Sotto a chi tocca. La gente del vino: Bernardo Conticelli (uno bravo a fare proprio tante cose)

Sotto a chi tocca. La gente del vino: Bernardo Conticelli (uno bravo a fare proprio tante cose)

di Alessandro Morichetti

Alcuni saranno famosi, altri lo sono già ma poco cambia: sono le persone che – a vario titolo: giornalisti, degustatori, blogger, sommelier, commercianti – ci aiutano a bere meglio, capire di vino, approfondire la nostra passione e divertirci.
La gente del vino: sotto a chi tocca! Oggi è il turno di: Bernardo Conticelli.

Chi sei? Presentati.
Sono nato nel 1981 a Firenze dove vivo tuttora, e mi confesso subito: nel mio percorso di formazione nel vino non ho partecipato al Forum del Gambero Rosso, non ho frequentato Porthos e non ho fatto corsi da Slow Food.
Ho frequentato il liceo scientifico e la facoltà di Scienze Politiche, terminata con una tesi sulla legislazione vitivinicola europea visto che nel frattempo la passione per la politica si era fusa e confusa con un’attrazione crescente per il mondo vino. Durante l’università ho frequentato il corso da sommelier per provare a capirci qualcosa di più, e nello stesso periodo, tra un’assemblea studentesca e un esame, ho lavorato per alcuni anni come “extra” di sala in un ristorante nel centro di Firenze di proprietà di una nobile e nota famiglia fiorentina produttrice di vino dove capitava spesso di servire al tavolo attori, politici ma soprattutto grandi personaggi del vino, che erano coloro i quali mi incuriosivano di più. In quegli anni il maitre David Materassi, una grande professionista della ristorazione, mi ha pazientemente insegnato cosa vuol dire il lavoro di sala, i ritmi, il rispetto per il cliente e l’amore per quel lavoro.

Con la laurea ancora fresca d’inchiostro e ormai deciso che il mio futuro dovesse essere il mondo del vino, sono volato a Parigi per seguire il Master in Wine Marketing e Management dell’OIV che mi ha portato in dieci mesi a viaggiare per oltre ventisette paesi del mondo tra Europa, Asia, USA e Sud America per studiarne la produzione e i mercati. A ventisei anni avevo visitato tutti i principali vigneti (salvo l’Oceania, che ho parzialmente recuperato in seguito) ed avevo conosciuto diverse centinaia di produttori, dai miti di Bordeaux o Borgogna o Spagna o Argentina a curiose industrie viticole nel mezzo della Cina o bizzarre produzioni in Svezia, oltre che importatori, trade e affini ed aver assaggiato oltre quattromila vini: un frullatore di esperienze umane e professionali indelebile che mi ha condizionato molto nel modo di approcciarmi al vino, regalandomi una visione più ampia che non soltanto quella eurocentrica o italico-centrica.

Da allora vivo e lavoro tra Firenze e Parigi dove mi occupo di consulenza marketing, promozione e internazionalizzazione delle aziende vitivinicole con la mia società Vinifocus e collaboro con Michel Bettane e Thierry Desseauve di cui curo la selezione delle aziende italiane da otto anni. Accanto a questo, ho avviato una piccola importazione di vino italiano in Francia e negli USA, mi occupo di formazione presso alcuni Master di wine management, corsi da sommelier e wine tours. Cerco di continuare a studiare ed approfondire, per questo sto (lentamente) finendo il corso WSET a Londra dove sono all’ultimo esame dell’ultimo livello, il Diploma, insieme a corsi di degustazione sull’olio e miele. Nel tempo libero mi diverto a produrre miele, olio e zafferano nelle campagne intorno a Firenze.

Qual è stata la tua sveglia enoica?
Il fiasco di vino sfuso che il nonno, agronomo, teneva sempre in tavola a pranzo e cena; è stato il primo vino che ho assaggiato, ed è stato con lui che da bambino ho pestato l’uva del poco vino che produceva in modo molto casalingo nel terreno di famiglia. Un momento che ricordo molto giocoso e che forse, nell’inconscio, mi ha indirizzato a fare ciò che faccio adesso.

