Scorci di una serata da Olimpiadi del vino. Di Roagna e altri fuoriclasse

Scorci di una serata da Olimpiadi del vino. Di Roagna e altri fuoriclasse

di Emanuele Giannone

Amo certe cose per il semplice motivo che mi procurano molto diletto. Per quelle cose sono quindi un dilettante. Un amatore. E anche un dopolavorista, poiché non coincidono col mio lavoro.

Beati gli amatori, dilettanti e dopolavoristi, che possono concedersi di mescolare sogno e desiderio senza ansie da prestazione, quindi di prendere la competizione come gioco. Certi sport ammettono le gare open, aperte sia a professionisti, sia a dilettanti, con questi ultimi esclusi da graduatorie e premi. Partecipare senza gareggiare: che magnifica possibilità. Basta desiderare e aggiungere al desiderio inserti di memorie. Mi piace leggere, scrivere e correre. Proprio ora il giudice di partenza sta dando il primo comando. Prendiamo posto sui blocchi: Powell è in corsia uno, Burrell alla due mentre tre, quattro e cinque sono per Bolt, Mennea e Lewis. In corsia sei Borzov, la sette è per Greene, la otto per me. Pronti. Aspettiamo il via. Ho già vinto.

Mi piace il vino. Ogni tanto incontro vini fuoriclasse. Sono riconoscente ai fuoriclasse che me ne offrono l’occasione. Agli Open mi ritrovo, com’è giusto, nella minoranza dei dilettanti (a volte sono l’unico). Per me è una non-gara, un’adunanza ludico-sportiva. Per gli altri no e, anzi, l’agonismo è per alcuni il primo motore: bottiglie ai loro posti. Foto. Pronti. Post. Via: via a chi sovrappone l’etichetta del commento più bombastico a quella già bombastica del vino. Io corro in jeans e camicia, gli altri in abbigliamento tecnico. Non faccio esercizi di riscaldamento, non mi servono massaggiatori. Al primo comando la tensione è già altissima. L’annunciatore ricorda per ogni atleta titoli e record, tra gli applausi del pubblico. Quando arriva a me parte la sigla di un cartone animato. Si registrano risate generali e un significativo incremento delle vendite di Caffè Borghetti. Pronti. Sono pronto. Uno scatta prima dello start, a seguire fanno tutti falsa partenza per la smania di staccare gli altri. Il dilettante amatore dopolavorista uscito dal cartone animato scende dai blocchi, accende una sigaretta, fa un fischio al bibitaro e compra un Caffè Borghetti. Ha già vinto.

In conformità con l’acceso spirito di competizione, i vini sono stati serviti a coppie e alla cieca.

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1. Vosne-Romanée 1er Cru Les Beaux Monts 2013 B. Clavelier
Il legno si avverte ma non deborda, lo sviluppo aromatico è ampio e ben espresso: fiori, sciroppo di lampone, ribes, fieno greco, ardesia. Non è un V.-R. di immediata riconoscibilità, almeno al naso: sottile e dosato nelle spezie, senza incensi, terroso e tornito senza essere stentoreo o suadente. Attacco fermo ed energico per freschezza e tannini forti, allungo di una certa complessità con ciliegia carnosa, agrumi, salvia selvatica, ferro e cacao, piuttosto magro ma vitale e godibile nonostante il legno che si ripropone in chiusura, senza lordure.

2. Barolo Pira V.V. 2009 Roagna
Slanciato e leggiadro nei profumi di viola, tuberosa, giglio, terriccio e slivovitz, inaspettatamente agile e succoso al palato, gentile nella presa con tannini fini e fitti, non mordenti; presente, di freschezza tracciante in progressione, profondo. Chiude grazioso, leggero e giustamente caldo, pieno di delicati rilanci aromatici tra terra e fiori. Un Barolo in fiore, grazia più che graffio.

