Sangio Claus regala ai bimbi buoni Sangiovese Purosangue. Appunti e molti assaggi dalla rassegna senese

Sangio Claus regala ai bimbi buoni Sangiovese Purosangue. Appunti e molti assaggi dalla rassegna senese

di Emanuele Giannone

Santa Claus, anche noto come Babbo Natale, arriva una volta l’anno. Sangio Claus, alias Babbo Bonucci, sciama in quel lasso di tempo più volte per la Penisola con la sua vineria itinerante: un carrozzone trainato da tanti, robusti flaconi, quasi tutti rossi e purosangue con un saldo di albini e mestizos di pregio. Come nel caso del vecchio Santa da Rovaniemi, la venuta del giovane Sangio da Firenze colma i cuori e i calici d’attesa, quindi illumina di gioia i faccini/faccioni beati/beoti dei sangiovesiani, bimbi bibaci di questo allegro pianeta liquido; i quali, rosse le gote per il tracannato più che per incarnato, in lungo baloccamento ornano al dì di festa i propri taccuini di tanti bei pensierini.

E anche stavolta, a Siena, gli spunti per bei pensierini erano tanti e forse anche troppi, visto il tempo a disposizione: 351 belve da tiro da ogni canto di Toscana, Umbria e Romagna; li affiancavano, per giunta, 50 campioni dell’annata 2006 tra rappresentanti dalla galassia chiantigiana e di Montalcino, Bolgheri, Carmignano, San Gimignano, Montecucco, Pienza, Chiusi e Predappio. Nel generale giubilo alcolemico solo una scarna rappresentanza di bambini più secchioni ha preso coscienza della strategia politica di Sangio Claus, il cui sembiante affabile tradisce ispirazioni e fini schiettamente ideologici: sovvertire l’ordine costituito, instaurare la Repubblica del Sangiovese.

Che gli alloctoni siano avvertiti: fatti salvi pochi acculturati e domesticati, non si faranno prigionieri – e non è un caso che, per una eclatante e verticale dimostrazione di forza (oggetto a sua volta di un prossimo articolo), Babbo Bonucci abbia scelto un warlord e un campo di battaglia esemplari: il Feldmaresciallo Mori e il Marroneto. La nuova giunta popolare, questo è certo, sarà cabernet-free. Speriamo che Sangio non vi piazzi solo i suoi sodali come altri celebri toscani. Qui sotto, intanto, la rassegna di alcuni purosangue e mestizos tra i miei preferiti (perché, va detto, come al solito non sono mancate buffe concozioni di fenolo, fritto, charms, tisane, sciroppi, flaconcini Cannamela e granatine).

Doverosa nota a margine: un accogliente contraltare alla kermesse, scoperto e visitato per la simpatia ispirata dai gestori, compagni di tavolo in degustazione. Quanto la simpatia, beninteso, hanno contato lo spuntino ben assortito, i lieti calici, la conversazione. Parlo della Vineria Tirabusciò a Via San Pietro 16.

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Chianti Classico 2013 Cigliano (San Casciano Val di Pesa). Spesso di terra, ginepro, frutti rossi maturi e una nota affumicata. Diritto e di buona presa al palato, generoso e rispondente nella resa degli aromi, si assottiglia in progressione e chiude lieve, con cenni di bacche nere e tostature.

Chianti Classico Riserva Traliccio 2012 Cigliano (idem). Risolto ed elegante, aereo e caldo, più composto e chiaro nell’espressione degli aromi all’olfatto: felce, ginepro, terra e garofano a introdurre la ricca dote silvestre e floreale, frutto croccante in seconda battuta insieme ad ardesia e sottobosco. Bocca fresca e di tocco misurato, dinamica, coinvolgente in progressione, fine nella persistenza di frutta rossa e spezie. Molto buono.

Chianti Classico 2014 I Fabbri (Lamole). In un mondo che pretende sempre più spesso numeri d’alta scuola, magie, superlativi e colpi a effetto, ci conforta constatare che esistono ancora vini fatti di grazia, souplesse e misura. A misura di chi li fa. Anzi, ci fa proprio felici.

