Viaggio iniziatico tra le meraviglie del Cognac

Viaggio iniziatico tra le meraviglie del Cognac

di Thomas Pennazzi

 

Il cognac visto da vicino è un’esperienza al limite del mistico per l’amante di questo spirito. Ciò che al bevitore ordinario potrebbe significare poco, dona invece all’appassionato una comprensione di ordine superiore. Per lui il viaggio a Cognac è imprescindibile, e vale quasi quanto quello dantesco nei misteri insondabili all’uomo.

Entrare nel tempio dello spirito (vulgo: distilleria), penetrare nell’oscura bottaia alzando il velo del Sancta Sanctorum (le sue infinite ragnatele), scorgere il Paradiso dietro un munito cancello, perfino accedervi con il benevolo compiacimento del San Pietro locale, accarezzando con lo sguardo i tesori custoditi da decenni e finanche uno o più secoli, e dialogare con il gran sacerdote (maître de chai) tenendo in mano un calice di liquido ambrato, sono cose che aumentano la vostra consapevolezza e vi arricchiscono interiormente, più di qualsiasi bevuta avvenuta altrove.

Il vigneron che vi accoglie, quasi sempre il proprietario del domaine, ne è in genere anche il maestro distillatore grazie all’esperienza ancestrale che si tramanda di padre in figlio, e di frequente di suocero in genero, quando nella linea familiare viene a mancare il maschio. Di rado è una donna: a lei è concessa volentieri la direzione dell’impresa – ben sapete il ruolo delle vedove nella storia del vino francese – ma invariabilmente le verrà in soccorso un parente od un professionista salariato. L’alambicco, come l’altare, ammette solo l’uomo ai suoi misteri.

Già vi raccontavo come i cognacensi siano gente di larghe vedute. Abituato da secoli al contatto col forestiero, il vignaiolo distillatore vi aprirà fiducioso la porta della sua fabbrica; per lui lo straniero non è affatto tale: e sa per certo che l’amore per l’ambrato elisir che conduce lo sconosciuto a bussare al portone della sua sperduta cascina tra le vigne, lo accomuna, o meglio lo affratella a lui.

Eccovi quindi l’ingresso spalancato, l’orgoglio esibito, la passione condivisa, il bicchiere come dono di sé e della sapienza di tutti i suoi avi, perché di questo si tratta centellinando un cognac venerabile. E nel momento supremo della degustazione, il distillatore sa già che gli occhi dell’ospite brilleranno, e gli si scioglierà il cuore e la lingua. Tanto può il cognac! Ma ad una condizione: che il pellegrino sia un iniziato.

E quando l’iniziato arriva sulla soglia del tempio, tutto è più facile: la parola è compresa, l’allusione intuita, la rivelazione di un segreto dietro promessa di silenzio, un gesto d’onore. E avvengono miracoli: la conversazione fluisce nella glossolalia, la domanda provoca intimo compiacimento, l’occulto è disvelato, l’alambicco racconta del vino, e il vigneron del proprio personalissimo stile.

Ma il segreto risiede nella botte. È qui che il cognac riceve il suo battesimo, qui che l’artefice ne plasma il carattere secondo i suoi voleri, e qui che l’amante immagina dalla sua narrazione – potenza del verbo! – cosa ritroverà nel bicchiere.

La gestione del legno è il grande arcano, più ancora del vino, del fuoco e del luccicante calderone bitorzoluto e serpentino: è nella botte che si compie il Magnum Opus, il misterioso processo alchemico iniziato nel rame e fomentato dalla fiamma.

Lungo gli anni lo spirito passerà attraverso tutto l’itinerario ben noto già agli antichi: la nigredo della botte, tostata secondo il volere del distillatore, si fonderà con l’albedo dello spirito; il forte mestruo condurrà dapprima alla xanthosis, il colore ceduto dall’altrettanto forte quercia, e dopo un’attesa contemplativa durata circa una vita, alla rubedo, segno della Grande Opera giunta a compimento.

Il cognac venerabile non è mai di colore scuro, ma tende all’ambrato rossastro. Quando è già bruno in gioventù diffidatene, è colorato artificialmente: pale & dry, in queste parole inglesi avete la chiave di uno spirito perfettibile fin dai suoi anni giovanili.

E quando l’Opera sarà perfetta ecco apparire in bocca la pavonis cauda, quella sensazione indescrivibile se non con l’immagine della caleidoscopica ruota che si dispiega tra lingua e palato, appagandovi come nessun altro spirito al mondo saprà mai fare, e con poche potabili stille. Questi grandi, immensi cognac, però sono rarità assolute, ed anch’io posso dire di averne incontrati ben di rado nei miei numerosi assaggi. Pietra filosofale? O elisir di lunga vita? Non sappiamo, ma sarà felicità somma nel vostro calice: ed è impossibile raccontarvi cos’è il rancio charentais senza che l’abbiate prima degustato. Ad ognuno di noi questa magica pozione dona un’illuminazione specialissima, individuale.

Il bouilleur de cru è un uomo pacifico e paziente, conosce il tempo in tutti i suoi aspetti: il tempo esteriore del vignaiolo con tutti i suoi patemi, la gelata, la grandine, la stagione secca, l’anno muffoso, ma anche il tempo interiore dell’affinatore di spiriti; quello che scorre nell’umido silenzio della sua cantina, quello che racconta l’acquavite che si evolve e si purifica evaporando verso gli angeli nell’oscurità della propria dimora di quercia, mentre si concentra per le creature terrene; il tempo che fluisce come fine sabbia dalle mani operose del nonno o del prozio fino a riempire la bottiglia venduta con l’etichetta del nipote, la quale, fattasi preziosa, verrà stappata ad oltre cent’anni dalla nascita del suo creatore, chissà. Lo spirito sopravvive alla carne: è la dura lezione del tempo che si impartisce nelle due Charentes.

Viaggio iniziatico quindi, e viaggio di rivelazione, l’andare a Cognac: vi impressionerà più l’artefice che il prodotto stesso, perché questo l’avrete già conosciuto dal vostro bicchiere, con la lunga trafila dell’iniziazione. Non voi italiani, ahimè, ma i molti amanti forestieri del distillato, in particolare i norvegesi, i più fini conoscitori delle sfaccettature dell’eau-de-vie charentaise.

Il cognac alla fine si racconterà da sé: osservandolo, annusandolo con calma, per ultimo bevendolo con il rispetto dovuto ad un saggio anziano: dategli il tempo di ascoltarlo e vi narrerà una leggenda o una fiaba. Tracannatelo, e lui per la vostra villania si chiuderà in se stesso, lasciandovi nell’ignoranza e nell’obnubilamento.

Sarò riuscito a svelarvene l’essenza? Quando arriva ai vertici questa nobile acquavite non è più commercio, è arte e poesia fluida.

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Thomas Pennazzi

Nato tra i granoturchi della Padania, gli scorre un po’ di birra nelle vene; pertanto non può ragionare di vino, che divide nelle due elementari categorie di potabile e non. In compenso si è dedicato fin da giovane al suo spirito, e da qualche anno ne scrive in rete sotto pseudonimo.

1 Commento

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vinicio

circa 2 settimane fa - Link

post da premio per narrazione e competenza . stupendo!

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