Una vite da mediano: il comprimario Dolcetto

Una vite da mediano: il comprimario Dolcetto

di Simone Di Vito

Sfogliando vecchi almanacchi calcistici che ogni tanto saltan fuori riordinando casa, leggo e mi imbatto in iconiche squadre del passato, grandi giocatori, capitani e bomber, che con i loro gol o gesta sono entrati nel cuore di sportivi e tifosi. Tra campioni e fenomeni però, all’interno di quei gruppi trovavi sempre altre personalità, oggi ormai dimenticate o quasi, gregari dal poco appeal, zero colpi da campione, ma tanta legna e il fritto per la squadra.

Magari è un po’ azzardato, ma a mio avviso il paragone col vino ci sta tutto, nel panorama italiano ed estero infatti, tra le numerose varietà carismatiche trovi sempre il “reietto” di turno, ed io che ogni tanto sono più per un Damiano Tommasi d’annata che per il classico Batistuta(due degli artefici della Roma scudettata 2000/2001), più per Lele Oriali che per Paolo Rossi, pensando a tutto questo, mi fa venir in mente il Dolcetto d’Alba.

Quando è calato in realtà a lui più congeniali, scevro da qualsiasi pressione o dualismo, riesce ad esprimersi appieno e in libertà, come a Dogliani, dimensione assai più adatta alle sue corde; ma se immerso nella folta rosa delle Langhe, viene inevitabilmente schiacciato da sua maestà nebbiolo e dall’ex matricola da tavola barbera. I langhetti poi ormai guardano al mercato straniero, hanno messo sotto contratto due francesi(pinot nero e chardonnay) e un tedesco(riesling), e per il povero dolcetto non vi è quasi più nemmeno la panchina, spesso si va direttamente in tribuna.

Non me lo aspettavo, ma quando passi un po’ di tempo in Langa, non senti quasi mai parlare positivamente del dolcetto, tra espianti e lamenti, si passa da quello che lo mantiene solo «perché piaceva a papà», a quello che «preferisco la barbera a tavola», se ne ordini una bottiglia al ristorante qui in zona poi, il sommelier di turno, se sarà carino non metterà bocca alla tua scelta, penserà solo «Loooser!», figuriamoci poi se trovi quello spigliato e chiacchierone…

Varietà piuttosto sensibile a malattie come oidio e peronospora, fragile al punto che «se tocchi un grappolo cade in terra in un lampo» – mi dissero, dalla maturazione precoce, il che la rende tra le prime ad esser raccolta, ma di vigoria bassa e quindi dalla produzione incostante, insomma avrà pure qualche lato positivo questo dosset, altrimenti non ce n’è uno di motivo.

Facile parlare delle superstar, ma dopo tanti vini da pallone d’oro, ho deciso di dedicare un post al dolcetto, scegliendone uno bevuto di recente e un altro che in questi anni mi ha colpito; vino che quando capita non mi dispiace affatto, anche perché, sarò anch’io un perdente, ma non si può sempre bere Barolo o Barbaresco no?!

La prima scelta fresca di bevuta ricade su quello di Ferdinando Principiano, annata 2019, proveniente da vigne situate a Sant’Anna e Montagliato, le parti più alte nella zona sud di Monforte. Un vino che dire bevibile suona un po’ per un eufemismo; rapido e invitante, schietto e succoso, senza fuochi artificiali ma concreto fino al midollo; un fruttato di mirtillo e more sia al naso che in bocca, finale speziato e sufficientemente lungo. Lo abbino con una serie di salumi e formaggi e fa la sua parte, ma anche con una bistecca o un ragù ci starebbe a puntino.