Chianti Classico Filetta di Lamole 2014 Fontodi (idem). Se il predecessore sottraeva note e lasciava pause, se lasciava risuonare corde e fibre nei silenzi senza nuovi segni, questo le suona tutte e fitte. Ma le suona benissimo. Prima il vino di Liszt, ora quello di Wagner. Resta invariato il luogo, che è evidentemente una delle migliori sale per concerti in Toscana.

Chianti Classico 2013 Podere Castellinuzza (idem). La compostezza. Calibro, misura, sottigliezza, rigore e pulizia dei tannini, piccoli ma incisivi. E le filigrane di fiori e frutti. E un grano di sale dolce.

Chianti Classico Riserva 2012 Podere Castellinuzza (idem). Una Lamole più ardua (così sembra, ma in realtà è solo l’età). Il naso è terra e durezza: humus, edera e variazioni di erbe amare, cenni speziati, sanguigni e foxy. Cenere e rovo. Bocca radente e seria, amarezza e sapidità salienti, non scomposte, ancora nervosa e indocile – indocile come tous les garçons et les filles (font ensemble projets d’avenir). Bella gioventù, bellissimi progetti.

Chianti Classico Fontodi 2013 Fontodi (Panzano). Un vino a serramanico: è chiuso, scatta e taglia, si rinserra. Perentorio, radente, concentrato, contundente (ancora).

Flaccianello 2013 Fontodi (idem). Serietà, tensione di saturazione, fermezza, spezie e tinte scure si sovrappongono al solco reciso e scuro del precedente. Sul punto di alzare le mani e concludere frettolosamente per il troppo – troppo giovane, troppo chiuso, troppo stagliato il legno – si viene appena in tempo sbugiardati dalla coda caleidoscopica (e non pavoneggiante), di indescrivibile succulenza, amarulenta, diffusione aromatica, balsamica, corroborante.

Chianti Classico Riserva 2013 Castello di Monsanto (Val d’Elsa). Dal vino conviviale al vino convittuale: educato, disciplinato, curato, discreto. Di compostezza azzimata, lindo e timido, per nulla appariscente, soccorso da bello stile e buone maniere, ben gestiti. Crescerà e sarà su buone tavole borghesi.

Chianti Classico Riserva Il Poggio 2011 Castello di Monsanto (idem). Che venga dalla sezione sperimentale della stessa scuola? Chiaro e diretto, franco nel frutto rosso fresco, ciliegia e arancia, abbondante di erbe fini e spezie, arioso e dinamico. La bocca è di freschezza e presa eminenti, si sviluppa in un ventaglio aromatico ricco e coerente, unitario e persistente, di grande e complessiva soddisfazione.

Chianti Classico 2013 Ormanni (idem). Bello l’attacco rustico, generoso ed esplicito con fieno greco, elicriso, rosmarino, amarena, note leggere di mandorla e mare. Belle anche l’impronta tattile immediata e la freschezza che guida la dinamica gustativa, ordinata e ricca di spunti. Chiude in diminuendo, tenero, allegro, non troppo, non svenevole. Veramente godibile.

Chianti Classico Riserva Borro del Diavolo 2013 Ormanni (idem). Il frutto rosso in primo piano, vario e intenso. Cenni d’erbe aromatiche, muschio, iodio e tabacco insieme alla vena sapida a fornire un cospicuo motivo di sfondo, una presenza tenue e certa, preziosa: ornato e non orpello. Bocca fresca, nitida, dinamica, tesa e succulenta, di droiture con pochi omologhi nella rassegna. Progressivo e preciso anche in persistenza per la diffusione calorica e aromatica.

Chianti Classico 2014 Istine (Radda in Chianti). Ciliegia, cola, corteccia, crusca al naso. Semplice, fresco, succoso, vino di passo leggero e, in senso virtuoso, scorrevole. Tannini buoni, piccoli e croccanti, a fare il ritmo.

