Vendemmia 2017. Che vino abbiamo in cantina? Poche certezze e tanti interrogativi

Vendemmia 2017. Che vino abbiamo in cantina? Poche certezze e tanti interrogativi

di Stefano Cinelli Colombini

Quello che vedete nella foto è un corbezzolo, che a Montalcino dà frutti a fine anno; siamo a settembre, per cui non può avere bacche mature. Però le ha. Quest’immagine parla, è il simbolo di un 2017 incoerente, inspiegabile e folle. In Maremma ho raccolto a metà agosto tutte le uve rosse ed erano un po’ troppo concentrate ma con l’acidità, il pH e i noccioli perfettamente graniti che hanno solo i grappoli perfettamente maturi. Appassite? No, solo in minima parte. Non è possibile, però è successo.

A Scansano ho vendemmiato con un mese di anticipo mentre a Montalcino, poche decine di chilometri in linea d’aria, i tempi sono stati quasi normali. Impossibile, però è successo. Perfino le precipitazioni sono impossibili, la quantità è sempre la stessa ma è concentrata in poche piogge fittissime seguite da siccità che sembrano non finire mai. Quest’estate qui era la Tunisia, ma nel 2014 pareva di essere in Finlandia; freddo, pioggia e insetti a nuvole. Eppure non ci siamo mossi, eravamo e siamo in Toscana.

Come può essere? Non so se è colpa dell’uomo, l’unica cosa di cui sono certo è che sta accadendo. Ma che vino c’è nelle cantine? Perché per gli enofili è l’unica cosa che conta. La buona notizia è che i viticoltori toscani (non ho sufficiente esperienza del resto d’Italia per affermare che è così ovunque) sono cresciuti. Nel 1970, e forse anche nel 1990, un anno di Finlandia seguito dopo poco da uno di Tunisia ci avrebbe messi in ginocchio. Ora no. Ormai quasi tutti hanno esperienza, la tecnologia si è evoluta, le vigne sono per lo più giovani e ben fatte e poi c’è San Giovese che, come sempre, ha retto meglio di tutti. Soffriva, e pure tanto, però sono bastate poche piogge per farlo ripartire alla grande; se i Toscani da secoli piantano e ripiantano quasi solo lui, c’è un suo perché.

Così questo folle 2017 ci darà poco vino, ma in molte cantine c’è anche qualcosa di buono. Non in tutte, ma in molte si. In conclusione ce la faremo, però siamo al limite. Se nel 2018, nel 2019 o nel 2020 capitasse una siccità, una gelata o la crisi economica, sarebbe una catastrofe.

Questo 2017 ci pone domande pesanti; quali danni hanno fatto alle vigne (e alle aziende!) due annate estreme così ravvicinate? Quanto ci vorrà per riportarle alla normalità? Quanto ha inciso sulla durata della loro vita? E, più importante; possiamo permetterci vigne (e vitigni) che danno uva due anni sì ed uno no? Forse è il caso di ripensare tutta la viticoltura, ma come?

C’è la via tecnologica, viti e portainnesti modificati geneticamente. Costosa, ma quanto fascino. Quanto piace alla gente che piace. C’è solo un piccolo, insignificante problemino; anche con un tasso di ricambio elevato del 3% o 4% ci vorranno molti decenni per completare il cambiamento. Nel frattempo che mangiamo? Io credo che dobbiamo valutare ogni novità ma anche, e soprattutto, investire seriamente nell’adattamento di ciò che abbiamo ad un clima con frequenti annate estreme.

Primum vivere, deinde philosophari. I modi per farlo sono tanti, ma il primo punto all’ordine del giorno è ovvio; il tabù irrigazione va superato, perché se d’estate non piove non possiamo lasciar perire il raccolto. Così come è ovvio il secondo; concimazioni sempre più organiche, organiche e ancora organiche, perché un suolo vivo regge meglio la siccità, rende più resistenti le viti e si fa dilavare molto meno. E, incidentalmente, fa anche vino migliore. Sul resto ognuno ha le sue ricette, quello che è importante è prendere coscienza che il clima è sempre cambiato e sempre cambierà, ma alla fine vince chi si sa adattare e non chi è più forte. Dato che noi non siamo i più forti, questo può essere una risorsa più che un problema.

22 Commenti

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Gabriele Succi

circa 3 settimane fa - Link

Credo che tempo addietro successe il contrario; cioè un anno di Tunisia seguito da uno di Finlandia: il 1971, seguito dal 1972... Sbaglio?

