Tutti possono scrivere di vino

Tutti possono scrivere di vino

di Jacopo Cossater

Titolo non casuale, lo stesso (ma senza punto interrogativo finale) del convegno organizzato da Slow Wine a Montecatini Terme lo scorso 13 ottobre in occasione dell’uscita della guida e durante il quale era previsto anche un mio breve intervento. Fin troppo conciso, con il senno di poi: nonostante la grande vicinanza che provo nei confronti di queste tematiche la mia è stata infatti esposizione tutt’altro che indimenticabile, espressa senza la necessaria lucidità e tradita da un’eccessiva emozione. Peccato. Un momento di dibattito il cui punto di partenza era da ricercarsi nelle parole dei curatori, Giancarlo Gariglio e Fabio Giavedoni, utilizzate nell’introduzione a Slow Wine 2019. Eccone un estratto (qui il testo completo):

Rileviamo come oggi sia premiata a tutti i livelli l’espressione diretta del proprio pensiero, senza la mediazione dei cosiddetti corpi intermedi, che per anni hanno costruito l’ossatura delle democrazie occidentali. Il vino non è esente da questa tendenza generale: basta navigare in rete per dieci minuti per essere investiti da un numero spropositato di discussioni che costellano il nostro piccolo mondo, dibattiti aperti su qualsiasi fase di coltivazione dell’uva prima, e di produzione del vino poi. Ogni dettaglio, anche il più piccolo, finisce sotto la lente d’ingrandimento di appassionati più o meno preparati. Se per noi che abbiamo fatto della critica enologica una professione districarci in questo labirinto è già molto complicato, ci immaginiamo cosa possa accadere al neofita o al semplice appassionato che ha voglia di approfondire, ma non ha dieci ore al giorno di tempo per farlo. Temiamo che in questo contesto alla fine vinca chi urla più forte, chi afferma le teorie più accattivanti, parlando alla pancia, pardon alla gola, del lettore.

Due gli aspetti di grande interesse. Da una parte che a porre la questione della disintermediazione culturale nel mondo del vino siano proprio i curatori della più importante guida italiana, settore che nel giro di un decennio ha visto cambiare molte delle dinamiche dell’ecosistema in cui era inserito. Dall’altra che si riconosca quanto anche nel vino nel giro di pochi anni si sia per certi versi spezzato quello che Alessandro Baricco definisce nel suo straordinario “The Game” il “patto tra le élites e la gente”.

Un testo fondamentale che parte dall’idea che quella che stiamo vivendo non è solo una rivoluzione tecnologica fatta di nuovi oggetti ma il risultato di un’insurrezione prima di tutto mentale che ha trovato negli smarthphone e nei social media i suoi strumenti perfetti. Qui una sorta di abstract, articolo uscito sulla Repubblica lo scorso gennaio. Tra i tanti passaggi fondamentali:

Tutti i device digitali che usiamo quotidianamente hanno alcuni tratti genetici comuni che vengono da una certa visione del mondo, quella che avevano i pionieri del Game. Uno di questi tratti è decisamente libertario: polverizzare il potere e distribuirlo a tutti. Tipico esempio: mettere un computer sulla scrivania di tutti gli umani. Potendo, nelle tasche di ogni umano. Fatto. Non va sottovalutata la portata della cosa. Oggi, con uno smartphone in mano, la gente può fare, tra le altre cose, queste quattro mosse: accedere a tutte le informazioni del mondo, comunicare con chiunque, esprimere le proprie opinioni davanti a platee immense, esporre oggetti (foto, racconti, quello che vuole) in cui ha posato la propria idea di bellezza. Bisogna essere chiari: questi quattro gesti, in passato, potevano farli solo le élites. Erano esattamente i gesti che fondavano l’identità delle élites. Nel Seicento, per dire, erano forse qualche centinaio le persone che in Italia potevano farli. Ai tempi di mio nonno, forse qualche migliaio di famiglie. Oggi? Un italiano su due ha un profilo Facebook, fate voi.

E ancora:

Le élites sono da tempo preda di un torpore profondo, una sorta di ipnosi da cui declinano un pensiero unico, allestendo raffinati teoremi il cui risultato è sempre lo stesso, totemico: There Is No Alternative.

