Vertical limit: i Monti Lessini Durello e i metodo classico di montagna più alti d’Italia

Vertical limit: i Monti Lessini Durello e i metodo classico di montagna più alti d’Italia

di Andrea Gori

Si avvicina l’inverno ed è facile lasciarsi andare alle fantasie evocate dalle montagne, dalla sua idea di purezza, di maestosità, di naturalità incontaminata. Le sue suggestioni di salute, di forza e struggente malinconia sembrano adattarsi benissimo alla vite, che da sempre ha provato ad arrampicarsi sulle vette e quasi sfidare i produttori a realizzare vini che riuscissero a trasmettere le stesse sensazioni. L’occasione di Durello And Friends 2018 è stata propizia per lanciare una sfida al “vertical limit” della vite, per come reagisce e finisca per esaltarsi in determinate situazioni, con alcuni vitigni italiani e internazionali.

È vero che i produttori di vino hanno una spiccata tendenza a lavorare di fantasia, quindi la parola montagna viene spesso usata in senso molto lato – basti pensare alla famosa Montagna di Reims dove sono prodotti tra i migliori Champagne a base pinot nero che in realtà è poco più di una collinetta. La dizione del resto fa gola, perché in effetti le vigne oltre i 500 metri fino ad oltre i 1200, in condizioni climatiche e geologiche estreme, riescono a produrre vini molto freschi (cioè molto acidi) semplici da bere e versatili negli abbinamenti, capaci di grande longevità in bottiglia e infine portatori delle suggestioni più potenti, grazie al fatto che mai come in questi casi il lavoro dell’uomo si avvicina all’eroismo. Eroismo per la lavorazione obbligatoriamente manuale delle uve, ed eroismo nello strappare alla montagna il maggior spazio vitato possibile ricorrendo alla costruzione di terrazzamenti fascinosi e bellissimi da vedere, uno dei (rari) casi in cui l’azione umana sulla natura dà luogo a qualcosa di affascinante.

Durello and friends - 1

I Monti Lessini tra Verona e Vicenza hanno decisamente scorci “alpini” o molto simili, e la viticoltura assume i contorni dell’eroicità. La certificazione del Cervim lo ha confermato lo scorso anno: “Vitigni originali, manualità, tradizioni, piccole aziende, pendenze estreme definiscono le caratteristiche dell’agricoltura dell’Alta Lessinia (…) insieme a un’uva autoctona di origine antichissima e l’impossibilità della meccanizzazione sui terrazzamenti vulcanici dove cresce la durella. Una sfida quella della valorizzazione di questo vitigno che per le sue caratteristiche ben si presta alla spumantizzazione e che cresce agevolmente anche ad altitudini considerate elevate“.

Nonostante conosciamo piuttosto bene questi vini abbiamo organizzato una degustazione-confronto con i metodo classico più alti d’Italia, e non potevamo che iniziare con la Valle d’Aosta.

Glacier Vallée d’Aoste D.O.C. Blanc de Morgex et de La Salle Metodo Classico
Tra i più famosi vitigni nerd del mondo, il prié blanc e in specifico il biotipo blanc de Morgex cresce nei comuni valdostani di Morgex e La Salle, sulla sinistra della Dora Baltea dove si apre la maestosa Valdigne (letteralmente “degna di un re”). Qui la vite sui terrazzi si arrampica fino ai 1200 metri, con una spettacolare vista del Monte Bianco che la protegge dai venti freddi dal nord. Il vitigno è coltivato sin dall’epoca romana, scelto attraverso i secoli secondo una selezione attuata partendo da eventuali modificazioni o da spontanee seminagioni, e questo giustifica il suo velocissimo ciclo vegetativo e la precocità complessiva che gli consente di maturare anche in queste condizioni. Nella versione metodo classico “Glacier” il vino base svolge la prima fermentazione in legno grande (larice-rovere) e in parte in acciaio inox. Segue la rifermentazione in bottiglia e un dégorgement non prima di 20 mesi. Nel bicchiere è cremoso e lucido, con un effetto particolare che lo fa assomigliare davvero ad un fiocco di neve purissimo. Anche il naso è un misto di fiori d’altura, sambuco, anice e un tocco di vaniglia delicatissimo. Bocca sottile, cremosa e pungente, con il frutto molto sottile ma presente, scorre come una brezza leggera che arriva sempre al momento giusto.

Arunda Brut Metodo Classico Alto Adige Magnum
Il formato aiuta, ma il vino di Josef è davvero in forma strepitosa. Da uve 50% chardonnay, 30% pinot bianco e 20% pinot nero vinificato in bianco con vini provenienti da Terlano, Appiano, Cornaiano e Salorno. Pochi su terreni di porfido, morenico, e argilloso dalle vendemmie 2016, 2015, 2014  2013-2012-2011 che permangono sui lieviti 30 mesi poi due anni in bottiglia, dosaggio 6,0 gr/l. Lo potremmo descrivere molto efficacemente con le parole di Chiara Mattiello del Consorzio Durello: “La bocca e’ come sgranocchiare una pesca noce al mare… Sai, quando esci dal mare e hai ancora la salsedine addosso. Hai sete e c’è nel frighetto la pesca noce quelle dure che fanno male ai denti“. Vino di classe e ricchezza, ma con un rigore meraviglioso, esaltato a dovere dal formato più adatto a dare respiro alla sua profonda verticalità.

