The Making Of | Intervista ad Armando Castagno. Cos’è e come nasce il librone sulla Borgogna

The Making Of | Intervista ad Armando Castagno. Cos’è e come nasce il librone sulla Borgogna

di Graziano Nani

“No matter what happens now, I shouldn’t be afraid. Because I know today has been the most perfect day I’ve ever seen.” Videotape è uno di quei pezzi in cui i Radiohead, dopo l’ultima parola del testo, indugiano parecchi secondi prima di sfumare verso la chiusura. Invece questa volta il pezzo fa una brutta fine e viene troncato dalla manopola della radio.

Armando Castagno è al volante, direzione Beaune, per una delle incursioni che daranno vita al suo nuovo librone sulla Borgogna. È riuscito ad ascoltare mezz’ora di Radiohead ed è già un miracolo, ma ora i suoi amici non ce la fanno più. Uno in compenso inizia a raccontare per filo e per segno le regole del bridge e il bello è che gli altri sembrano trovarlo più interessante di Thom York e soci, vabbè.

Le luci del giorno scompaiono piano piano ed è qui che l’Octavia nera, muso volitivo e griglia in mezzo ai fari, diventa una balena con i denti digrignati. Ascoltando i racconti basta poca fantasia per immaginare l’atmosfera della combriccola in auto ed essere lì con loro sui sedili. Un po’ lì e un po’ qua, qualche mese dopo, a fare qualche domanda ad Armando per capire come nasce il librone e di quali emozioni è figlio.

 

Graziano: Il librone supera i quattro chili. Facciamolo a fette: quali sono le parti principali e quanto pesano?Armando: Il libro è diviso in tre parti, più due introduzioni. La prefazione è di Michel Bettane, breve ma sentita, arrivata la sera stessa del giorno in cui l’ho chiesta. L’altra è di Fabio Rizzari, che inquadra il libro anticipandone la struttura. C’è una parte introduttiva di temi generali, una sessantina di pagine e quindi boh, tre etti di peso, o tre etti e venti, signó, che faccio, lascio? Tratta di storia, vitigni, terroir, del come si usa fare il vino in Borgogna, di legislazione, toponomastica e altro.

La seconda e la terza parte, 27 capitoli dedicati alla Côte de Nuits e alla Côte de Beaune, rappresentano il lavoro enografico e sono il cuore del volume. Stiamo parlando di 680 pagine, quindi tre chili e mezzo. Per ciascuna denominazione di origine sono trattati innanzitutto i caratteri generali, e a seguire ogni vigna di un certo rilievo ha una scheda sua: tutti i Grands Crus, ovviamente, ma anche tutti i Premiers Crus: sono quasi 400 monografie. Infine, ogni capitolo si chiude con un paragrafo sulle parcelle di categoria Village di maggiore importanza.

Borgogna


In pratica un delirio.
In pratica un lavoro molto ambizioso e sinceramente spossante. Il volume si conclude con una quarta parte composta da una serie di appendici, tra cui il glossario e la classificazione delle ultime 117 annate (dal 1900 al 2016 compreso). Per realizzare il libro ovviamente oltre alle fonti bibliografiche sono serviti parecchi viaggi, dai quali ho riportato 19 quaderni pieni zeppi di appunti e innumerevoli interviste anche registrate. La parte più divertente forse è stata la ricerca delle aziende meno conosciute ma radicate nel territorio, specialmente nei comuni meno noti: da questi piccolissimi Domaine ho avuto informazioni di prima mano e visto vigneti dei quali non mi ero mai accorto prima. Alla fine una buona percentuale delle informazioni che ci sono in questo libro sono inedite.

Hai fatto un lavoro più profondo persino di quelli che vivono in Borgogna, qualche francese ci rimarrà di stucco…
Lo spero per la bandiera. Mi piacerebbe che noi italiani, quando si parla di critica internazionale sulla Borgogna, che è un territorio-chiave del vino mondiale comunque la si pensi, venissimo presi in considerazione. Mi fa piacere citare al proposito due amici che ci hanno messo l’anima e scritto tre libri, uno dei quali in uscita: da soli compongono quasi tutta la bibliografia italiana recente sulla Borgogna. Sono Camillo Favaro e Giampaolo Gravina. Gli va dato il merito di aver aperto una porta. Ora in questa porta però ci dobbiamo infilare.

Borgogna

Com’erano i viaggi verso Beaune? Chi ti ha fatto compagnia?
Con la Balena ho fatto almeno 16-17 volte avanti e indietro dalla Borgogna, in tutte le stagioni, e d’estate c’era sempre qualche amico. Tre in particolare erano sempre presenti: Giancarlo Marino, Luca Santini e Giampiero Pulcini. In viaggio c’era molto cazzeggio e divertimento, anche quando mi accusavano di andare troppo lento, ma sono solo malignità: io sono prudente, non lento. No, ok, anche un po’ lento, in effetti. Però le multe che ci sono state comminate dalla severissima Gendarmerie non le abbiamo MAI prese quando guidavo io, ecco. Io cercavo di far sentire la musica che piace a me. Ho avuto un 50% di riuscita. È andata abbastanza bene con i Radiohead e i Genesis, e meno bene con i cantautori italiani che amo, come Paolo Benvegnù; con il rock italiano indipendente non ti dico…

Una volta, credo pur di non sentire la mia musica, Giancarlo ci ha spiegato come si gioca a bridge. Ha iniziato a Rivoli Torinese e ha finito alla periferia di Beaune. Tre di noi erano svenuti; io non ci ho capito un cazzo.

