Viaggio nell’autentico Cognac: umanità sincera e puro fascino

Viaggio nell’autentico Cognac: umanità sincera e puro fascino

di Thomas Pennazzi

Cognac è in teoria la città più conosciuta di Francia dopo Parigi. Nella realtà è un trasandato paesotto della provincia profonda francese, qualcosa di più simile ad un anonimo borgo del cuneese remoto o del Polesine che alle graziose cittadine della Gallia a cui siamo abituati come turisti. Mezza città è in vendita a prezzo vile, mezza è da ristrutturare, e l’unica piazza animata, sulla quale vigila assorta in altri pensieri la statua equestre del glorioso re Francesco Primo, nato per caso in questa contrada, una specie di rotonda sulla quale converge tutto il traffico dei dintorni, ospita mediocri caffè in cui si mangia modestamente e male; il loro arredamento è ibernato in un passato anni Ottanta, testimone forse di tempi migliori.

In piazza trovate due specie universali di frequentatori, i ragazzetti che sfruttano il liscio calcare della rotonda per le loro evoluzioni con lo skateboard, ed il tamarro, che come l’ortica alligna sotto ogni latitudine, e passa fragorosamente con la sua tuned car sgasando intorno al malcapitato avventore dei caffè, o tempestandolo già da lontano di musica techno e simili delizie, pur di farsi notare.

Eppure i dintorni sono ben altro: nel cuore del prèmier cru de Cognac sembra di essere in una Langa assai più dolce, ed i vigneti, quasi tutto trebbiano, vi circondano a perdita d’occhio con un paesaggio movimentato, specialmente a sud di Segonzac, graziosa ed orgogliosa piccola capitale della Grande Champagne, ben più charmant dello scalcinato capoluogo. Più ce ne si allontana, più il paesaggio si stempera in movimenti tenui e sempre meno vitati, fino ad appiattirsi nell’abbraccio della Gironda e dell’Oceano.

Anche qui si fa Cognac, ma i vigneti, ora alternati a boschi, ora a coltivazioni di molluschi, ed infine a saline e spiaggioni, sono sempre più radi fino a diventare marginali nel sesto ed ultimo cru, i Bois Ordinaires, terminando con qualche decina di ettari di vigna sabbiosa e salata sulle due grandi isole di Ré ed Òleron, piazzate dalla Natura a protezione del golfo della munita Rochelle.

Quando passate, i villaggi e le campagne vi sembrano disabitati, ma è tutta colpa dell’architettura locale. L’abitazione caratteristica, molto spesso isolata,  prende il nome di ferme charentaise, e può ricordare le cascine a corte chiusa della Bassa padana, retaggio forse dell’ancestrale villa rustica dei colonizzatori romani. Alti muri la circondano dai quattro lati, ed il solo portale, una grande architrave murata che regge due ingressi – il portone carraio e quello per i pedoni – si apre sulla via.

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Il cagouillard, così viene soprannominato in dialetto l’abitante delle due province tra cui scorre la placida Charente (potremmo tradurlo malamente con lumacone), una volta a casa si rifugia nel suo guscio in cui il tempo scorre al largo ritmo del cognac, e non si concede alla vista del passante; al riparo delle mura si nasconde tuttavia una casa accogliente: i lati lunghi ospitano portici e rimesse, una parte delle quali custodisce di solito la bottaia in cui riposa in umido ed oscuro silenzio l’acquavite, e quelli corti la casa padronale, dalla facciata semplice od elegante secondo la ricchezza del padrone, e l’alambicco, lontano da tutto; lo capite dal camino, dove si nasconde. In mezzo alla corte ecco il giardino, anche qui trasandato o raffinato, ma sempre arioso e confortevole.

