Souvenir dall’Italia: il Barolo di Giuseppe Mascarello, annata 1965

Souvenir dall’Italia: il Barolo di Giuseppe Mascarello, annata 1965

di Salvatore Agusta

È buona consuetudine, di ritorno da un viaggio, portare un pensierino a chi rimane ad aspettarti, giusto un regalino che possa aiutarlo ad asciugare le lacrime della solitudine e a consolare dell’invidia. I souvenir piacciono a tutti, e danno quel senso di “me lo metto in bella mostra a casa e faccio il figo, anche io due anni fa sono stato in Thailandia”.

Non è il mio caso, a me la Thailandia manco piace, però anch’io ho un debole ed è di questo che oggi vi racconterò. Dall’Italia mi mandano un po’ di tutto. Io per dire la verità chiedo cose semplici come il famoso sgrassatore di Marsiglia o l’amido per stirate le camicie. Questa volta invece mi sono beccato un Barolo di Giuseppe Mascarello del 1965. Che si fa, dicevo di no?

Decido di aprirlo con alcuni amici, mal comune mezzo gaudio, se dovesse esser aceto lo utilizzeremo come tale. Infatti per cena avevo pronte anche delle cipolle da sfumare qualora fosse stato necessario. Dopo tutto, non capita tutti i giorni di avere delle cipolle sfumate con un vino di cinquantadue anni.

Apro la bottiglia quaranta minuti prima di servirla, giusto per espletare le necessarie operazioni e appunto scoprire se fosse stata una di quelle bottiglie che fanno piangere, come le cipolle di prima. Estraggo il tappo con una facilità inaspettata, facendo attenzione a fermare il verme alla giusta altezza e a tirare soavemente. La prima sniffata promette bene – diciamocelo, il vino ha pur sempre un’età da paura, non posso aspettarmi che sia in grado di esprimere al 100% le sue possibilità. La viviamo più come un’esperienza, e senza tante pretese andiamo avanti. Decanto il vino in modo da separalo dai cospicui e corposi sedimenti.

Il colore è di un rosso tendente leggermente all’aranciato, luminoso ma non intenso.
Al naso ci sono solo sentori terziari come era immaginabile. Note di castagno, affumicato, pelle bagnata. Leggeri spunti di sottobosco e quel che i sapienti poeti usano descrivere come scatola in radica di Vavona (Sequoia).
Al palato sprigiona una gradevole intensità; colpisce la discreta acidità e l’accenno dei tannini. Per il resto ripropone quelle note terziarie che evolvono sempre di più verso l’affumicato.

Il vino non ha deluso affatto, anzi ci ha dato una buona lezione di esperienza. Sapevamo tutti che c’era un tendenziale appassimento delle note, e adesso non voglio fare quello che ha pescato la trota più grande, ma tutto sommato il risultato finale è stato sorprendente. Senza dubbio una vittoria.

Una precisazione va fatta, se non altro per tutti quelli che come me sono curiosi di comprendere le dinamiche in tema datazione del vino.
Il vino Barolo è stato riconosciuto D.O.C. con DPR 23.04.1966 (G.U. 146 – 15.6.1966). Tuttavia, avendo tale vino un periodo minimo di invecchiamento uguale a tre anni, più l’anno della vendemmia, l’annata del 1965 è uscita in commercio nel 1969 ossia quando la D.O.C. era stata già approvata. Una piccola precisazione che vale la pena menzionare per dare un esempio interessante di come vengono datati i vini.

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Salvatore Agusta

Giramondo, Francia, Lituania e poi Argentina per finire oggi a New York. Laureato in legge, sono una sorta di “avvocato per hobby”, rappresento uno studio di diritto internazionale negli Stati Uniti. Poi, quello che prima era il vero hobby, è diventato un lavoro. Inizio come export manager più di 7 anni fa a Palermo con un’azienda vitivinicola, Marchesi de Gregorio; frequento corsi ONAV, Accademia del Vino di Milano e l’International Wine Center di New York dove passo il terzo livello del WSET. Ho coperto per un po’ più di un anno la figura di Italian Wine Specialist presso Acker Merrall & Condit. Attualmente ricopro la posizione di Wine Consultant presso Metrowine, una azienda francese in quel di New York. Avevano bisogno di un italiano ed io passavo giusto di là. Comunque sono astemio.

5 Commenti

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Graziano

circa 2 mesi fa - Link

Sempre interessante leggere le degustazioni. Sempre molto accademiche da lezioncina. Avete qualcuno di più Aptico

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Daniele

circa 2 mesi fa - Link

Aptico? Cioé che palpeggi la bottiglia e che ne descriva il vino infilandoci un dito?

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Matteo

circa 2 mesi fa - Link

si molto accademico: ma che odore ha il castagno? affumicato? nel senso che lo hai annusato dopo un incendio? e poi certo, la sequoia. Sì quella è proprio inconfondibile. Dai, facciamoci una risata!

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Salvatore Agusta

circa 2 mesi fa - Link

Io volevo scrivere che sapeva di ascelle di cammello, interno coscia di lottatore di sumo e palle di ippopotamo ma se inizio a descrivere i vini in questo modo poi la gente che cosa può pensare di me?
Soprattutto, io, cosa posso pensare di me stesso?
Comunque dalle prossime recensioni comincio a usare un linguaggio meno tecnico e più urban.
Ahahahahahah

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Matteo

circa 2 mesi fa - Link

Grande Salvatore!
ecco cos'era quel sentore su un PN naturale made in Romagna recentemente assaggiato: interno coscia di lottatore di sumo!
Aggiungo subito il descrittore!
Ahahahahahah!

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