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Stefano Cinelli Colombini

circa 3 settimane fa - Link

Non so altrove, a Montalcino il 1971 fu un normale anno freddo e asciutto come era usuale a quei tempi. Nei '70 una siccità come questa era impossibile perché nevicava molto e le falde erano stracolme, ora non nevica più e se manca la pioggia..... Il 1972 fu effettivamente un anno umido, ma non come il 2014 in cui è piovuto tutta l'estate; il 1972 fu normale fino alla vendemmia, poi piovve e fu un disastro proprio perché le uve erano molto mature. Nel 2014 ha piovuto sempre e le uve non hanno maturato granché. Ricordo nel 1972 tre trattori a cingoli legati l'uno all'altro per riuscire a estrarre dalle vigne i carri carichi di uva, e i coglitori stanchi morti per aver passato la giornata a strappare gli stivali dal fango.

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Paolo Cianferoni

circa 3 settimane fa - Link

Quest’anno è anche annata dove potremo misurare il grado di maturazione dei produttori italiani, (volevo dire di maturità e onestà). Se questo accadesse sarebbe la vera novità e sarebbe un’occasione del mondo vitivinicolo per andare avanti nel migliore dei modi.

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Stefano Cinelli Colombini

circa 3 settimane fa - Link

Vero.

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Stefano

circa 3 settimane fa - Link

Perdona la domanda da avventizio: parli di vigne giovani come fattore positivo in caso di siccità, mentre credevo che una pianta vecchia, con apparato radicale dunque più sviluppato, avesse risorse maggiori per ricavare i nutritivi in profondità. Me l'hanno venduta male?

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Stefano Cinelli Colombini

circa 3 settimane fa - Link

Quando parlo di vigne giovani non intendo vigne nuove, sono gli impianti realizzati dal 1997 ad ora che sono nel pieno della loro potenzialità. Le vigne davvero vecchie, quelle dai trent'anni in su, hanno radici profonde e grande capacità di sopravvivere ad ogni clima, è vero. Ma, appunto, hanno grande capacità di sopravvivere; mica di produrre. Danno comunque poca uva, in situazioni estreme reggono ma ne danno ancora meno. In un'annata con quantità già ridotte dalla gelata e da una fioritura non perfetta, questo può vuole dire produzioni insufficienti perfino a coprire i costi; nel Brunello o nel Barolo può essere accettabile, ma come fai nel resto d'Italia?

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luis

circa 3 settimane fa - Link

Un'analisi lucida e corretta; la vendemmia più anticipata della storia obbliga a delle riflessioni che non si possono più rimandare. Indipendentemente dalle cause che stanno portando a questo sconvolgimento climatico - sono oramai passati 25 anni dalla Conferenza di Rio dove i "grandi" della Terra si ritrovarono per la prima volta a discutere di ambiente ed ancor oggi c'è chi afferma tutto ed il contrario di tutto, con il risultato che non si è mai andati oltre a buoni propositi (quasi totalmente disattesi) di ridurre le emissioni inquinanti - la grande sfida dei prossimi anni sarà quella di come interpretare la viticoltura. Agronomi, scienziati vari e naturalmente viticoltori devono ridiscutere tutti gli aspetti che riguardano l'allevamento della vite senza tabù e preclusioni di sorta. L'irrigazione può avere un senso, ma certo non è la soluzione alla siccità; concimare è utile, ma non sempre è necessario. Insomma la sfida è decisiva per il futuro delle nostre vigne. S.C.C., da Lei mi piacerebbe sapere qualcosa di più sulla gestione del "verde" in pianta, se avete modificato qualcosa in questi anni caldi nella gestione della chioma e del diradamento dei grappoli. Glielo chiedo perché so che è uno dei punti sui quali gli agronomi stanno facendo degli studi in funzione del clima e del contenimento del grado alcolico del vino (che anche nel freddo e umido 2014 non c'è stato barbera o nebbiolo che facesse meno di 13). gradi

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Stefano Cinelli Colombini

circa 3 settimane fa - Link

In Fattoriadei Barbi allevo le viti a cordone libero, che riduce del 30%-40% le foglie ma le espone tutte al sole, per cui abbatte il consumo di acqua ma mantiene inalterata la funzionalità fotosintetica. Con meno foglie e nessun "infrascamento" ho meno malattie, e molto meno uso di fitofarmaci. Quanto al resto sono d'accordo che non tutte le vigne richiedano fertilizzazione, ma è credo sia necessario ripristinare l'attività biologica dei terreni che è cosa diversa. Oggi abbiamo troppi suoli divenuti minerali, che si dilavano ad ogni pioggerella e non conservano più l'umidità e questo deve cambiare. Un suolo vivo da più vigore alla pianta, che affronta meglio gli stress e fa anche uva migliore. Quanto al'irrigazione, non sono d'accordo con lei; risolve il problema della siccità anche se, ovviamente, limitatamente al vigneto irrigato. Vorrei avere la soluzione più generale per la siccità, ma più in là del vigneto non so che dire; si va molto oltre le mie cognizioni.