L’uomo di Cognac è da secoli aperto al forestiero, però: non pensate a lui come al francese medio col naso all’insù: la fama del distillato di queste due province ha sempre richiamato i visitatori assetati, prima i commercianti nordici, e oggi gli appassionati da ogni angolo del mondo. Spesso avrete davanti a voi persone con esperienze cosmopolite, o sposate con le più varie genti, che parlano un ottimo inglese, o che avranno la pazienza di sopportare il vostro sgangherato francese, e l’orgoglio di mostrarvi come lavorano con tutta la loro sapienza ancestrale. Il cognac farà il resto, parlerà di loro, gli assomiglierà perfino, senza mancare di affascinarvi. Difficilmente berrete una eau-de-vie anonima o mediocre, dal piccolo produttore.

Per sopravvivere questo vignaiolo-distillatore è costretto a vendere la gran parte delle sue scorte più giovani alla grande Casa che ognuno di noi trova sugli scaffali del supermercato e (ahinoi) anche delle enoteche, ma quando ha finito di distillare il suo vino secondo le specifiche richieste dalla celebre Maison, prepara il proprio cognac con tutta la cura e l’amore trasmesso dai padri. E queste botti siate certi che se le tiene ben strette. Ma ne farà parte con voi, e ve ne venderà anche, felice del vostro apprezzamento, a prezzo onestissimo. Allora nel vostro bicchiere sarà gioia, ma gioia pura. E se sarete abbastanza bravi da avere il fiuto del cane da tartufo, scovando i più capaci tra loro, sarete ricompensati da scoperte che fanno tremare il cuore.

Quando il produttore incontra un innamorato del cognac, anche lui si emoziona, ed alla fine da qualche stipo nascosto al comune visitatore uscirà la bottiglia distillata dal bisnonno, o da qualche altro avo persino più remoto, e sarete meritatamente trasportati in paradiso: non in quello celeste, ovviamente, ma nel più accessibile ai vostri sensi, quello dello spirito di-vino. E portando le labbra a cotanto calice vi verrà spontaneo non solo brindare al vostro cortese ospite, ma coprire di benedizioni l’uomo che ha distillato il longevo nettare, e le generazioni che l’hanno preservato lungo il filo degli anni fino al vostro bicchiere.

Il mondo autentico del cognac è tutto questo: non sirene coperte di lustrini ammiccanti dai tabloid, né costose ed equivoche promesse imbottigliate in caraffe di Baccarat, bensì umanità sincera e puro fascino.

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Thomas Pennazzi

Nato tra i granoturchi della Padania, gli scorre un po’ di birra nelle vene; pertanto non può ragionare di vino, che divide nelle due elementari categorie di potabile e non. In compenso si è dedicato fin da giovane al suo spirito, e da qualche anno ne scrive in rete sotto pseudonimo.

5 Commenti

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suslov

circa 2 mesi fa - Link

"l'incontro del contadino analfabeta ma di nobile tratto che vi metteva in mano, e fuggiva prima che poteste anche solo ringraziarlo, la caciotta o il carciofo gigante, il fragrante pagnottone, la collana di fichi secchi", La donna della domenica, Fruttero e Lucentini hanno gia' scritto tutto.

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Nelle Nuvole

circa 2 mesi fa - Link

Un post delizioso, scritto con grazie e competenza.

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Stefano

circa 2 mesi fa - Link

aggiungerei scritto anche con amore per la Francia vera; ma commercialmente il distillato tira ancora? diversamente non mi spiego la povertà della regione, dal punto di vista dell'offerta turistica: basta vedere le scarsissime stelle Michelin della zona intorno a Cognac.

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thomas pennazzi

circa 2 mesi fa - Link

"According to the Bureau National Interprofessionnel du Cognac (BNIC), Cognac sales rose to record levels in 2016. Sales of Cognac were up 6.0% in volume and 6.8% in value from 2015. Approximately 179.1 million bottles of cognac were sold in 2016." Poco meno di 500.000 bottiglie di venduto giornaliero. Più che tirare, direi volare.

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Capex

circa 2 mesi fa - Link

La Francia è un po' come l'Italia: in paesi dove l'eccellenza è normale la semplice bontà perde il suo valore assoluto perché sopraffatto da quello relativo. Post delizioso.

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