Traducendo quest’ultimo nel nostro mondo non vengono in mente anche a voi i vini naturali? In particolare a quanto, a distanza di ormai una quindicina di anni, questi ancora fatichino ad essere riconosciuti da tutto un certo establishment, se rendo l’idea. E poi che proprio il mondo del vino naturale possa coincidere in parte con questa disintermediazione non è casuale: il suo avvento non è corrisposto a un semplice cambiamento stilistico ma a un mutamento molto più profondo che, partendo da sacrosante istanze produttive, ha investito ogni passaggio, ha infranto ogni regola del mondo del vino precedentemente conosciuto creando un universo tutto suo, che comprende anche e soprattutto il linguaggio usato per descriversi. Che il mondo dei blog e l’avvento e successivo consolidamento dei social media coincidano quasi perfettamente con questa nouvelle vague produttiva non può essere solo un caso, direi.

La situazione non è però mai stata tanto confusa, specie nella straordinaria commistione che esiste tra informazione e comunicazione, come se fosse davvero possibile mettere sullo stesso piano un approfondimento su un vino o su una denominazione e una foto postata su Instagram di quel vino o di quella denominazione, magari a pagamento. Contenuti profondamente diversi non solo per realizzazione ma anche per modalità di fruizione. Contenuti che possono avere pari dignità ma che troppo spesso vengono messi nello stesso calderone, quel “vino su internet” che è in realtà qualcosa di straordinariamente complesso e sfaccettato.

Anche di questo parleremo dopodomani, domenica, al Genova Wine Festival durante l’incontro dal titolo “Intravino: dieci anni di vino italiano in un’ora”. Appuntamento alle 14:15 a Palazzo Ducale.

[immagine: Richard Hemming MW]

Jacopo Cossater

Comunicazione digitale ed e-commerce, è tutta una questione di vino, di birra e di trail running. Vive in Umbria, a Perugia, per motivi diversi ha un debole per NYC e per Stoccolma ma non potrebbe mai fare a meno dei ritmi dell'Italia Centrale. Su Intravino dal 2009.

12 Commenti

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Gianpaolo

circa 3 mesi fa - Link

caro Jacopo, bella riflessione, alla quale vorrei aggiungere un'appendice. Nel mondo degli appassionati di vino a livello internazionale i Riesling vengono venerati (quelli buoni, ovvio) e sono, nelle varie degustazioni, una categoria sovrarappresentata dal punto di vista dell'effettivo consumo. Non me ne dolgo, faccio parte di quelle persone, come forse la maggior parte dei lettori di Intravino. Pero', siamo sicuri che fenomeni come "i vini naturali" fatichino ad essere riconosciuti da un certo establishment, per usare le tue parole, o piuttosto e' vero il contrario? Vogliamo riconoscere che noi siamo "establishment" o no? E che in realta il 95% del consumo di vino - stando stretti - non si pone neanche il problema?

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Jacopo Cossater

circa 3 mesi fa - Link

Sicuro Gianpaolo. Il mio (e forse anche nostro) enomondo è tutto in quel 5%, mai pensato il contrario.

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Gigi

circa 3 mesi fa - Link

Viviamo la rivoluzione in cui una mandria infinita di cretini ignoranti può commentare tutto compensando con veemenza volgare la povertà di pensiero, cultura e consapevolezza. Prima si facevano compatire ai banconi del bar e ora fanno gli haters sui social.

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Nelle Nuvole

circa 3 mesi fa - Link

Mamma mia, tanta robba, troppa forse! Cercherò di esserci domenica, abbandonando il mio banchetto. Una cosa però mi sento di scriverla ADESSO : quel che scrive Baricco non mi trova d'accordo, ma proprio per niente. Certo che esistono le élites, come sempre, e quelle quattro cose che secondo lui adesso possono fare tutti sono una pia illusione. Il fatto di avere un profilo su Facebook non comporta certo di poter accedere a tutte le informazioni del mondo, né di comunicare con chiunque, la propria opinione importa veramente a pochi e possiamo sì esporre quel che ci pare, ma tutto questo non ci fornisce il potere che continua ad essere delle élites. Ci vediamo domenica, verrò con un paio di orecchie extra.

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Nic Marsél

circa 3 mesi fa - Link

Ecco, bravissima, mi hai anticipato. In rete c'è troppa spazzatura, il che rende complicato trovare qualcosa di davvero utile in tempi ragionevoli, considerati il mezzo e le premesse. Se poi non fai parte dell'elite, ma a chi mai puo' interessare la tua opinione e ciò che metti in mostra? A nessuno! A parte google (per scopi commerciali) e al grande fratello di Orwell (per scopi politici).