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luis

circa 3 settimane fa - Link

Pienamente d'accordo con l'impoverimento dei suoli e la necessità di rivitalizzarli; sulla siccità è chiaro che irrigare un vigneto ne risolva il singolo problema, come appunto dice Lei, ma non si può pensare di farlo con tutte le vigne d'Italia: non si sopperisce alla mancanza d'acqua consumando ancora più acqua. Questo per dire che il problema va affrontato in un senso "ambientale" molto più ampio del semplice fattore tecnico (è secco? basta innaffiare... anch'io ragiono così nel mio orto in campagna). Proprio per questo bisognerà cercare soluzioni agronomiche che tendano a ridurre il consumo d'acqua, giacché questa non è un bene illimitato. Se poi questo vorrà dire anche utilizzo d'ingegneria genetica... beh non è detto che si riuscirà ad evitarlo. Grazie

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Stefano Cinelli Colombini

circa 3 settimane fa - Link

Una soluzione ci sarebbe, semplice e a basso costo. Piccoli bacini aziendali di fondovalle o, in pianura, buche. Quando l'agricoltura era a "trazione animale" ogni podere ne aveva uno o più, e servivano anche per gli orti, per bere e per lavare i panni perché l'acquedotto in campagna mica arrivava. Poi, con l'arrivo dei trattori, delle condotte idriche e degli ortaggi comprati dal verduraio sono stati tutti abbandonati. E oggi per rifarli tocca fare pratiche infinite, nemmeno fossero centrali nucleari. Basta burocrazia idiota, lasciateci rifare gli invasi aziendali a migliaia, e anche a decine di migliaia, e vedrete che l'emergenza idrica si ridurrà a poca cosa. Con i soldi persi nella siccità di quest'anno ne avrei pagati tanti di laghetti, e pure di impianti di irrigazione a goccia. Tanti laghetti che fermano l'acqua meteorica vogliono dire meno erosione, meno esondazioni e nutrimento per la falda. Danno da bere alla fauna selvatica che oggi l'estate muore di sete, e costano pure poco.

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Raffaele

circa 3 settimane fa - Link

Ok sui bacini per irrigare ma come vedete un sistema moderno di monitoraggio della vite che riduce del 30% o 40% la quantità di utilizzo di acqua per l'irrigazione?

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Stefano Cinelli Colombini

circa 3 settimane fa - Link

In teoria è vero, ma in pratica come si fa con un vigneto dove i primi venti metri hanno bisogno di acqua, poi c'è un tratto che ne vuole di meno e poi uno che ne vuole di più?

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david

circa 3 settimane fa - Link

(Commento semi-polemico) Ma coi prezzi che avete voi toscani, che vi cambia un'annata meno buona?..siamo obbiettivi, sono altre le regioni, altri i vignaioli che devono preuccuparsi; tanto voi 90% del vino lo esportate, e ai spendaccioni russi o americani qualche eurino in più cambia poco. E noi semplici consumatori eviteremo come la peste quest'annata che avrà prezzi folli...e certo in alcuni casi anche vini ottimi.

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Stefano Cinelli Colombini

circa 3 settimane fa - Link

Magari il mercato accettasse gli aumenti quando fa comodo a noi! Sfortunatamente non è così, proprio no. Giusto per la precisione, noi toscani esportiamo tanto ma non arriviamo al 60%. E i russi sono meno dell'1%.

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luis

circa 3 settimane fa - Link

Interessante il discorso degli "invasi aziendali", ma temo anch'io che la burocrazia renda difficile questa soluzione. Bisogna riparlarne nelle opportune sedi. Sull'altro discorso, quello dei prezzi collegati all'andamento dell'annata, ci sarebbe da condurre una battaglia ideologica: personalmente in 25 anni di interesse per il mondo del vino non ho mai visto ritoccare al ribasso i listini dei vini nemmeno nelle annate più scadenti (2002 - 2014), anzi si può benissimo parlare di un costante ed inesorabile aumento ben al di là di qualsiasi tasso d'inflazione. Ritengo che un sistema simile a quello francese sarebbe più equo: va bene pagare un 20-30 % in più nelle grandi annate, ma bisognerebbe anche avere il coraggio di togliere un 10 % in meno quando i vini sono oggettivamente più scarsi dello standard aziendale.