E quale, da adolescente o giù di lì, il primo vino ad averti propriamente sedotto?
In adolescenza il vino non era il primo dei miei pensieri, e forse neanche il secondo o il terzo, diciamo che vodka, rum, tequila e gin (non quelli fighetti di adesso, ma i gin che potevi usare anche per sverniciare i mobili) suscitavano molto più interesse. Ad ogni modo ricordo un paio di episodi abbastanza ravvicinati: per una cena dove volevo fare bella figura, e sapevo che ci sarebbe stata la bistecca, andai in enoteca e comprai una bottiglia di Chianti Classico Riserva Casasilia di Poggio al Sole. Fu la prima volta che comprai una “vera” e “abbastanza costosa” bottiglia di vino, almeno per i miei standard del tempo. E nei primi anni di università, una sera mentre preparavo l’esame di Politica Economica a casa del mio amico Marcello, studente veneto fuorisede oggi storico dell’economia e grande appassionato di vino, alla fine di una lunga serata spesa a ripetere le teorie sui cicli economici tirò fuori una bottiglia comprata all’Enoteca Bonatti; c’era scritto in etichetta: Damijan Ribolla Gialla. Ce la bevemmo a notte fonda, ci capii poco di quel vino in quel momento, ma ne rimasi estremamente affascinato.

Ricordi il vino che ha rappresentato il cambio di passo?
Gevrey Chambertin Coeur du Roy 2001 Dugat-Py bevuta in un bistrot di Beaune in una piovosa serata di novembre all’inizio del mio master in Francia. È stato in quel momento che ho capito quanto finezza ed eleganza in un bicchiere potevano dare più piacere della ricerca di potenza e concentrazione, benché quel vino e quel produttore, e l’ho capito soltanto anni dopo, non siano esattamente il prototipo del pinot noir borgognotto fresco, teso e scarico. Fu però il vino giusto al momento giusto, è stato per me un traghettatore, il mio Caronte nel passaggio dalla ricerca di muscoli a quella di eleganza e bevibilità.

I tuoi dieci vini della vita?
Domanda non facile, cerco di riorganizzare un po’ le idee. Mi vengono in mente queste bottiglie: Bollinger Grande Année 1999, Stephane Bernaudeau Les Nourrissons 2005, Barolo Riserva Le Rocche del Falletto 2001 Giacosa, Le Pergole Torte 1999 Montevertine, Brunello di Montalcino Riserva 1955 Biondi Santi, Cornas 1988 Thierry Allemand, Chambolle Musigny 2010 Roumier, Chateau Latour 2005, Tokaji Aszù 6 puttonyos 2002 Szepsy, Madeira Sercial 1988 Frasqueira Barbeito. Non sono un amante dei vini estremamente vecchi, che benché riconosca essere talvolta molto emozionanti, non mi regalano in genere una piacevolezza di beva che vada oltre qualche sorso.

Il tuo vino quotidiano?
Prettamente vini rossi, scorrevoli e freschi. A Parigi scelgo spesso i rossi dello Jura o alcuni cru di Beaujolais, in Italia ultimamente sono dipendente dal San Gimignano Rosso di Alessandro Tofanari de La Castellaccia, un vino che non fai in tempo ad aprire e la bottiglia è già finita. Tra i bianchi, a casa apro spesso un Podere Sassaie di Petreto.

Il vino naturale.
Qualcuno me ne da una definizione? Io non l’ho ancora trovata. Bevo vini naturali, lavoro con alcuni vini naturali ma al di là delle diatribe ormai stucchevoli sulle definizioni, un fenomeno a cui si è assistito e di cui è giusto dare atto è stato quello di aver fatto emergere, affermare e conoscere tanti viticoltori, spesso molto piccoli e in territori anche meno conosciuti, aver messo dei volti dietro a delle bottiglie, con le loro storie e i loro territori. Un modo alternativo e diverso di interpretare e lavorare in cantina. Però quando le imperfezioni stilistiche, che possono essere intriganti, diventano difetti evidenti fino alla spiacevolezza, troppo spesso giustificate e talvolta esaltate proprio perché “naturali” e quindi “caratterizzanti”, allora lì non mi ci trovate.