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Jacopo Cossater

circa 3 mesi fa - Link

Ciao NN, come avrai notato a Genova alla fine non ci sono venuto, bloccato a casa da una terribile influenza. Quanto mi è dispiaciuto! Ho seguito la diretta su Facebook che Giovanni Corazzol ha fatto dal mini-convegno dedicato ai 10 anni di Intravino ma non è stata certo la stessa cosa. A presto, a Montalcino.

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Anulu

circa 3 mesi fa - Link

Secondo me di vini naturali si parla anche troppo, tant'è che chiunque giovane nuovo non strutturato si è buttato a fare vino naturale e in giro per il mondo è strapieno di portfoli di soli vini naturali. Anche in Italia ci sono molti e-commerce e distribuzioni nazionali o solo provinciali dedicate ad essi. A volte basterebbe portare ad analizzare in laboratorio certi vini per vedere quanto sono naturali, ma questo è un altro discorso

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vinogodi

circa 3 mesi fa - Link

...chiedo scusa per la mia ignoranza. Sono rimasto , come tanti amici e conoscenti , alla definizione . Qualcuno può spiegarmi cos'è un "vino naturale" ? Come presunto esperto di vino , fra gli amici e conoscenti, sono martellato da questa domanda e , pur non ripetendomi e articolando ogni volta la risposta, mi si continua ad attorcigliare la lingua a un certo punto e i suoni si fanno disarticolati, così come le unghie dolgono a furia di arrampicarsi su vetri più o meno specchianti. Quindi il "volgo" , pur attratto in regime di psicosi collettiva salutista, verso l'azione nutraceutica di ciò che si ingurgita o , perlomeno , su ciò che non ti fa morire di cancro prematuramente, è dubbioso su ciò che non è chiaro per un naturale principio di precauzione , per cui se già si partisse da una definizione univoca di "naturale" sarebbe assai più rassicurato nell'usufruirne , anche in maniera cospicua ...

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vinogodi

circa 3 mesi fa - Link

... tornando a bomba sul focus dell'articolo , la pseudodemocratizzazione della conoscenza non esiste solo nel vino , ci mancherebbe. Magari è più mascherata di altri settori perché ci si trincera dietro al concetto di "de gustibus" inattaccabile , quando si parla di valenze sensoriali . Non me ne farei un cruccio , c'è di peggio nella pseudo - divulgazione scientifica : San Wikipedia ha fatto più danni delle cavallette . Chiaro, ne soffre "la Guida" perché ha come obiettivo "guidare" , quindi ha necessità di legittimazione . Secondo me il problema non sta nella guida , ma dalle persone che giudicano all'interno della guida .... conoscendone parecchie , non mi stupisce , il fenomeno ...

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Jacopo Cossater

circa 3 mesi fa - Link

Ciao Vinogodi, anche io credo Wikipedia abbia fatto "più danni delle cavallette". Talmente tanti che ho fatto giustappunto l'altro giorno la mia donazione annuale alla Wikimedia Foundation. ;)

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Denis Mazzucato

circa 3 mesi fa - Link

Penso che il mondo sia già un passo avanti rispetto al focus dell'articolo. Sì, tutti possono scrivere di vino, e questo è un problema perché si fa più fatica a capire quando quello scritto è affidabile e quando no. Però a questo semplice ragionamento, anche se non vuole ammetterlo, è già giunto chiunque si approcci a internet da almeno 15 giorni... Con questa premessa secondo me diventa responsabilità di ognuno non accontentarsi della voce più grossa, o di quella che canta meglio, ma approfondire, scremare, fino a trovare le fonti più autorevoli. Perché le fonti autorevoli, spero siamo d'accordo su questo, esistono ancora! Sono solo diventate una parte piccola del caos. Serve più tempo? Sì, certo... ma il risultato sarà migliore perché frutto di un lavoro per forza più lungo e accurato.

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Matteo

circa 3 mesi fa - Link

Condivido in pieno! E il discorso vale per qualunque argomento immaginabile. Facendo un esempio banale: come pensate possa sentirsi allora un medico che vede scritte in rete ogni tipo di assurdità riguardo la medicina? (la mia non è una critica ma una semplice riflessione). Tutti possono scrivere di qualunque argomento sui social e su internet? Ovviamente si, è "la potenza" di questo mezzo, nel bene e nel male, che piaccia o meno. Nessuno può ormai estraniarsi da questo , a meno di disconnettersi totalmente dal Mondo, ma a quel punto che senso avrebbe scriverlo qui? Anche blog validissimi come questo sono nati proprio grazie alla fruibilità di internet, per cui non lamentiamoci troppo che qualcosa di positivo c'è anche in questa libertà di esprimere il proprio pensiero ;-)

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