Moser Brut Nature 2012 Blanc de Blancs
Millesimo di grazia per l’Europa della bollicina, che si prepara a bissare il successo della 2008 in tutte le sue principali denominazioni. Non fa eccezione, anzi la conferma per ora questo Brut Nature da selezione di uve chardonnay, lavorate e raccolte a mano, provenienti da vigneti a pergola tra Maso Warth (casa Moser), anfiteatro di vigneti posto ad un altitudine di 350 metri di quota che si affaccia sul comune di Trento, e uve dalle Val di Cembra, con una altitudine che va dai 500 fino ai 650 metri. Le vigne hanno età media 15-30 anni e crescono su terreno prevalentemente calcareo a Maso Warth, mentre è argilloso, calcareo e porfirico in Val di Cembra. Vino sottile, asciutto, nervoso e scattante, muscoloso affusolato come quello di un ciclista moderno, bocca che accenna a bel frutto tropicale e agrumato ma che necessita di altra bottiglia per mostrare appieno la sua stoffa. Ma il frutto, appunto, è di una bellezza notevole e intrigante.

Murgo Brut Rosè Etna DOC
Vigneti in zona Milo a circa 600 mt, freschezza e acidità sempre notevoli, Murgo è stata tra le prime se non la prima azienda a spumantizzare non solo sull’Etna ma in Sicilia in generale. Questo Brut Rosè è vino che evidenzia ed esalta le note classiche del nerello mascalese e la sua speziatura naturalmente ricca e abbondante. Non molta tensione nella bollicina ma la soddisfazione con abbinamenti anche ricchi è assicurata.

E dopo gli ospiti, ecco i Durello della situazione.

Montecchi Bellaguardia Durello Pas Dosè Monti Lessini
Le vigne da un vigneto di proprietà sulla sommità della collina dei castelli di Giulietta e Romeo, a 270 metri slm. Poi 60 mesi sui lieviti (come tutti i vini Monti Lessini metodo classico portati in confronto) ma con la particolarità di affinare in grotta, con escursioni termiche più definite per vini che in genere non ne subiscono durante la presa di spuma. Dal naso ricco, dolce e spiccato tra note tropicali agrumate e note di pasticceria e nocciole molto intriganti, chiude sapido e freschissimo come tipologia vuole.

Fongaro Brut 60 Mesi Monti Lessini Metodo Classico
Il maestro della denominazione, l’azienda che ha puntato tutto e in esclusiva sin dall’inizio, ha sempre lampi di classe e sostanza notevoli per un vino che indulge in dolcezza e opulenza, con ricami intricati di mela rossa e verde, frutta di bosco e agrumi come mandarino tardivo e pompelmo, che si animano grazie alla tensione del vino e la freschezza della durella. Note di pasticceria al palato per una bevuta gustosa e ricca, che non può non stimolare.

Franchetto Monti Lessini Durello 60 mesi Riserva
La giovanissima e già brava Giulia mostra nei vini il suo carattere personale che coniuga acidità e rigore enologico, con la passione e il calore che non sono facili da estrarre dalla Durella. Questo 60 mesi è vino ricco, speziato, piccante con note floreali gialli e bianchi, anice e menta che si dispiegano bene al palato, corredati da nocciole e pasticceria in maniera intrigante e piacevolissima.

Fattori 60 mesi Lessini Durello Metodo Classico Brut Roncà
Vino arcigno e roccioso, che mostra il lato tosto della denominazione senza tema. Ma lo fa benissimo, con note di petricore e gesso che incalzano e avvolgono bene il palato. Il vino è un millesimato non dichiarato 2012 con sboccatura 16 luglio 2018, e gli scusiamo volentieri un certo piglio autoritario ma siamo sicuri che sarà davvero buonissimo in qualche mese. Già ora è perfetto per capire cosa aspettarsi dai Monti Lessini metodo classico: acidità incalzante ma anche una bellissima e inaspettata concessione a frutto e dolcezza, che in mezzo a tanta acidità e freschezza risultano ancora più irresistibili.

Andrea Gori

Quarta generazione della famiglia Gori – ristoratori in Firenze dal 1901 – è il primo a occuparsi seriamente di vino. Biologo, ricercatore e genetista, inizia gli studi da sommelier nel 2004. Gli serviranno 4 anni per diventare vice campione europeo. In pubblico nega, ma crede nella supremazia della Toscana sulle altre regioni del vino, pur avendo un debole per Borgogna e Champagne. Per tutti è “il sommelier informatico”.

2 Commenti

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Daniele

circa 2 settimane fa - Link

“dalle vendemmie 2016, 2015, 2014 che permangono sui lieviti 30 mesi poi due anni in bottiglia”... quindi é un’anteprima della primavera 2021 o ho fatto casino io tornando all’ora solare?

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Andrea Gori

circa 1 settimana fa - Link

si diciamo che mi sono lanciato un poco troppo avanti! correggo subito...

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