Sindrome da buffet: cos’è, come funziona, come si cura

Sindrome da buffet: cos’è, come funziona, come si cura

di Sara Boriosi

Raduno estivo di amici tra le fresche frasche della campagna umbra. Porta qualcosa da mangiare, mi è stato detto, e io sono arrivata sfoggiando un collier di salsicce da abbinare a una parure di costine di maiale più qualche bottiglia, perché conoscendo gli altri commensali so che si calerà l’artiglieria pesante.

I tavoli imbanditi con ogni sorta di libagioni ammiccano verso di noi che non ci facciamo impressionare dalla calura, e armati di buona volontà si caricano i piatti. Ero sicura di essermi controllata nella scelta delle pietanze, fin quando mi si avvicina sornione Antonio che mi guarda beffardo e con un sopracciglio alzato sentenzia: ma va’, non ti facevo una di quelle persone colpite dalla sindrome da buffet.

Rimango turbata.

È stato questo pensiero e non le quarantasei bottiglie assaggiate in giornata sotto lo schioppo del sole a rendere difficile la digestione, ne sono certa. Appena sono tornata tra le rassicuranti pareti domestiche, ho cercato in rete una voce, un link, un qualcosa che potesse spiegare con chiarezza cosa si intende quando si parla di sindrome da buffet, ma non trovando alcunché di interessante (se si tralascia la canzone ”Un amico come me” cantata da Gigi Proietti per il cartone Aladdin), mi carico dell’importante compito di trattare la materia per prima, e che la scienza mi sia vicina.

La sindrome da buffet, per come la intendo io, è quella smania compulsiva che si ha nel riempire il piatto di tutto quello che offre il buffet dal quale ci stiamo servendo, e poco importa se si è intolleranti al lattosio o non ci piace la carne cruda: nel nostro piatto ci sarà posto anche per un triangolo di pecorino ultra stagionato o per la sfoglia di vitello cruda con una grattata di tartufo fresco, che non si sa mai potrebbe iniziare a piacere proprio da oggi. O la si può usare come moneta di scambio per attaccare bottone con qualcuno che vanta un boccone particolarmente succulento, che – indovina? — è sparito subito dai tavoli.

D’accordo, mi si può dire che era facile. Ma la considerazione che ha provocato il mio turbamento, è l’aver capito che questa sindrome si estende anche al resto della nostra vita. Alla fine il buffet non è altro che un pasto da consumare in piedi e con disimpegno e, dall’alto della mia esperienza millenaria, posso confermare che la maggior parte del genere umano non cerca altro che disimpegno.

Perché limitarsi al piatto da riempire con la sola pietanza che piace, quando c’è tutta un’aneddotica umana che ci riguarda in modo più o meno vicino, fatta di debolezza, che ci ha visto scegliere più proposte in offerta andando a pescare anche bocconi che sapevamo in partenza non sarebbero stati di nostro totale gradimento? Oppure siamo stati presi e buttati in mezzo a un mucchio di altri sapori così diversi da noi, a riempire il vuoto esistenziale di qualcuno un po’ narciso e poco incline a godere della nostra diversità, ché tanto poi alla fine un boccone vale l’altro ed è meglio avere il piatto pieno, perché alla fine chi spizzica non digiuna mai.

Come si fa a capire qual è la cosa che più ci piace del buffet, se non diamo un morsino a tutto quello che c’è sopra il tavolo?

Personalmente, dopo aver assaggiato un po’ di tutto, resto affezionata all’elegante parure di salsicce e costine, ma io sono una persona che ha bisogno ho bisogno di punti fermi, temo i formaggi quanto le raccomandate con la busta verde e se mi piace una cosa la mangio fino a che non mi intossica.

Ma questa è un’altra patologia, ne parlerò più avanti.

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Sara Boriosi

Da sempre vive come un’estranea nella provincia denuclearizzata, precisamente a Perugia. Bevitrice regressiva, inizia a interessarsi al vino seriamente dopo l’interruzione di una storia con il proprio cavallo. Beve per ricordare, e il suo cuore appartiene ai vini del Carso. Dotata di una vena grottesca con la quale osserva il mondo, più dei vini le piace scrivere delle persone che ci finiscono dentro; lo fa nel suo blog e pure per Intravino. Gestisce un'enoteca della sua città, e lo fa piena di sensi di colpa.

2 Commenti

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Nelle Nuvole

circa 3 settimane fa - Link

Tutto quanto sopra funziona solo se il piatto in dotazione ha un'ansa dove piazzare il bicchiere, altrimenti le mani non bastano, non bastano mai.

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Luca

circa 3 settimane fa - Link

Nota: mi risulta che il formaggio ultra stagionato non contenga lattosio ;)

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