Chianti Classico Castello di Monterinaldi 2013 Monterinaldi (idem). Nobile portamento ha nulla a che fare con sussiego o rigidità spacciata per eleganza. Bouquet colto, serio e magro con radici, sottobosco, pot-pourri di fiori, coppale, pimento e legno di rosa – un giovane naso vintage. Bocca asciutta, di immediata succulenza e ruvida stoffa, ancora risolta dalla radenza e dalla grana grossa dei tannini. Il frutto e i fiori in fondo, fragranti, insieme a note speziate. Adolescente carnivoro, quindi diamogli da mangiar braciole e peposi et carnes quaecumque.

Chianti Classico Riserva Castello di Monterinaldi 2013 Monterinaldi (idem). La riserva è naturale, infatti ispira idee di selva, cacciagione e fiori amari, gli spunti balsamici di resine e bacche di ginepro. A un bouquet tanto vasto e composto risponde una bocca tutta dinamismo e precisione nella diffusione aromatica, di presa forte e bello slancio, sapida, energica e profonda.

Castello di Monterinaldi Rosato 2015 Monterinaldi (idem). Richiama soprattutto frutta rossa carnosa e matura. Calore nel senso di solarità. Al palato spiccano presa e tensione, col frutto che avvolge e addolcisce la sapidità ingente, connaturale, e accompagna lo sviluppo fino al finale che guarda alla terra (erbe, radici), alle rose passe e al miele amaro.

Pian del Ciampolo 2014 Montevertine (idem). Mi restano impresse la freschezza e la coloritura di questo vino bimbo (goloso, solare, ridente), il suo invito a merende campestri e tavolate imbastite in compagnia mangiante. Vino tonificante, succoso, agilissimo per progressione e beva, quindi pericolosissimo.

Montevertine 2012 Montevertine (idem). Preceduto dal talento della squadra primavera, il talento della prima squadra è comunque giovane ma ha la proverbiale marcia in più, o meglio: la stoffa. Che qui è ingente, più serrata per trama, ancora appena svolta. Concentrazione che non è affollamento disordinato, naso carico ma non stracarico, serio e fitto di sottobosco, ciliegia, cassis, radici, cenni di resina, ferro e torba. Bocca ancora cruda e ritratta, con tannini radenti e molto fresca, nel complesso imponente ma di nitida e naturale eleganza (un vino-Geoffrey Rush), pressoché piccante in persistenza.

Chianti Classico 2014 Val delle Corti (idem). Dettaglio, intensità, definizione. Una gemma di sapiente sfaccettatura (e dire che per l’età potrebbe essere ancora pietra grezza), ogni faccetta brillante e di nitido taglio: ribes, fragola, sottobosco, curcuma e alloro quelle fondamentali. Il sorso è un piacere immediato per la trama fitta, la polpa dosata, il frutto di squisita succulenza, la progressione agile e continua, la persistenza leggera e lunga.

Chianti Classico 2014 Riecine (Gaiole in Chianti). Tra aria e terra un bell’insieme vitale, pieno di slancio con humus, cola, fragola, amarena, elicriso e iris al naso; al palato erbe fini, una punta speziata e soprattutto tanta frutta rossa giustamente matura (ciliegia) con la sua freschezza dolce e tenue, dall’inizio alla fine.

Chianti Classico 2014 Bibbiano (Castellina in Chianti). Sobrietà, quasi reticenza del quadro olfattivo, grip, giustezza in progressione e tannini radenti, dominanti. In nuce.

Chianti Classico Riserva Montornello 2013 Bibbiano (idem). Sopra l’ingresso, l’insegna recita cere – coloreria – resine – articoli per il restauro. Si scende un gradino e mettendo il naso in bottega i profumi sono quelli, in effetti, ma il garzone ha piazzato viole, amarene, melagrane, rosmarino, cannella, grani d’incenso a comporre un bouquet che neanche Grenouille. Bocca di struttura ma succosa e dinamica, con freschezza infiltrante e tannini forti, puliti, nettanti. Già molto buono.

