Vermouth di Torino IGP: a che punto siamo?

Vermouth di Torino IGP: a che punto siamo?

di Michele Antonio Fino

A marzo 2017, veniva annunciato in pompa magna il raggiungimento di un accordo tra i produttori, benedetto dalla Regione Piemonte, riguardo al disciplinare del Vermouth di Torino IGP.

Ne parlavo allora, sottolineando come collegare al Piemonte solo la coltivazione e/o la raccolta delle varietà di Artemisia che devono necessariamente essere usate per aromatizzare un vino trasformandolo in Vermouth (o Vermut) di Torino, fosse un po’ poco: magari si sarebbe potuta prevedere una riserva che fosse Piemontese anche per quanto riguardava il vino base. Ma tant’è.

Il disciplinare andò in Gazzetta Ufficiale il 4 aprile successivo, con il DM di approvazione e lo potete leggere qui, anche se è un disciplinare graficamente complicato: invece della consueta struttura ad articoli è semplicemente una successione di paragrafi individuati dalle lettere dalla a) alla h).

Si dirà: e vabbé, una scelta di impaginazione vale un’altra. Senza dubbio sarà così, ma l’impressione di qualcosa difficile da leggere e apprezzare nelle sue parti rimane.

Tuttavia, quello che qui interessa sottolineare e magari qualcuno al MIPAAFT può avere una risposta in merito, è proprio la lettera h) del disciplinare. Sotto la rubrica “Il nome e l’indirizzo delle autorità o degli organismi che verifi cano il rispetto delle disposizioni del disciplinare di produzione” campeggia un laconico : “da individuare”.

Ora, non è anomalo che un disciplinare IGP non rechi il nome dell’organismo di controllo. Se andate a leggervi i disciplinari di altre tre IGP iconiche di questo Paese, questo dato manca talora (talaltra invece no) però con i potenti mezzi di Internet riuscite di norma a sapere chi controlla chi, se vi viene la curiosità relativamente alla mortadella Bologna IGP, alla Bresaola della Valtellina IGP o al bicchiere di Pinot Grigio Trevenezie IGP che vi state gustando!

Se però voleste sapere chi sovrintende al rispetto del disciplinare nel caso del vermouth Torino, difficilmente trovereste qualcosa a parte l’“Istituto del Vermouth di Torino”. Tutti noi siamo impressionati dalla parola Istituto, perché lo colleghiamo a scuola, professori, nota sul registro e annessi.

Ma in questo caso, non si tratta di altro che non sia una semplice associazione dei produttori di vermouth più importanti a livello regionale piemontese. Nulla che possa svolgere attività di controllo, perché il produttore che controlla se stesso non è esattamente l’idea europea per questo tipo di funzione…

Tant’è che il Regolamento Europeo che stabilisce cosa ci debba essere nel disciplinare di una bevanda spiritosa (non ridete…) che voglia fregiarsi di una Indicazione Geografica deve indicare gli estremi dell’organismo di controllo.

Dulcis in fundo, visto che parliamo di bevande comunque zuccherate e spesso colorate con il caramello, sul portale degli Spirits con Indicazione Geografica come su quello dei vini con DOP e IGP in Europa, tra i 37 prodotti italiani che se ne possono fregiare, il Vermouth di Torino tutt’ora non compare.

Insomma, la domanda sembra proprio lecita: a che punto siamo?

3 Commenti

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Stefano Cinelli Colombini

circa 4 mesi fa - Link

Scusa Michele, ma permettimi un parere un po' fuori linea. Un Vermouth è un prodotto ottimo, legittimo e con una sua storia, ma ha senso farne un IGP? Usando le stesse spezie (tutte disponibili sul libero mercato) lo si può fare praticamente identico in ogni parte del mondo. Anche io in casa posso fare Vermouth Torino. Forse si renderebbe più forte e più credibile il marchio IGP se lo si riservasse a prodotti come il Barolo, che fuori dalle Langhe non lo fai, o il Pecorino Sardo che non direi essere producibile nel Montana. Credo che per prodotti come il Vermouth Torino sia più appropriata la via del brevetto industriale o del marchio registrato. Come fa la Ferrari con le sue auto.

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Michele Antonio Fino

circa 4 mesi fa - Link

Caro stefano, Sono talmente d'accordo con te che nel mio precedente articolo su questo tema mi chiedevo che senso avesse La menzione geografica per individuare qualcosa che era possibile fare con un vino semplicemente italiano come base. e a tal proposito, suggerivo che perlomeno una versione a riserva imponesse l'uso di vino piemontese. Il Cortese e più anticamente il moscato sono uve che hanno dato molto alla tradizione del vermouth nella mia regione. tuttavia, giova ricordare che una IGP è per sua natura più lasca di una di opi, bastando un legame anche solo reputazionale con un territorio virgola mentre per la dop è necessario che tutte le fasi produttive si completino nel territorio delimitato dove il prodotto ha origine. e in effetti il Barolo come il Brunello come il Fiore Sardo non hanno necessità di un bollino IGP semplicemente perché sono già Dio fee e la loro produzione e ben connessa ad un'area geografica. Per le igp, l'esempio calzante è la mortadella bologna, tra le principali IGP esportate da questo paese. Essa può essere prodotta in tutto il centro e Nord italia, esclusi soltanto l'umbria, la liguria, il Friuli è l'alto adige.non ci avevo in effetti mai pensato ma persino a Montalcino si può produrre mortadella Bologna IGP!

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Lisa Foletti

circa 4 mesi fa - Link

Caro Michele, la faccenda dei vermouth mi incuriosisce parecchio, quindi seguo con interesse i tuoi racconti e il dibattito. Qui vien da chiedersi, davvero, il senso generale di una IGP (da bolognese quale sono, mi scappa da ridere pensando alla Mortadella Bologna...), perché ricondurre l'indicazione geografica alla sola produzione delle artemisie lascia davvero perplessi. Per non parlare, poi, della faccenda da te sollevata sull'organo di controllo. Mah. Personalmente, se scelgo una Mortadella Bologna, voglio che i maiali siano allevati, macellati e lavorati in Emilia. Così, se scelgo un Vermouth Torino, voglio che i vini base (e non solo le artemisie) siano prodotti in Piemonte, con uve piemontesi. Come al solito, dovremo affidarci alla conoscenza diretta dei produttori e alla loro buona fede...

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