3. Ruchottes-Chambertin Grand Cru 2010 Mugneret-Gibourg
Di fiore in fiore, da un’antologia a un’altra: questa più ampia con note solari e floreali bianche (giglio, gelsomino) ad accompagnare quelle intense e sensuali di rose e garofano. Un bell’insieme, corale e originale. Bocca deliziosa per eleganza, progressione ed effusione, vera puissance sans poids, fresca e infiltrante, definita nel frutto maturo, delicatamente marcante con tannini di esemplare finezza. Calore mimetico che dà l’ultimo slancio allo sviluppo degli aromi. Nitida sensazione finale con la spezia (pepe rosa, anice) in filigrana e il nocciolo di ciliegia.

4. Barbaresco Pajè V.V. 2010 Roagna
Tiene a sottolineare d’esser maschio: senza tronfie esibizioni di forza, per carità. Sviluppo lento con tabacco, china, kirschwasser, artemisia e terra, nota alcolica abbastanza netta; più in là si arricchisce d’erbe e piazza agrumi amari a rischiarare l’immagine ombrosa. Bocca dura in partenza con tannini come fruste a nove lacci, piccoli e taglienti, e che via via si scioglie in succulenza di frutto e ricordi di fiori. Finale con mirabile corredo retrolfattivo, tra frutto scuro, terra umida, ceralacca, muschio e i tannini ancora crudi in staccato.

5. Ruchottes-Chambertin Grand Cru 2010 Pacalet.
It’s showtime. Apertura in esprit de finesse: glicine, rosa, erbe fini, succhi d’uva e lampone, agrumi. Che definizione d’aromi e compostezza d’insieme! Un vino di naso che con l’aria va acquistando spessore ed energia, aggiunge note di ciliegia carnosa, corteccia e garofano, cambia passo e impatto. Cangiante e sempre in equilibrio. Il sorso è corrispondente sia per attacco, sia per sviluppo: sensazione tattile di grande nettezza, grande finezza d’aromi, il frutto declinato in un gioco a rimando di dolcezze e amarezze sempre molto composte; trama fitta e delicatissima, tensione ed energia naturalmente trascinanti, senza strilli, né strappi fino a un finale di eccezionale pulizia.

6. Barbaresco Asili 2010 Roagna
Dopo il vino di naso, ecco quello di bocca. Qui c’è molto più tatto che olfatto, quieto quest’ultimo, quasi insondabile, mentre il tannino è fittissimo di trama e ingente per grana ma non invade, né allega: gustoso, robusto, portante per la progressione gustativa e la persistenza. Apprendente. E per me apprendista è l’esempio virtuoso del vino a spalle larghe, un Ercole Farnese (ma, a differenza di quello, per nulla affaticato). Evidente caso di plagio da parte dei Roagna ai danni di Glicone, che a sua volta copiò da Lisippo. Non diffidate delle imitazioni.

7. Griotte-Chambertin Grand Cru 2009 Fourrier
Che succo, che bella freschezza infusa a mitigare l’annata calda. È pieno e dolce, ha tannini arpionanti, arcigni e puntuti come un Pickelhaube; ma la bontà del frutto, la scorza d’arancia e il sale spengono la calenture e corroborano lo slancio di un’acidità abbastanza piana. Naso di amarena e lampone maturi, erbe amare, cardo, karkadè, timo, polvere di caffè e cioccolatino alle noci. SI sviluppa in volume, la cifra non è la droiture ma il frutto maturo, succulento, e la crema di caffè a chiudere sono nitidi e di lunga persistenza.

8. Barbaresco Montefico 2009 Roagna
It’s showtime again. Questo è puro intrattenimento. Al vino è abbinato un biglietto cumulativo per montagne russe, giostre e labirinto degli specchi, leggasi progressione, variazioni e rimandi. L’espressione olfattiva consta di evoluzioni e richiami continui che è limitante rendere per descrittori. L’apertura è spiazzante e grassa: carne, mandorla, rosolio, aneto, fieno. In poco tempo il gioco cambia verso, vira sul frutto, nitido ed essenziale (agrumi, aronia, ribes nero), e sulle radici. Ancora un poco et voilà i fiori, l’orzata, le scorze d’arancia e l’anice. Al palato il tocco è foderante ma delicato, il liquido irradia energia e si conduce con grande slancio. Lo sviluppo è introdotto dal frutto, procede con viola, terra, noce e spezie in leggiadria, aggiunge in crescendo nuove variazioni e non stanca. Dire piacevole non basta, qui la beva è divertimento vero.