Chianti Classico 2013 Felsina (Castelnuovo Berardenga). Il vino canoro, Rose Rosse + Fragole Infinite. Un passo a destra verso il bitter Campari, uno a sinistra verso l’angostura, un pasito meno bailante su note di mallo e confettura di amarene ma va pur sempre bene. Tonico, simpatico, abbondante. Vigoroso, non fosse che il riferimento all’aperitivo a base di è abusato. Neanche a farlo apposta, la grana cinarica dei tannini corrobora la suggestione e agisce decisamente contro il logorio della vita moderna.

Fontalloro 2012 Felsina (idem). Tutto parte da un muro. Si presenta duro, spigoloso e scontroso. Ma quando parte è mobilissimo e inarrestabile. Molta materia per l’olfatto, molto concentrata ma dotata di volume e profondità come pochi presenti, roba da grande orchestra. Molta materia anche al sorso eppure nessuna sbavatura, è impegnativo per concentrazione e per il rigore dei tannini ma è in equilibrio e corre senza bisogno di aiuto. Ha grande slancio. Ha tanta verve e, non a caso, buono l’assist di Richard Ascroft: it’s a bittersweet symphony.

Chianti Classico Riserva 2011 La Lama (idem). Molta frutta, su tutto marasca, poi ardesia, alloro, corteccia per un bouquet composito e unitario. Sorso agile e dinamico, il tocco è fine e la frutta spicca, acidula e succulenta, ornata di finiture speziate. Buoni e croccanti i tannini dalla coda piccante.

Pacna 2011 Pacina (idem). Naso pieno ed esuberante, carico di tracce vegetali e di terra, note di concia e ricca speziatura rossa. Bocca parimenti piena, materica e calda, imponente ma ritmata e marcata da tannini all’altezza, sorprendentemente fresca ed energica, progressiva e appagante. Badiale, solare, empatico.

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Rosso di Montalcino 2012 Baricci. Mi manda ai matti, infatti lo bevo senza cerimonie e questa volta parte un remix catulliano con vivamus – ma anche bibamus – atque amemus. Da mi basia mille. Deliciae tuae neque illepidae neque inelegantes. In ioco atque vino. Cum olfacies – ma anche bibes – deos rogabis, totum ut te faciant nasum – ma anche orem. Scusate, mi ricompongo. Datemene ancora.

Rosso di Montalcino 2013 Col d’Orcia. Naso grazioso di ciliegia, piccoli frutti rossi, salvia e maggiorana. Sorso agile, fresco e dissetante, che passa presto ma bene, in pulizia.

Rosso di Montalcino Banditella 2013 Col d’Orcia. Naso eccentrico di radici, terra, mandorla, kren e amarena a legare il tutto. Amarulento. Bel grip, bella trama tannica, presenza, progressione nitida e succosa col frutto in evidenza. Finale con una punta speziata, tannini nettanti e retrogusto leggermente amaro a far da specchio al naso.

Rosso di Montalcino 2014 Il Marroneto. Fruttato rosso ricco, nitido e polposo, cola e terra, alloro e genziana. Bocca freschissima, dinamica, succulenta, con pieno equilibrio tra materia e tensione. Giovane. Vibrante.

Rosso di Montalcino 2014 Le Chiuse. Ombroso, improntato in questa fase a serietà, rovo e ribes in filigrana. Bocca tesa, avvolgente ed elegante corroborata da sapidità infusa. Tannini ingenti ma molto eleganti e saporosi.

Rosso di Montalcino 2013 Le Macioche. Intenso e coinvolgente all’olfatto con durone, menta, maggiorana e pigna a risaltare. Bocca piena, di tocco pronto e deciso, sapida e molto succulenta in allungo, che chiude in pulizia con note gessose.

Rosso di Montalcino 2014 Le Ragnaie. Il Maestro Campinoti dirige l’orchestra nella Radetzkymarsch. Ritmato, cadenzato, ornato, tutto tocco e succo. Suona mirabilmente, soprattutto nella lunga e nitida persistenza fruttata.