E non portatemi sul terreno della sterile retorica della quantità di solfiti, anche quella no, non la digerisco: meno se ne usano e più contenti siamo, ma prima viene “l’integrità” del vino ora e tra qualche anno, qui e dall’altra parte del mondo, visto che molti poi esportano a migliaia di km di distanza.

In Francia il movimento dei “vins nature” si è spinto molto in avanti ed ha contaminato un segmento importante della ristorazione chiamata bistronomie: in molti bistrot d’autore si mangia tanto bene quanto si beve in modo a mio gusto molto discutibile, con carte dei vini che finiscono spesso per essere tutte molto simili le une con le altre. In questi ristoranti se non sei estremo sei sfigato, una moda che mi porta talvolta a stappare più volentieri una birra. Non capisco poi quando sento criticare un vino naturale perchè “troppo pulito e preciso”, lì a parer mio entriamo nella sfera dell’assurdo: la ricerca delle imperfezioni come elemento di distintivo.

Apprezzo molto chi ha un approccio “laico”: si parte dalla piacevolezza del vino per poi risalire a come è stato fatto, e non partire esclusivamente da come è stato fatto per giustificarne in modo aprioristico il risultato. Fare agricoltura e fare vino sono cose difficili, che richiedono competenza ed esperienza e dove le disattenzioni non sono ammesse, non c’è spazio per l’improvvisazione.

La definizione che preferisco è quello di artigianalità, che non ha nulla a che vedere con quanti solfiti vengono messi nel vino, ma nel modo di fare ed intendere l’agricoltura, al tempo dedicato alla gestione della vigna, alla cura del lavoro in cantina, alla personalità che un produttore riesce a trasmettere ai propri vini, l’interpretazione del vitigno, della vendemmia e del suo territorio.

Il vino che vorresti ardentemente ma che non hai ancora avuto? 
Romanée Conti, scegliete pure voi l’annata, mi accontento facilmente…

Tre persone del vino alle quali senti di dovere molto.
Ciro Beligni, proprietario dell’enoteca Le Volpi e l’Uva di Firenze, per me un fratello di amicizia e bevute, una delle persone con cui ho la maggiore affinità in fatto di vino e con cui ho condiviso le più importanti esperienze di bevuta degli ultimi anni. Poi certamente Paolo Marchionni, produttore di vino in Toscana, che è stato tra i primi a darmi fiducia e coinvolgermi in alcuni progetti di lavoro in questo settore quasi dieci anni fa e con cui è cresciuto un forte legame di amicizia nel corso del tempo. Infine voglio ringraziare Enzo Vizzari, con cui in realtà non ho mai direttamente lavorato ma che il comune legame con Parigi ci ha fatti conoscere alcuni anni fa e di cui ho sempre apprezzato l’estrema gentilezza e disponibilità nei miei confronti per qualsiasi consiglio abbia avuto bisogno nel corso del tempo.

Hai un tuo vino/vitigno di riferimento?
Amo lo chenin blanc della Loira, con una passione particolare per la zona di Anjou e Chinon… soprattutto quando sono in Francia ne bevo a ettolitri: Bernadeau, Leroy e Juchepie su tutti. Per i rossi, pinot noir e syrah (del nord del Rodano) all’estero, nebbiolo, sangiovese e frappato in Italia.