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9. Clos Saint-Denis Grand Cru 2001 Domaine Dujac
Humus, foglie secche, edera e tintura di iodio indicano evoluzione avanzata, con il passare del tempo non si dileguano e anzi marcano un profilo umbratile e scuro in cui il frutto resta sullo sfondo, maturo e in composta, insieme a erbe cotte e fiori passi. Al palato conserva un certo slancio, il filo dell’acidità è sottile ma sostiene ancora la progressione. La tensione è risolta, la polpa anche, prevale una sensazione generale di dolcezza e mollezza, i tannini infusi tengono insieme le parti nel finale. Appena in tempo.

10. Barbaresco Crichët Pajé 2007 Roagna
Aere perennius. Una meraviglia che mette d’accordo tutti i partecipanti. Complessità radiosa, slancio evidente già all’olfatto con un ventaglio espressivo vasto e dinamico, cangiante e mai disunito, sviluppo degli aromi coinvolgente e modulato. Bocca che compendia concentrazione e dinamismo, energica, fittissima nella trama dei tannini, appaganti per la sensazione tattile di nettezza e per la persistenza. Succulento e rinfrescante. Potente e leggero. Un colossale acrobata.

11. Musigny 2002 Grand Cru Comte De Vogüé
Forse era un giorno-radice, perché di radice molto sapeva. Almeno all’inizio. Concentrato, scuro, denso oltre ogni aspettativa. Oltre le radici, liquirizia, salagione, fondo di cottura, confetture di amarena e mora. Un olfatto imponente e il palato non è da meno: grande impatto per potenza e pienezza, molto robusto di stoffa, progressione che presenta asperità per i tannini un po’ aggressivi. Un vino arcigno, a trazione anteriore, che “scoda” nei passaggi centrali e nel finale. Chi si aspettava la linea affusolata della cara, vecchia DS 21 si è ritrovato al volante di una Giulia Super 1600.

12. Barbaresco Crichët Pajé 2005 Roagna
Concentrato e pieno anche lui ma la sensazione globale è di equilibrio e riserva di energia, e marca pertanto una notevole differenza coll’illustre precedente: naso umbratile e senza sbavature, introverso, centrato su erbe, tè e agrumi, il tutto per cenni, non esposto. Cangiante il giusto, senza le luminarie e gli effetti speciali del 2007 ma pur sempre definito e pulito, calibrato al millimetro nel rapporto tra tannini e succo, calore e freschezza. Non cerca facili consensi, non è in tono minore, è intimo e raccolto: ha anni di luce davanti a sé e nessuna fretta di brillare.

13. Romanée Saint Vivant 2005 Grand Cru Domaine de la Romanée Conti
Il dispiegarsi in ampiezza e intensità del suo ventaglio olfattivo è stato apprezzato, nonostante le premesse allarmanti: molti vini, poco tempo e la conseguente scomposizione tayloristica dei cicli di degustazione secondo tempi standard di esecuzione. Partenza quieta, una dominante ferrosa che evolve a raggiera in variegata composizione di spezie, fiori, ferro, confetture di lampone e mirtillo, genepy, miele di erica, legno di rosa e tutto un composito viluppo che il nastro trasportatore ci ha tolto da sotto il naso troppo presto perché si svolgesse. Più lento ancora al palato per materia ingente e grande tensione: la prima impressione di imponenza è presto fugata nello svolgersi della trama, fitta e delicata, dei tannini. Progressione gustativa via via più regolare e distesa, fase centrale lunghissima che ripropone la ricchezza di aromi dell’olfatto, finale altrettanto lungo, finemente speziato e con il frutto in essenza, accompagnato dal ritmo e dalla carezza dei tannini. Non credevo agli speed date ma sei bella e misteriosa e sogno di rivederti con più calma.