Rosso di Montalcino 2014 Sanlorenzo. Dopo Strauss, ecco Brahms ma senza orchestra. Sonata per Violoncello, Luciano Ciolfi solista. Serio, conciso, pulito, profondo. Bocca agile, sapida e vivace, nitida nei sapori di frutta ed erbe, dal finale sottile ed elegante.

Rosso di Montalcino 2014 Sesti. Molti e delicati dettagli all’olfatto. È aggraziato, sa di viola, buccia di pesca, melagrana e ciliegia, cenni a spezie rosse. La bocca è agile, diritta e sottile con acidità svettante e percorsa da una vena quasi salata. Tannini morbidi. Beva molto agile. Succoso e dissetante.

Rosso di Montalcino 2014 Tiezzi. Di frutto, rosa e sasso con una bella coulisse d’erbe officinali e ferro. Nitido e verticale, magro ed elegante. Una rosa con tutte le spine.

Rosso di Montalcino 2013 Ventolaio. Un grosso, grasso matrimonio. Ricolmo, barocco, speziato, polposo e pieno di frutta rossa. Il vino da fanfara e festa paesana.

Brunello di Montalcino 2011 Baricci. Ah, Montosoli! Ovvero della dote dei vini buoni di coniugare austerità e bontà immediata, presenza e mimesi, chiarezza e ombrosità. Qui il durone maturo è in un letto di muschio, il ribes va a braccetto con le spezie, il fiore è insieme alla radice, la quiete apparente della progressione indica concentrazione e riservatezza, i toni dolci della frutta convergono a un punto d’amaro e piccante. È un messaggio di bontà, ancora cifrato.

Brunello di Montalcino 2011 Corte dei Venti. È in fase di effusioni, quindi in evoluzione dall’ultimo assaggio (e radiosa). Vellutato, accogliente, morbido nei profumi informati tanto a solarità, quanto alla parte migliore della terra. Il calore è dosato, la freschezza infusa, lo spettro aromatico ampio e nitido. Un vino che aiuta a dimenticare, dimenticare di degustare per il vero piacere di bere.

Brunello di Montalcino 2012 Corte dei Venti. Primo assaggio del 2012 di Clara Monaci. Buonissimo. Ha quello che mi sorprende del vino buono, quello che non cerco ed eppure possiede di natura per farmi istantaneamente felice: il tocco, il ritmo, il passo e la sua traccia nitida, diffusione e chiarezza degli aromi, il nerbo, la dinamica e la profondità. L’ornamento e non l’orpello. E il saper ricondurre tutto questo a unità.

Brunello di Montalcino 2011 Fattoria dei Barbi. Carezza, scioltezza, misura e polpa. Sempre lui. Assaggiato, riassaggiato, non si smentisce e non delude mai.

Brunello di Montalcino Vigna del Fiore 2011 Fattoria dei Barbi. Vale quanto sopra. Qui, però, il racconto richiede maggiore articolazione. Vigna del Fiore è velluto blu. Mi è sempre piaciuto per l’approccio di grazia e non cedevole, per come evolve in graffio e sensualità prendendo il palato, per la compostezza del frutto, per la suggestione floreale-amara che fa introduzione al naso e sipario al palato. Tutte doti che il 2011 conferma. Presenza, misura, eleganza.

Brunello di Montalcino 2011 Le Chiuse. La festa continua con questo nordico austero, cinerino, in bilico tra bosco e fondo marino. Austero è assonante con aster, che è un fiore e nei profumi ricorda miele amaro e camomilla ed erbe amare. Ma somiglia anche ad Auster, che in tedesco è ostrica ma è pure l’eccelso Paul che scrive menzogne quasi vere e libri delle illusioni. Il nordico austero ti guarda fisso e non parla finché non lo assaggi, dopodiché parla poco e solo lui. Tu ascolti. Fiori amari, conchiglie, muschio e more. Impressioni. Menzogne quasi vere, illusioni, allusioni, bellissimo.