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Stefano Cinelli Colombini

circa 2 settimane fa - Link

Sarebbe logico far pagare di più un vino di un'annata eccezionale, e di meno quello di un'annata mediocre. Sarebbe logico, ma il mercato non funziona così. Nella realtà accade un fenomeno perverso; se abbasso il prezzo del 20% perché sto vendendo un'annata minore, l'anno dopo i miei clienti non accetteranno mai un aumento del 30% perché ne ho una a cinque stelle. Ma se mantengo il prezzo stabile, saranno lieti di pagare solo il 10% in più per quel vino più stellato. Alla fine l'andata a cinque stelle costerà la stessa cifra, ma nel primo caso stenterà e nel secondo sarà percepita come un affare. Folle, ma vero. Per i francesi è diverso, lo so, ma anche questo è uno dei paradossi del mercato; per un prodotto diverso (e il vino francese è percepito come un prodotto diverso) si accettano senza battere ciglio regole diverse.

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Gabriele Succi

circa 2 settimane fa - Link

Stefano, a Bordeaux fanno così da secoli, nessuno ha mai avuto da obiettare, perchè non si può fare da noi? Se una cosa ha maggior valore qualitativo, è giusto farla pagare di più, secondo me; viceversa, nel caso ne abbia di meno, dovrebbe essere pagata di meno. Il problema è sempre la mentalità italiana, a mio avviso...

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Nelle Nuvole

circa 2 settimane fa - Link

Al commento di Gabriele rispondo io:
"A Bordeaux fanno così da secoli..." pòle essere, ma a Bordeaux chi? I soliti grandissimi intoccabili o anche i comuni mortali produttori che non sono poi messi benissimo riguardo alle vendite internazionali?
Il mercato è sempre più complicato e sfuggente, quello che andava bene fino a venti anni fa, persino dieci, ora non ha più senso. Il ragionamento commerciale di Stefano è lucido e, purtroppo, molto veritiero. Un abbassamento dei prezzi per un'annata minore porterebbe all'impossibilità di un aumento drastico per un'annata migliore. Per una volta non si tratta della mentalità italiana, ma di una percezione oggettiva di quella bestiaccia maledetta chiamata "mercato".

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Daniele

circa 2 settimane fa - Link

Vorrei approfittare del tema aperto x una domanda esplicita a Stefano: si parla tanto di riscaldamento globale, di uve sempre più zuccherine e concentrate, di tenori alcoolici che tra un po’ faranno concorrenza ai superalcolici ... Se tutto questo fosse l’unico motivo, mi aspetterei che i vini del sud, che già da decenni vantavano gradazioni alcoliche sui 14 e passa oggi fossero un paio di gradi in più almeno. Eppure non noto tutto questo cambiamento. Prendendo poi ad esempio un vino simbolo, iperpremiato e di sicura qualità e di cui é facilissimo tracciare annata per annata le gradazioni raggiunte (Sassicaia) vedo che nell’ultimo quarto di secolo la gradazione é sempre stata compresa tra 12,5 e 13,5 e solo nella tragica 2003 ha raggiunto i 14. Com’é possibile che gli altri prendono 2 o 3 gradi in più e lui altalena su godibilissimi 13° di media? Tra un po’ pure il vino in Brick vanterà (purtroppo) gradazioni superiori... e bere un rosso di Montalcino sotto i 15° é quasi una missione impossibile ...

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Stefano Cinelli Colombini

circa 2 settimane fa - Link

Non è che il grado aumenta con l'aumento delle temperature, ci mancherebbe! La differenza di grado rispetto al passato è dovuta al fatto che fino al termine degli anni '70 abbiamo vissuto in un periodo freddo, e spesso le uve non riuscivano a raggiungere la piena maturazione. Ovvero, per un Sangiovese in Toscana, da 13 a 14,5 gradi alcolici. Oggi le temperature sono tali da permettere una maturazione piena, e quei gradi si raggiungono. Poi a volte abbiamo anche concentrazioni che portano l'alcol un po' più in su, o provocate con riduzione estrema della produzione per pianta o con leggera surmaturazione, e così arriviamo ai 15 e più di cui parla lei. Questo si fa per aumentare la qualità, ma è molto costoso perché riduce la resa per ettaro. Diverso è il caso di quest'anno, in molti casi il grado è salito per semplice concentrazione dovuta alla siccità; questo può influire sulla qualità in senso positivo o negativo, va valutato caso per caso.

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Giacomo

circa 2 settimane fa - Link

Avremo baroli e barbareschi 2017 "d 'Avola". E chi ravvisa una connotazione negativa nella mia affermazione ha colto nel segno.

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Stefano Cinelli Colombini

circa 2 settimane fa - Link

Non so com'è andata la stagione 2017 in Piemonte ma, se posso giudicare dagli assaggi del mosto svinato che ho in cantina, in Toscana avremo dei vini assolutamente di gusto Toscano. Pochi, ma assolutamente coerenti con la loro tipicità.

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