Borgogna

Mi dicono dalla regia che il librone ha una forte impronta narrativa, che c’è molto racconto.
Sì, è venuto fuori un libro meno tecnico di quanto pensassi, e meno male. Per ogni vigna dove ci fosse qualcosa da raccontare, io ho cercato di raccontarlo. Dove una vigna mi ha consentito di abbandonarmi alla narrazione e portare il lettore, diciamo così, a spasso per il luogo o nel tempo, io l’ho fatto, a ruota libera, senza schemi particolari. La mia ambizione era ed è quella di un libro che si possa aprire anche a caso. Ogni capitolo fa storia a sé, anche se ovviamente c’è un filo conduttore. Il libro va da nord a sud, si parte da un contesto urbano – quello di Digione, un contesto chiuso, freddo… per arrivare all’apertura solare degli ultimi 2 capitoli, tra cui quello su Maranges. Speriamo che il tono della narrazione renda l’idea di questa specie di anelito di sole, questa voglia di Midi che io trovo molto presente in Borgogna come l’ho trovata, a suo tempo, a Sancerre; non l’avevano solo Gauguin, Van Gogh e Verlaine.

Tra tutti i capitoli, quali sono quelli riusciti meglio?
Quelli dedicati ai comuni meno noti. Il mio preferito è il 19, quello su Auxey-Duresses. Ci sono poi diversi capitoli relativi alla Côte de Beaune che sono venuti bene. E di questo sono felice, perché scegliendo l’itinerario da nord a sud temevo che il libro potesse perdere di interesse, perché i Grand Cru sono quasi tutti a nord. Eppure è così che si vede la vera grandezza del territorio, perché ci ho trovato cose interessanti fino alla fine.

Santenay

Raccontaci i riferimenti bibliografici più importanti del progetto. Quale di questi ha un’anima narrativa?
“The Great Domaines of Burgundy” di Remington Norman, che da 20 anni rappresenta un punto di riferimento imprescindibile, è molto focalizzato sui Domaine. “Au coeur de la Bourgogne” di Jasper Morris – un testo molto completo, una vera bibbia – tranne qualche rara eccezione tende ugualmente ad andare molto al dunque con il classico stile asciutto della critica anglosassone. L’unico volume dietro il quale si vede per dire così il “ghigno” dell’autore è secondo me “The Wines of Burgundy”, del grande e grosso Clive Coates. È un libro pieno di ironia, troppo sbrigativo per quanto riguarda la parte enografica, perché fatto essenzialmente da note di degustazione stringate, un po’ lapidarie. Ma si impara moltissimo, a leggerlo.

Qual è stata la cosa più difficile?
Scrivere il capitolo su Beaune, perché è un comune che ha una struttura legislativa particolare. Ci sono addirittura 42 Premier Cru, più che in qualunque altro comune, e sono in gran parte in mano ai négociants. I quali, trovandosi magari piccole parcelle in 20 Premier Cru diversi, di solito tendono a fare un assemblaggio, e quindi non rivendicano 20 vini diversi su Beaune, ma magari solo 3. Questo significa che ci sono vigneti a Beaune che non esistono sul mercato rivendicati in etichetta. Su queste vigne non c’è letteratura, e la ricerca è stata una caccia al tesoro; la stessa cosa è successa a Nuits-Saint-Georges, in misura minore. Altra cosa difficilissima è stato il calcolo delle altitudini minime e massime e delle pendenze, per le quali ho usato, salvo una cinquantina di misurazioni che ho effettuato io stesso in loco, uno strumento affidabile basato sul web.

Qual è invece la cosa di cui vai più fiero?
A parte il libro nella sua interezza direi l’indagine toponomastica, quella etimologica. È stata un’operazione esaltante. Alla fine ci sono quasi 200 nuove ipotesi su altrettanti vigneti rispetto ai testi di indagine toponomastica francesi già pubblicati. Loro conoscono meglio i vigneti, ma io penso di conoscere meglio il latino, che è stata la chiave per capire lo snodarsi di alcune vicende territoriali. Le mappe, davvero belle, sono quelle di Sylvain Pitiot. La grafica è mia insieme a Valeria Conte, e mi piace molto anche quella, così come trovo bellissime le fotografie di Andrea Federici, che considero un talento vero e proprio nella cattura di immagini in esterna.

Se ne nascessero dei podcast, di chi sarebbe la voce?
Argh. Non so, forse di Giuseppe Battiston. Ha una voce bellissima, molto simpatica, io l’ho sentito per la prima volta leggere “Una cosa divertente che non farò mai più” di David Foster Wallace, e se l’è cavata alla grande. In più è un grande personaggio e un ottimo bevitore. Chissà, magari un giorno lo faremo.

 

“Are you such a dreamer, to put the world to rights. I’ll stay home forever, where two and two always makes up five.” Con un gesto controrivoluzionario Armando riprende il controllo della radio. Il bridge non ha più segreti neanche per Thom Yorke, la balena ormai capta gli infrasuoni borgognoni e nemmeno il navigatore serve più.

Un prode volontario si offre di dare il cambio ad Armando, pratico di toponomastica ma meno di velocità. “Dai Armà, fammi guidare, se no a Beaune ci arriviamo dopodomani”.

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Graziano Nani

Frank Zappa con il Brunello, Hulk Hogan con il Sassella: per lui tutto c’entra con tutto, infatti qualcuno lo chiama il Brezsny del vino. Divaga anche su Gutin.it, il suo blog. Sommelier AIS, lavora a Milano ma la sua terra è la Valtellina: i vini del cuore per lui sono lì.

1 Commento

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Francesco Garzon

circa 3 giorni fa - Link

Che dire... Inside Burgundy di J. Morris non l' ho ancora comprato e tanto meno letto. Ma questo ha già il suo posto nella libreria in salotto...è in prima fila!

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