Cosa detesti nel mondo del vino?
Detestare niente, è un mondo talmente vivo e vario che è bello così ed è un privilegio lavorarci. Però non capisco chi, pur lavorando in questo settore, mostra una mancanza di curiosità nell’assaggiare, scoprire, ricercare, una visione provinciale e autoreferenziale che si suggella in frasi del tipo: “…io bevo solo Sangiovese e Nebbiolo perché non c’è niente di meglio nel mondo…”. Ugualmente, non mi diverte leggere ancora oggi i vini raccontati con enciclopedici elenchi di venticinquemilamilioni di descrittori aromatici con l’unico obiettivo di creare angoscia, disorientamento e senso di inferiorità in chi li legge; credo sia il momento di semplificare ed emozionare, raccontare delle storie e delle sensazioni più che elencare dei profumi.

 

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Della stessa serie:
– Sotto a chi tocca | Francesco Annibali (ovvero: della densità di parola)
– Sotto a chi tocca | Giulio Bruni (uno di cui sentiremo parlare, a Roma e non solo)
– 
Sotto a chi tocca | Alessio Pietrobattista (uno che a degustare è bravo parecchio)
– Sotto a chi tocca | Giampiero Pulcini (la sensibilità che vorremmo)
– Sotto a chi tocca | Luca Santini (professione: direttore commerciale)
– Sotto a chi tocca | Daniele Cernilli (il mega-Direktor, anche un po’ Doctor)

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Alessandro Morichetti

Tra i fondatori di Intravino, enotecario su Doyouwine.com e ghost writer @ Les Caves de Pyrene. Nato sul mare a Civitanova Marche, vive ad Alba nelle Langhe: dai moscioli agli agnolotti, dal Verdicchio al Barbaresco passando per mortadella, Parmigiano e Lambruschi.

9 Commenti

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Nelle Nuvole

circa 3 anni fa - Link

Che bella intervista, fresca, scorrevole e piena di spunti. Proprio come i vini che piacciono a Bernardo. Però specificate che il Conticelli è quello alla sinistra della foto, altrimenti non viene preso sul serio.

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Sergio

circa 3 anni fa - Link

Non c'è niente da fare: indiscutibile la serietà che deriva dall'essere così vicino al mondo francese! complimenti davvero

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Capex

circa 3 anni fa - Link

Bella intervista davvero, Bernardo parla di vino in maniera competente e non saccente. Di queste interviste potrei leggerne un libro intero, merito anche di Morichetti.

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sergio

circa 3 anni fa - Link

Anche a me piace questa intervista, poi ognuno ai sofferma su alcuni punti e può darsi che li interpreti secondo un proprio punto di vista. Si parla spesso sul blog di rinnovare l'approccio alla degustazione del vino ma poi, nel mondo del vino, prevale quello dominante da anni.

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Giacomo

circa 3 anni fa - Link

Bel percorso, un punto di vista chiaro e di grande rispetto verso chi lavora nel vino

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Peggy Markel

circa 3 anni fa - Link

There are many reasons to consider Bernardo Conticelli a star. The breadth and scope of his wine knowledge is ben studiato and of course he makes it his business to know who's doing what from his insatiable curiosity. He's fearless in reaching out creatively for wine education and tireless in his efforts to connect producers and buyers. The Italian market needed someone who could speak for them and see outside the box, especially the lesser known producers. E un vero gentleman, young, sage, umile.

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Gabriella Tani

circa 3 anni fa - Link

Un'esperienza impressionante in cosí poco tempo che si traduce in una gran saggezza. Tutto è detto molto chiaramente e mi trova pienamente d'accordo soprattutto sull'atteggiamento talvolta cosí contraddittorio e dogmatico riguardo i "vini naturai". Questa intervista rappresenta per me una bella scoperta!

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Moritz

circa 3 anni fa - Link

Monsieur est en très bonne compagnie, comme toujours. Bernardo nous est essentiel dans notre mondovino quotidien, et simplement délicieux à toute heure.

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Simeone

circa 3 anni fa - Link

Bella intervista, condivido appieno il punto di vista sui naturali. Strano non lo abbia mai incontrato in USA e Francia visto che nel vino ci ho lavorato dal 2006 al 2013. Oltretutto molto giovane per tutte queste esperienze.

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