vigne storiche con temperature basse e fredde migliori ora che è più caldo, prima meno appetibili, guardano le montagne anche se non sono così omogenee. ci sono voluti dieci anni di lavoro per avere un cru ben definito, “non ci aspettavamo grande risultato in annata fresca come 2014” ma il vino si rivela suadente, delicatamente floreale con pepe spezie anice, pesca e timo. Bocca esile, finissima, con tannino di agrumi che porta balsamicità, sinuoso e da attendere ma teso come una corda di violino. 95

2014 Lazzarito per Luca è uno dei migliori di sempre, un cru di Serralunga ma più approcciabile, un anfiteatro dove a luglio il caldo è tremendo. Viticoltura con vigna selvaggia e cappello molto abbondante che dà ombra, sfemminellatura meno che in altre zone e solo lato a monte per evitare il sole diretto sulle uve, inerbimento totale per evitare riflessi di sole. Vino intenso, e mostruoso come ricchezza di spezie, pepe nero chiodo di garofano, more di rovo, tabacco e ginger, talco e anice. Bocca ampia, ricca, sfaccettata, golosa e succulenta, meravigliosamente opulenta ma anche serrata e rigorosa per espressione tannica. 95

vigne

Andrea Gori

Quarta generazione della famiglia Gori – ristoratori in Firenze dal 1901 – è il primo a occuparsi seriamente di vino. Biologo, ricercatore e genetista, inizia gli studi da sommelier nel 2004. Gli serviranno 4 anni per diventare vice campione europeo. In pubblico nega, ma crede nella supremazia della Toscana sulle altre regioni del vino, pur avendo un debole per Borgogna e Champagne. Per tutti è “il sommelier informatico”.

9 Commenti

avatar

luis

circa 4 mesi fa - Link

Bravo Gori, si vede che il Barolo ti ispira. Bravo anche a parlare di viticoltura: ricordiamoci che è da lì che parte tutto e serve a capire meglio il vino. Molto interessante, e di grande attualità, il discorso dell'affinamento " sur lie". Necessiterebbe di un post dedicato interamente all'argomento, anche perché me lo sono fatto spiegare da un enologo, ma la gestione di queste benedette fecce non mi è ancora del tutto chiara. Ancora una cosa: se mi dici dove vendono quegli 11 milioni di bottiglie di barolo a meno di 15 euro, faccio un piccolo investimento!

Rispondi
avatar

Andrea Gori

circa 4 mesi fa - Link

Grazie Luis, in effetti chi non sarebbe ispirato da Barolo così? Sulle fecce e il loro utilizzo credo che sia Luca che tanti altri produttori sarebbero ben felici di parlarne e approfondire nonostante in gran parte credo sia il frutto di una sperimentazione continua poco trasmissibile da un'azienda ad un altra per tanti fattori sia stilistici che climatici che ovviamente di vitigno. Anche Daniele Cernilli nel suo intervento a San Gimignano ne ha parlato diffusamente, l'aspetto principale è il fattore protettivo e antiossidante nei confronti del vino, un elemento che è già molto conosciuto in territori come la Champagne dove si possono degorgiare bottiglie dopo eoni sui lieviti, perfettamente conservate in profumi e vivezza. Ma l'argomento è comunque "caldo" e molto più interessante, a mio avviso, della discussione sui lieviti selezionati o meno. Per quanto riguarda quegli 11 milioni di bottiglie per la maggior parte le vedi solo all'estero o nei discount dove il Barolo purtroppo ha prezzi di vendita anche di molto inferiore al Brunello (per fare un confronto quasi alla pari per prestigio e qualità). Su 400 aziende che imbottigliano Barolo sulle guide e nei post sul web se ne parla a malapena di un centinaio...che in genere di bottiglie ne producono molto poche, ecco spiegato perchè non è facile trovarle...

Rispondi
avatar

Montosoli

circa 4 mesi fa - Link

Grazie ! Purtroppo e verita’....il Brunello a pari punteggio del Barolo, spunta prezzo piu alto . Questo dipende dal fattore che i Toscani sanno fare cerchio...in Langa vi e tutta un altra cultura da solista.

Rispondi
avatar

Andrea Gori

circa 4 mesi fa - Link

per non parlare del lavoro del Consorzio, praticamente inesistente a Barolo se paragonato a Montalcino e il suo approccio glam e fighetto quanto vuoi ma efficacissimo

Rispondi
avatar

Stefano

circa 4 mesi fa - Link

Se non sono male informato, manco esiste un consorzio per il Barolo. C'è un mischione con Barolo, Barbaresco, Pelaverga, Dolcetti e varia umanità

Rispondi
avatar

Andrea Gori

circa 4 mesi fa - Link

esatto esiste una sorta di Consorzio delle Langhe http://www.langhevini.it/ che comprende Barolo BArbaresco Alba Langhe (Roereo compreso) e Dogliani chiaramente ideato in altri tempi... MA non è detto che oggi il Barolo beneficierebbe particolarmente di un consorzio alla Toscana. Semmai sono più le altre denominazioni a mancare di un coordinamento per la loro promozione

Rispondi
avatar

Alex_Faj

circa 4 mesi fa - Link

Ciao Andrea, complimenti per l'articolo, ma il Roero non è uscito da quel consorzio per farne uno tutto suo?

avatar

Andrea Gori

circa 4 mesi fa - Link

Nella denominazione ufficiale compare ancora Roero ma in effetti nel frattempo è nato (e direi sta facendo davvero un ottimo lavoro) un ente autonomo Consorzio del Roero http://www.consorziodelroero.it/

avatar

Alex_Faj

circa 4 mesi fa - Link

Grazie per la pronta risposta :-)

Rispondi

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.