Brunello di Montalcino 2011 Sanlorenzo. Finisce in gloria. All’ennesimo assaggio non si smentisce per composizione, eleganza e bontà. Il bouquet compendia frutta rossa di grande definizione aromatica (ribes, amarena), alloro, erbe officinali, ferro, verbena, un cenno resinoso e un sostanzioso fondo muscoso e carnoso. Sorso subito coinvolgente per presa e ancor più in progressione, con gli aromi dosati e puliti, senza alcuna sbavatura o ridondanza. Una sola, coesa bontà dalle numerosissime sfumature sensoriali. E sensuali. Vino da grande serata. Non ho ancora mai visto Luciano Ciolfi in abiti da grande serata ma a che gli servono? Che indossi questo.

[Le immagini che accompagnano il testo sono di Andrea Moretti, da questa gallery].

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Your multilingual business friend. Romano, secondo ius civile un semplice peregrinus: un quarto siculo, due marchigiani ed uno toscano. Non laureato in Bacco, soltanto baccalaureato aziendalista. Degusta, ne scrivo con acribia. Beve solo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, Susanna Tamaro, il gol di Turone. In principio era a Porthos, et Porthos est apud Deum, ma lui è agnostico. Il suo titolo più importante: senza dubbio, la patente di guida della slitta a traino di renne, conseguita a Raattama, Lapponia, nel 1994.

10 Commenti

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amedeo

circa 3 mesi fa - Link

Mi sarebbe piaciuto leggere un tuo commento su Pomona e Buondonno (entrambi a Castellina), che stupiscono sempre con vini deliziosi. Alla prossima.

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Emanuele Giannone

circa 3 mesi fa - Link

Eh, c'era tanta, veramente tanta roba. Non li ho gustati. Li segno per la prossima. Grazie.

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Mauro

circa 3 mesi fa - Link

Una domanda sorge spontanea. Ma un vino che non è piaciuto non c'era verso di averlo trovato?

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Emanuele Giannone

circa 3 mesi fa - Link

In realtà è occorso che più di un kraken, un moloch o altro mostro del quale avrei fatto volentieri a meno abbia trovato me. Ma per abitudine non scrivo di quello che non mi piace.

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erique

circa 3 mesi fa - Link

noto che la romagna ti è piaciuta...

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Emanuele Giannone

circa 3 mesi fa - Link

La questione è semplice: non ci sono arrivato. La colpa è in parte mia, in parte dovuta a un vizio di forma nella lista stilata per i degustatori: la collocazione in coda di regioni e denominazioni diverse da quelle di maggior rinomanza. Così che, seguendo la lista, il tempo si è esaurito quando avevo finito di ripassare i Chianti e Montalcino. Certo, avrei potuto prenderne uno dall'inizio, uno dalla fine e così via...

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gabriele succi

circa 3 mesi fa - Link

La Romagna? Niente? Sarò di parte, in quanto produttore della zona, ma uno zero assoluto? Nemmeno un vino degno di nota? Io questo non lo greto... (cit)

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gabriele succi

circa 3 mesi fa - Link

A scanso di equivoci, la risposta sopra l'ho letta, Emanuele, ma io penso che la tua "colpa", come quella di tanti altri è non considerare la denominazione degna di nota. Capisco che i pregiudizi siano duri a morire, ma così... :(

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Emanuele

circa 3 mesi fa - Link

Nessun pregiudizio. Nessuna denominazione è per principio indegna di nota. Pregiudizievole era solo la successione. Adde quod sono un po' più che un appassionato, diciamo studente/studioso, di Montalcino e studente ripetente di Chianti. Faccio le mie scelte e non ho ambizione alcuna di sapere di tutto un po'. Il Sangiovese di Romagna è una mia lacuna conclamata. Per colmarla c'è tempo e per iniziare basterebbero buoni consigli. Avanti, spara i tuoi.

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gabriele succi

circa 3 mesi fa - Link

Emanuele, io sono un produttore romagnolo; non posso permettermi di dire chi è più o meno bravo, anche perchè, avendo tanti amici che sono amici veri tra i miei colleghi produttori romagnoli, ricadrei inevitabilmente nel "partigianesimo". Direi però che qui, fra coloro che scrivono su I.V., c'è più di una persona che ti saprà consigliare. Peace & Love

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