14. Barbaresco Crichët Pajé 2006 Roagna
Gli avrei detto in silenzio che lo amavo platonicamente ma ero conturbato, il garbuglio di pensieri non si svolgeva bene e mi ritrovai nell’impossibilità di invocare il platonico per momentanea inattitudine a spiegargli di quali idee lui, ente sensibile e sensuale, fosse immagine. Quando cominciai a ricorrere a gesti, sbuffi, disegnini e balbettii, mi tolse d’impaccio lui stesso rendendosi platonicamente intelligibile. Così, potei finalmente chiarire e dichiarare il mio amore. Vino di bontà inimitabile e memorabile, austero per approccio e con una riserva ingentissima di energia, profondo, dall’attacco pieno e coinvolgente, diritto e traente nello sviluppo, spiccatamente sapido, fresco, dissetante, imprevedibile nel dimenticare la taglia forte e librarsi in un finale aereo per finezza e diffusione aromatica.

15. Clos Vougeot Grand Cru Vieilles Vignes 2002 Château de La Tour
Pare che sia un vino mirabile. Pare che questa bottiglia non lo abbia rappresentato ai livelli eccelsi che gli si attagliano. Non avevo mai bevuto il 2002 e posso capire le riserve di chi lo conosceva. È la sfortuna del principiante. Nessun difetto, per carità. Molto profumo, molta massa e molto mossa, presa imperiosa e insistente con tannini molto risoluti, marcanti. Sviluppo ricco, espansivo, impegnativo, un’operazione che produce nella mia mente annebbiata – comprendete, a quel punto eravamo a 15 più i brindisi di benvenuto – un’idea sotto forma di pop-up: triangolo giallo con punto esclamativo, system alert – occlusione gustativa. Primo e unico vino della serata ad avermi assetato anziché dissetato. Ritenta, sarai più fortunato. Sperando nella rinnovata prodigalità dei fuoriclasse.

16. Barbaresco Crichët Pajé 1988 Roagna
Quello che ci voleva per chiudere rasserenati. Si fa beffa delle ventinove primavere, piuttosto sfodera sottigliezze primaverili in una percezione generale di freschezza, con fiori ed erbe amari, rabarbaro, mandorla, un soffio verde di bosco. Ha smussato le asperità e distillato il frutto. Di freschezza intatta al palato, succoso e dissetante con anguria, melagrana e cola. Teso e vibrante. Di una bontà ineffabile, sovraordinata alla suggestione della vecchia annata.

Che la formula della serata fosse il paghi sedici e porti via diciotto, lo ignoravo. Senza contare i vini dell’attesa, cioè uno Champagne di Aubry, il Bourgogne Rouge di C. Tremblay e un bianco che non riesco a ricordare – scusate, è stata una corsa. Per farla breve, in anticipo sui saluti sono arrivati questi:

17. Pommard Les Rugiens 1er Cru 1990 de Montille
Il pomodoro confit in luogo dei sali per riprendere i sensi. Tanto sale al palato. A questo punto ci voleva qualcosa di forte. È sulla china (declivio), stretto attorno a un residuo di freschezza, alla china (corteccia) e al ferro. Tardo e nostalgico, visti l’ora e l’età media degli astanti sarebbe quindi il finale perfetto ma…

18. Chambertin Clos de Bèze Grand Cru 2008 Prieuré Roch
Un fauve. Un matto. Erbaggi, ciliegie sotto spirito, chinotto, slivovica, olio di lino, acciuga e vinile, tutto a sprazzi ma senza apparire scomposto, semplicemente qualcosa di nuovo e anticonvenzionale rispetto alle compostezze e alle coerenze della didattica e della vulgata burgunda. Bocca ipercinetica, radente, energica e succosa, con una nota marina di sale e alga a completare la sorpresa, lunghissima in persistenza.

Giusto il tempo per selfie e autografi. Certo, certo, sono felice, felicissimo. Mi chiedevo solo, proprio nel senso della quantità: ma perché tutto questo? Un attimo di incredulità. Poi tutti ridono, riparte la sigla del cartone animato e ta ta, goonight, goonight.

Emanuele Giannone

EMANUELE GIANNONE (alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

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