Il secondo dolcetto scelto è il Vigna santo Stefano di Perno 2017 di Giuseppe Mascarello, incontrato casualmente all’evento “Nebbiolo nel Cuore” di un paio d’anni fa qui a Roma. Era in compagnia del fratellone Monprivato 2014, che normalmente gli farebbe ombra, ma quella volta non fu così; mi stupii molto infatti il sommelier che serviva gli assaggi, che disse «il Monprivato? Quest’anno è da lasciar perdere, molto meglio questo dolcetto, fidati» e aveva ragione, il Barolo proveniva da un annata molto piovosa, risultava ancora scomposto e insufficiente per il suo livello abituale, mentre il dolcetto? Me ne innamorai fin da subito, tra un fruttato di ciliegia, e delicate nuance di goudron, un assaggio morbido, e un tannino ben presente, ero davanti ad un dolcetto di livello; quella volta poi, tornai a casa e mi misi a scartabellare diversi wineshop online per acquistarlo, e dopo averlo trovato, ne presi 12 bottiglie da dividere con gli amici.

E oggi invece com è? Decisamente più maturo, e mostra tutti i segni dell’evoluzione al naso, dove prendono il sopravvento pot pourri, spezie dolci e grafite, assaggio sempre caldo e morbido, tannino ora quasi impercettibile, acidità ancora presente. Forse il momento giusto per aprire la bottiglia, nel pieno della forma, un degno rappresentante della tipologia.

E mentre c’è chi si scanna per la definizione di vignaiolo, e chi invece storce la bocca per l’ennesima guida vini redatta, io scrivo di dolcetto, una varietà d’uva, un’entità astratta e solitaria, pura e malinconica come un brano di Ludovico Einaudi, con la quale però oggigiorno mi risulta più facile andar d’accordo. Il vino è convivialità e stare in compagnia, e la bottiglia di certo non parla, lo so, ma sono sicuro che ascolta e sopratutto non spara cazzate.

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Vini assaggiati:

  • Dolcetto d’Alba 2019 – Ferdinando Principiano, intorno ai 12 €.
  • Dolcetto d’Alba 2017 Vigna S.Stefano di Perno – Giuseppe Mascarello, intorno ai 17 € (2018).
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Simone Di Vito

Sommelier Ais, ex bassista e batterista incallito, operaio di giorno, di notte invece si trasforma in un anomalo assaggiatore; appassionato di terroir, tipicità e di tutto ciò che è autentico nel mondo del vino. Per la Borgogna ha un'ossessione, per le Langhe un sentimento; coltiva il sogno di parcellizzare tutto quel che lo circonda, quartieri di Roma compresi...

5 Commenti

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roberto bordignon

circa 2 mesi fa - Link

Come partita vedrai bene il Dolcetto contro Il Gamay, Beaujolais. Un Francesco Boschis Dogliani Sup. Vigna dei Prey con il Morgon Cote du Py di Jean Foillard. Poi il sommelier, se crede e capisce il Dolcetto ne ha un vasta scelta da offrire al cliente. E il 2019 e una grande bel annata per il Du7 - il nome e marchio e di Roberto Garbarino , produttore di Alta Langa che fa anche un bel Du7

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vinogodi

circa 2 mesi fa - Link

...condivisibile e piacevole scritto , quasi in tutto , complimenti : mi ha fatto piacere leggerlo ... e non è poco per i tempi che corrono : non mi soffermo su alcune puntualizzazioni , forse perchè le argomentazioni sono funzionali al racconto e quindi da affrontarle con il sorriso , più che a creare un confronto ...

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josè pellegrini

circa 2 mesi fa - Link

Un bell'elogio del dolcetto, che meriterebbe più attenzione . Ma è così che accade ai semplici, a chi non sgomita . Un bel vino da tavola quotidiana , un vino della memoria , da non perdere , da riscoprire .

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Giovanna Bronzoni

circa 2 mesi fa - Link

Complimenti! Stupendo articolo, come tutti quelli pubblicati. Bravi, sito meraviglioso che rappresenta la miglior voce interessante "fuori dal coro". Leggervi è veramente arricchente sotto più profili.

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Sancho P

circa 2 mesi fa - Link

Articolo bello e vero. In alcune annate, meglio assaggiare prima il Monprivato e poi il Dolcetto Santo Stefano di Perno. Il frutto di quest'ultimo, potrebbe sorprendere rispetto alla fine mineralità e alle note marine del primo. Aggiungo alla lista il Dolcetto di T. Rivella, per la fragranza del frutto e il Boschi di Berri di P. Marcarini per la complessità e le capacità di evoluzione. Roddolo permettendo.

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